15 agosto 2022
Aggiornato 17:30
L'intervista

Fracassi: «La guerra contro Putin non è iniziata a febbraio, ma dieci anni fa sui media»

Il giornalista Franco Fracassi, autore con il padre Claudio del libro «Sotto la notizia niente», racconta al DiariodelWeb.it il ruolo che l’informazione sta giocando nel conflitto

Il Presidente russo, Vladimir Putin
Il Presidente russo, Vladimir Putin Foto: Sputnik

La guerra in Ucraina non è combattuta solo a suon di missili e di carri armati, ma prima ancora attraverso i mezzi d’informazione nazionali e internazionali. La comunicazione e la propaganda sono diventati strumenti strategici al servizio del conflitto, oggi come ieri: una tendenza che si può far risalire addirittura alla guerra del Vietnam, quando pure la tecnologia a disposizione era molto più antiquata di oggi. Al DiariodelWeb.it ne parla il giornalista Franco Fracassi autore, insieme al padre Claudio, fondatore del celebre settimanale «Avvenimenti», del libro «Sotto la notizia niente».

Franco Fracassi, a proposito di racconto delle guerre, lei identifica nel conflitto in Vietnam una svolta storica. Perché?
Perché in tutte le guerre precedenti alla stampa era stato permesso di accedere al conflitto. Evidentemente la propaganda esisteva già, ma comunque si combatteva e si vinceva sul campo, con la strategia militare migliore.

In Vietnam non è stato così?
No, quella guerra ha cambiato completamente le cose. Da quel momento in poi i conflitti si sono vinti prima nella testa delle persone e poi sul campo. Anche perché si trattava di guerre a senso unico, in cui era già stato stabilito il vincitore: chi riusciva a convincere i suoi e anche gli altri di essere nel giusto.

La comunicazione è diventata più importante delle armi.
Esattamente. La guerra in Vietnam è stata persa dagli Stati Uniti pur non perdendola. Si sono ritirati, non perché i vietcong avessero conquistato territori, bensì per loro stessa scelta, perché la guerra era diventata insopportabile e nella loro testa era stata già persa. Un cambio totale di significato dei conflitti.

Si è capito quanto la percezione veicolata dall'informazione condizionasse l'esito delle operazioni.
E come accade in campo tecnologico, dove gran parte dei progressi avvengono grazie alla ricaduta di scoperte militari, anche in campo mediatico è avvenuta la stessa cosa. Una volta stabilita una nuova strategia di organizzazione e contenimento dei media, questa ha poi interessato tutta la sfera della nostra vita quotidiana.

E nella guerra in Ucraina questa lezione imparata in Vietnam come viene applicata?
La guerra contro la Russia si è iniziata a combattere da almeno dieci anni, proprio dal punto di vista mediatico e della comunicazione. Il cinema, la televisione, l'informazione, lo sport stanno pompando l'opinione pubblica occidentale contro Mosca.

Si è preparato il terreno nella mente delle persone.
Esatto. Putin era il cattivo anche prima.

Con tutta evidenza, nella criminalizzazione e ridicolizzazione del dissenso c'è stato un salto di qualità a partire dalla pandemia. Come mai?
Per via del terrore generato dal Covid e dell'ignoranza sulla sua natura. Un'ondata di terrorismo, ad esempio, ci è più familiare, è realizzata da esseri umani e ciascuno di noi è in grado di elaborare una propria strategia di protezione, anche individuale. Di fronte ad una malattia, non solo si ha paura, ma bisogna affidarsi necessariamente a qualcuno che ti spieghi di cosa si tratta.

Bisogna sottostare all'autorità.
Qualsiasi essa sia, anche solo quella del tuo medico di base. Questo ha offerto al potere un'occasione unica: non era mai accaduto che un'intera popolazione occidentale gli si affidasse in maniera così fideistica. Quindi hanno potuto fare ciò che volevano.

Nel libro racconta il rapporto tra potere e informazione in tutto il mondo occidentale. Ma esiste una specificità italiana sotto questo profilo?
Sì. Siamo un Paese atipico rispetto al resto del mondo. Ricordo che per tanti anni abbiamo avuto un presidente del Consiglio proprietario dei più importanti mezzi d'informazione. Oggi accusiamo tanto Putin di controllare i media, ma noi italiani dovremmo stare zitti, perché abbiamo fatto molto di peggio. Non solo, ma siamo anche un Paese più attenzionato dal potere, proprio perché diverso dagli altri.

In che senso?
Perché partivamo da una distanza così marcata dal resto del mondo che, nonostante abbiano provato ad ammansirci e cambiarci in tutti i modi, siamo rimasti comunque diversi. Non è un caso che l'Italia sia il Paese della cultura, dell'arte, della storia, perché ha alcune peculiarità.

Ad esempio?
Ha la politica più complicata dell'Occidente, aveva il Partito comunista più forte, la più grande struttura economica pubblica con le imprese di Stato, ha il più grande risparmio privato del mondo, è il quarto Paese industriale del pianeta ma soprattutto grazie alle piccole e medie imprese, è la patria della più grande religione, ovvero quella cattolica. Siamo un Paese strano e per questo motivo anche creativo. Se bisogna creare un mondo massificato e omologato, l'Italia va per forza resettata. Quindi l'attenzione nei nostri confronti è più grande.

Rispetto a qualche decennio fa, oggi Internet rende più facile trasmettere informazioni al di fuori del circuito dei grandi media?
Fino ad un certo punto. Prima c'era una quantità incredibile di giornali indipendenti, che a loro modo facevano circolare le informazioni. Internet ha portato alcuni vantaggi, ma è stato anche il più grande strumento di coercizione della storia dell'umanità.

Che cosa intende?
La Rete non è un luogo libero, ma è controllato da oligopoli che, nei singoli settori, sono quasi monopoli. E sono soggetti totalizzanti, autoritari, liberticidi, invasivi, in spregio della legge degli Stati e della comunità internazionale. Vale solo la legge del più forte, siamo nel far west totale. In più non siamo noi ad utilizzare Internet, è Internet che utilizza noi. Inconsapevolmente, stiamo venendo trasformati mentalmente e omologati. Il web, come tutte le scoperte tecnologiche, ha molte utilità positive, ma sulla bilancia i contro pesano di gran lunga molto dei pro.