2 dicembre 2022
Aggiornato 17:30
L'intervista

Lorenzo Castellani: «Meloni esperta e pronta a governare. Ma la attendono sfide enormi»

Il politologo Lorenzo Castellani commenta al DiariodelWeb.it il panorama politico uscito dalle elezioni politiche del 25 settembre, con la vittoria di Fratelli d’Italia

Il Presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni
Il Presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni Foto: Agenzia Fotogramma

Archiviata l’inedita campagna elettorale balneare, che panorama politico è uscito dalle urne, quali saranno i nuovi equilibri del neonato parlamento e che autunno attende al governo Meloni che si sta per formare? Domande complesse, che il DiariodelWeb.it ha rivolto al professor Lorenzo Castellani, politologo e saggista, docente di Storia delle istituzioni politiche alla Luiss ed editorialista per il Quotidiano nazionale.

Professor Lorenzo Castellani, il voto ci dice che l'esperienza del governo Draghi, tanto esaltata dalla stampa, è stata invece bocciata dagli elettori?
Secondo me c'è uno sdoppiamento, compreso molto più dall'elettore comune che dal mondo dell'establishment e dei media. Draghi è considerato una grande personalità, godeva di un sostegno molto forte e un gradimento molto elevato anche nella popolazione. La sua leadership era riconosciuta, nel corso del suo anno e mezzo di governo non ci sono state grandi proteste, tensioni sociali o mobilitazioni contro di lui.

E allora che cosa non hanno capito gli osservatori?
Che Draghi è un leader a sé stante. Non è iscritto a partiti, fisiologicamente non partecipa a campagne elettorali, è un tecnico che ha presieduto il governo per una sorta di autocommissariamento della politica.

Gli elettori lo hanno capito, invece.
E nelle urne hanno cercato partiti e programmi che rispondessero alle sue esigenze di vita concreta. Se tu ti proponi come l'erede di Draghi senza essere Draghi, se prometti di portare avanti l'agenda Draghi che però è solo un programma di fine legislatura di sei mesi, ma non hai particolare carisma, la risposta dell'elettorato non è entusiasmante.

A chi si riferisce?
Sicuramente al Pd. In parte al terzo polo, anche se penso che abbiano ottenuto tutto sommato un buon risultato. E naturalmente alla Lega, il partito che è entrato al governo più obtorto collo. Mentre le forze cresciute di più sono state quella che ha fatto cadere il governo, il M5s, e Fdi, che era all'opposizione, per la sua coerenza e la sua novità in prospettiva di governo.

Insomma, un conto è stato Draghi e un altro la maggioranza di Draghi.
Esatto. La leadership di Draghi non si trasferisce per imposizione delle mani. E in campagna elettorale contano molti altri fattori oltre all'appoggio all'ultimo governo.

C'è anche un tema identitario. Il Pd ha smarrito la sua identità laburista, la Lega quella nordista: entrambi hanno subìto un tracollo. Fratelli d'Italia che l'ha sempre mantenuta e il M5s che ha ritrovato quella delle sue origini invece sono stati premiati.
La Lega aveva tentato la trasformazione in un partito nazionale. Che però ha iniziato ad arenarsi per le vicende di Salvini del 2019 e poi ha subìto il colpo definitivo quando è entrato a far parte di una maggioranza di unità nazionale, indebolendo molto la sua narrazione anti-establishment e in parte no euro. Anche al Nord non è più convincente, perché ha rinunciato del tutto a questioni come il federalismo, l'autonomia, una riforma fiscale ampia.

E il Pd?
Ancora peggio, per certi aspetti. È un partito di governo a prescindere, che è rimasto in maggioranza per nove anni su dieci ed è stato tutto schiacciato su due temi. Primo, un europeismo ortodosso, l'accettazione di ciò che viene deciso a Bruxelles, che limita molto gli spazi di iniziativa politica, economica e sociale. Tanto che non ha presentato programmi né proposte, se non la garanzia della continuità del Pnrr. L'unica che Letta ha avanzato è stata la tassa di successione per finanziare un sussidio ai 18enni, subito criticata anche all'interno del partito.

E il secondo tema?
Le questioni dei diritti civili, che interessano solo una minoranza. Così il Pd non è più né di centro né di sinistra: Renzi e Calenda sono più liberisti e sviluppisti, mentre il lato sociale è stato mangiato dal M5s. È diventato il partito dello status quo, con una leadership molto appannata e debole.

Nel suo libro «Sotto scacco» lei denunciava l'avanzata della tecnocrazia. Questo voto segna il ritorno della politica, visto che gli italiani torneranno finalmente ad avere un governo votato dagli elettori?
Sì. Dal 2013 abbiamo avuto solo grandi coalizioni, coalizioni di unità nazionale, patti del Nazareno. La novità, secondo me non abbastanza riconosciuta, è che dopo dieci anni ha vinto una coalizione dello stesso colore, con un elettorato stabile, molto omogeneo, che si è solo ridistribuito tra i partiti, facile da identificare: fatto da lavoratori del privato, piccoli imprenditori, autonomi e ultimamente anche giovani e donne. Il governo sicuramente sarà retto da un politico, poi penso che ci saranno dei tecnici di area e di alto livello.

Ad esempio?
Sicuramente al ministero dell'Economia, forse anche alla Difesa, agli Interni, agli Esteri. Questo perché Fratelli d'Italia viene da percorsi di opposizione e non ha ancora completamente maturato una classe di governo.

In molti sostengono che l'esecutivo avrà vita breve.
Può darsi, se le condizioni economiche e internazionali si mettono molto male. Ma non è che ci siano tante alternative. Finché l'opzione rimarrà tra questo governo e le elezioni, secondo me è destinato a durare. L'opposizione, tolto il M5s, è in cattive acque: il Pd ci metterà sei mesi a fare il congresso, il terzo polo si barcamenerà tra alcuni voti contro e a favore e dovrà capire cosa fare a livello locale dove governa con il Pd. Non è detto che duri così poco come si dice.

Davvero sono «pronti» come si sono dichiarati con lo slogan in campagna elettorale?
Bisogna vedere come sarà composto il governo, ma io penso che la Meloni sia pronta. È un politico esperto, in parlamento da quasi vent'anni, ha costruito da sola il suo successo elettorale con grande costanza. Dovrà contornarsi di personalità, sia del suo partito che degli altri che esterne, in grado di aiutarla. Ma il fatto che l'esecutivo riposi su una coalizione già alleata, che ha vinto le elezioni, in cui ci sono tanti politici professionisti, rende più agevole la trattativa interna.

Certo, il governo Meloni è atteso a sfide importanti e urgenti: la crisi economica, la guerra, i rapporti con le istituzioni sovranazionali e le cancellerie estere.
Le sfide sono enormi e soggette a tante variabili incontrollabili e perturbazioni internazionali. La capacità della Meloni si misurerà su quanto sarà in grado di costruirsi una reputazione e una credibilità internazionali. In particolare su quattro fronti.

Quali?
Quello atlantico, con gli Stati Uniti e le relazioni con l'Ucraina. Quelli di Parigi e Berlino, due governi in questo momento a lei ostili, che la reputano una pericolosa nazionalista, anche perché temono l'avanzata interna di Le Pen e Alternativ fuer Deutschland. E poi quello mediterraneo, in particolare quello libico, dove l'Italia deve tornare ad avere una politica energetica e potenzialmente militare, sulla stabilizzazione e la gestione dei flussi migratori. Vedremo se ne sarà capace.