2 dicembre 2022
Aggiornato 17:30
L'intervista

Domenico De Masi: «Questo governo riporta al primato la politica sull’economia»

Il sociologo Domenico De Masi, che ha letto e analizzato l’autobiografia della premier «Io sono Giorgia», analizza al DiariodelWeb.it la sua figura politica

Il sociologo Domenico De Masi
Il sociologo Domenico De Masi Foto: Fabio Frustaci ANSA

Alla neo premier Giorgia Meloni giungono attestati di stima anche inattesi. Persino da parte di esponenti del campo opposto, che pure ne riconoscono e perfino apprezzano la preparazione, lo studio e la coerenza con i propri valori. È il caso del sociologo Domenico De Masi, non certo uno studioso di destra, che ha studiato con attenzione l'autobiografia «Io sono Giorgia», ricavandone un ritratto preciso della nuova inquilina di Palazzo Chigi e perfino un programma politico. Lo spiega ai microfoni del DiariodelWeb.it.

Professor Domenico De Masi, che opinione si è fatto dell'autobiografia di Giorgia Meloni?
Intanto bisogna dire che è ben costruita. Le vicende della sua vita sono usate come pretesto per poi ampliare il discorso. E trasformare il libro in una sorta di catechismo, di vademecum del perfetto militante di Fratelli d'Italia.

Che figura politica emerge dal testo?
Quella di una persona sicuramente tenace, intelligente, disposta a sacrifici e anche allo studio. Che non lascia nulla all'improvvisazione, che si prepara per le cose che fa. E che è profondamente convinta delle sue idee.

Quali?
Le tre parole mazziniane canoniche: Dio, patria e famiglia. Intendendo per Dio una religione molto tradizionale, legata agli insegnamenti di Benedetto XVI, che è posta al centro della visione ideologica della Meloni. La patria è il Paese, senza sconfinamenti nel continente né nel mondo: l'opposto di una visione schiettamente europea o addirittura planetaria.

Non c'è spazio per il globalismo, insomma.
È il contrario di come la vedono i giovani che oggi fanno l'Erasmus, tanto per dire. Per loro l'Europa è una patria comune che al suo interno ha le singole nazioni, così come ogni nazione ha le regioni.

E poi c'è la famiglia.
Intesa come padre, madre e figli conviventi. Ogni altra forma è considerata un'unione, ma mai famiglia. Lo stesso vale per il pianeta, la cui ecologia è molto presente nel pensiero conservatore, come massima conservazione dello status quo.

Questa, dunque, è la visione del mondo meloniana.
Una visione dichiaratamente e ostentatamente conservatrice, guardinga nei confronti del progresso e con un piglio di leadership autoritaria: tanto che il suo punto di riferimento intellettuale, citato per ben tre volte, è Roger Scruton, che lei ha menzionato anche nel discorso di insediamento al Senato.

Che cosa ci dice questa impostazione di valori sul modo in cui la Meloni eserciterà il suo governo?
Ci dice tutto, secondo me. Leggendo l'autobiografia con la dovuta attenzione si trova il programma dei prossimi anni. Anzi, di più legislature. Come se aprissimo un orologio e vedessimo i meccanismi al suo interno. Ci si legge, nei minimi dettagli, l'atteggiamento sia razionale che emotivo di fronte a tutto ciò che potrà capitare. Non c'è nulla che ci possa meravigliare.

Quindi che soluzioni si aspetta da parte sua ai grandi temi che ci pone l'attualità?
I grandi temi non li risolverà la Meloni. Contrariamente a quello che lei dice, cercando di riportare tutto nell'alveo di un Paese, i problemi che ci opprimono non possono essere risolti da uno Stato solo. Pensiamo al riscaldamento del pianeta o alla guerra in Ucraina: o li risolviamo tutti insieme o non si risolveranno. Il nazionalismo e il sovranismo, di tutte le affermazioni della Meloni, è quello più destinato a essere sconfitto: ma non dalla politica, bensì dal progresso tecnologico. Che ci consente di comunicare, di parlare e di vederci dall'Australia alla California. Dunque, dove stanno più i confini nazionali?

Eppure, su altri aspetti è probabile che l'azione governativa interverrà.
Certo, altre cose le potrà fare, non c'è dubbio. E le farà, perché dal suo libro si evince un carattere fortissimo. D'altra parte, una ragazza giovane che prevale in un partito maschilista deve avere sicuramente una capacità strepitosa.

Professore, lei ha messo anche in luce come la vittoria del centrodestra riporti in auge la politica dopo troppi anni di ammucchiate, di governi di grande coalizione e di emergenza.
Questo è un risvolto positivo, non voluto, di questo governo. L'unione delle tre destre, cioè Fdi, Lega e Forza Italia, costringerà le tre sinistre a unirsi anch'esse, o quantomeno a marciare parallelamente: parlo di Pd, M5s e sinistra radicale. Saranno costrette a rivedere completamente i loro programmi, a dismettere la pigrizia mentale e i bizantinismi e finalmente a darsi identità e visioni del mondo chiare. E poi confrontarsi tra di loro, marciare separati per poi presentarsi insieme alle elezioni. Visto che non penso che cambieranno la legge elettorale, che ha giovato alla destra in queste elezioni e gioverà loro anche alle prossime.

Ciò che cosa comporterà?
Tenga presente che, quando ci sono tre destre o tre sinistre, almeno una delle tre è estremista. Questo significa che dopo un papocchio come il governo Draghi, in cui erano quasi tutti in maggioranza, tranne la Meloni e Fratoianni, ora il quadro è ben chiaro.

Non ha citato il centro di Renzi e Calenda.
Perché non contano nulla. Renzi conta soltanto per le sue alzate di testa, con le quali sbanca il gioco. Ma per il resto ci saranno una destra-destra e una sinistra-sinistra, quindi tornerà il conflitto.

Dobbiamo preoccuparci?
Tutt'altro. Questo è un fatto positivo, nella politica, fatta di punti di vista opposti: altrimenti c'è la palude, quindi domina l'economia. Torneremo, insomma, al primato della politica sull'economia, del conflitto sulla stagnazione. Naturalmente il conflitto può diventare terrorismo oppure essere una sana dialettica tra punti di vista diversi, che si rispettano a vicenda. In cui chi è al governo governa e gli altri criticano, ma tutto qui.

Quindi il Pd e il M5s hanno sbagliato a non presentarsi insieme alle elezioni?
Sì, perciò hanno perso. Questo è stato l'errore tattico di Letta, che sta pagando caro. Ha annunciato l'unione per tre anni e poi all'ultimo momento si è sfilato. E dire che poteva pure farcela...