24 maggio 2022
Aggiornato 07:00
L'intervista

Golinelli: «Anche l’agricoltura è in crisi, con la guerra i prezzi sono raddoppiati»

L’onorevole Guglielmo Golinelli, deputato della Lega, spiega al DiariodelWeb.it gli effetti del conflitto ucraino sul settore agroalimentare nel nostro Paese

L’onorevole Guglielmo Golinelli, deputato della Lega
L’onorevole Guglielmo Golinelli, deputato della Lega Foto: Facebook

Non c’è solo il caro bollette e il caro benzina: la guerra in Ucraina sta provocando un’impennata anche dei prezzi delle merci agricole. Che, a loro volta, producono un effetto a cascata di aumenti su tutta la filiera alimentare. Un problema in più che si unisce alla crisi economica e che richiederebbe un intervento importante da parte del governo italiano e dell’Unione europea in generale. Al DiariodelWeb.it lo spiega l’onorevole Guglielmo Golinelli, deputato della Lega e segretario della commissione Agricoltura.

Onorevole Guglielmo Golinelli, in che misura sta risentendo il settore agricolo della guerra in Ucraina?
Le faccio una premessa: in economia, quello agricolo viene definito un mercato di «beni a domanda rigida». La sua caratteristica è che a minime variazioni di domanda od offerta corrispondono forti variazioni dei prezzi. Quando viene a calare una quota anche non importante dell'offerta di un bene agricolo, come il grano, il mais o la soia, i prezzi vanno alle stelle.

Quello che sta succedendo oggi, dunque, era un effetto prevedibile.
Questa è una dinamica che si era già vista nel 2008 quando, in concomitanza con la crisi dei mutui subprime americani, la finanza si spostò sulle commodity agricole, di fatto portando a fenomeni speculativi, con incremento dei prezzi.

Quindi la dipendenza dai prodotti russi e ucraini non c'entra?
C'entra in parte, ma l'Italia pesa per percentuali inferiori al 2-3% rispetto alle esportazioni ucraine o russe di frumento, di mais o di soia. Soprattutto è il contesto finanziario internazionale a determinare questa crisi di prezzi, che sono tutti pressoché raddoppiati. Il grano tenero, dai normali 20-25 euro al quintale è arrivato a 40-45. Stessa cosa il mais. La soia è arrivata a 60-65 euro.

E quali sono le conseguenze di questi aumenti?
Per ora l'agroalimentare riesce a tirare avanti, ma è probabile che sul lungo periodo si verificheranno dei problemi. Per timore di questi problemi, l'Ungheria ha già chiuso le esportazioni e altri Paesi hanno minacciato di fare lo stesso. Anche gli operatori privati tengono in accumulo il materiale per vedere come va il mercato. E questo crea volatilità e anche paura.

Qualche esempio?
Abbiamo visto cosa è successo con l'olio di semi di girasole, del quale l'Ucraina è effettivamente uno dei principali produttori mondiali ed è plausibile che ci possano essere delle ripercussioni anche solo per il fatto che non si andrà a raccogliere a causa della guerra. E questo si inserisce in un Paese come il nostro, che praticamente non è autosufficiente in nessuna produzione agricola al di fuori dell'ortofrutta, del comparto olicolo e di quello vinicolo. In tutte le altre materie prime siamo in deficit.

Quindi la strada da percorrere è quella della sovranità alimentare?
Secondo me sì. Qualcuno ne parla in termini europei, perché l'Italia non potrà mai arrivare ad una sovranità completa. Ma a livello di strategie di politica agricola c'è molto da fare e secondo me ci sono ampi margini.

Che cosa si dovrebbe fare?
Primo, negli anni è calato il sostegno all'agricoltura e di conseguenza si è perso terreno, soprattutto nelle zone svantaggiate: gli Appennini, le Alpi e in parte il Centro-Sud Italia. C'è stato uno spopolamento rurale: in trent'anni abbiamo perso il 20% della terra coltivabile. Sicuramente bisognerebbe fare un ragionamento sul ripopolamento di queste zone, pagando chi va a lavorarci. Che a quel punto non svolgerebbe più soltanto una mansione imprenditoriale agricola, ma avrebbe un effetto anche sul presidio del territorio, contro il dissesto idrogeologico e la proliferazione incontrastata di fauna selvatica.

E poi?
C'è un ragionamento da fare su tutto il Centro-Sud Italia, dove in molti casi non c'è accesso alla risorsa idrica. Che permette, ad esempio, di coltivare il mais con una produzione fino a otto volte superiore. Se ho l'acqua posso anche coltivare ortofrutta, altrimenti mi posso limitare a fare frumento, come in molte zone del Meridione. Questo dovrebbe essere un atto conseguente ad un ragionamento di sovranità alimentare: portare l'acqua dove manca.

Invece sembra che la direzione intrapresa dall'Europa sia quella opposta: ridurre la produzione.
Questa era la base di partenza della politica agricola comunitaria 2021-2027. Che non è entrata in vigore nel 2021 e non sarebbe dovuta entrare in vigore neanche quest'anno, adesso si è posticipato l'ingresso al 2023. La speranza è che questa condizione, che accomuna un po' tutti i Paesi europei, faccia aprire gli occhi.

Il motivo che viene addotto a spiegazione della politica europea è la sostenibilità ambientale.
E nessuno lo nega. Ma io parto dal presupposto che l'uso di agrofarmaci, di antimicrobici negli allevamenti o di concimi chimici è un costo. Chi li utilizza lo fa perché è obbligato, non perché ha piacere. Io contesto anche il quadro per cui l'agricoltura sarebbe determinante a livello di emissioni climalteranti: sulla Co2, ad esempio, vale il 7% del totale, in un Paese come l'Italia che vale lo 0,7% globale. Il pianeta va preservato, ma senza compiere scelte dettate dall'ideologia.

Ci sono strade alternative per rispettare maggiormente l'ambiente in agricoltura?
Le nuove tecnologie genetiche rappresenterebbero una grande opportunità per andare verso un'agricoltura maggiormente sostenibile, a livello ambientale ma anche economico dell'impresa. Darebbero la possibilità di ridurre l'uso della chimica e dell'acqua e avere piante resistenti a patogeni, in modo totalmente naturale e senza l'uso della chimica.

La direzione giusta è quella della tecnologia e non della riduzione della produzione, insomma?
Secondo me è così. Agricoltura di precisione e anche agricoltura conservativa, cioè un minor uso dello sforzo meccanico. Cinquant'anni fa si arava a cinquanta centimetri di profondità, oggi al massimo a trenta, ma c'è la possibilità di fare ancora meglio. Questo riduce il consumo di gasolio e le emissioni. Ho dato merito al ministro di aver sbloccato il digestato come concime naturale, in linea con la richiesta dell'Europa di sostituire la chimica. Secondo me la questione della sostenibilità agricola va guardata su un piano più complessivo, non precludendo la produzione di cui, come abbiamo visto, c'è bisogno.