24 maggio 2022
Aggiornato 08:30
L'intervista

Butti: «La crisi energetica nasce da lontano. E le misure del governo non bastano»

Al DiariodelWeb.it l’onorevole Alessio Butti, di Fratelli d’Italia, spiega le cause dell’esplosione del costo dell’energia e le responsabilità della politica che non le ha affrontate

L'onorevole Alessio Butti, Deputato di Fratelli d'Italia
L'onorevole Alessio Butti, Deputato di Fratelli d'Italia Foto: Facebook

Prezzi delle bollette esplosi oltre ogni livello di guardia, il carburante che alla pompa sfiora i 2,5 euro al litro. La situazione del mercato energetico si è fatta davvero preoccupante, tanto per le imprese quanto per le famiglie italiane. Colpa della guerra tra Russia e Ucraina, certo, ma non solo. Attenzione, infatti, a legare questa crisi solamente al conflitto, perché le cause in realtà vengono da molto lontano. E la politica nazionale e continentale si porta addosso la grossa responsabilità di non averle affrontate quando c’era ancora il tempo di risolverle. Al DiariodelWeb.it lo spiega l’onorevole Alessio Butti, deputato di Fratelli d’Italia.

Onorevole Alessio Butti, in aula ha dichiarato che la crisi energetica che stiamo vivendo fosse prevedibile e forse anche evitabile. Quali sono le cause profonde che erano già evidenti ma sono state sottovalutate?
La Russia aveva già dato segnali preoccupanti sulle forniture di gas negli ultimi mesi del 2021. Il costo del carburante era in costante ascesa, indipendentemente dalla guerra in Ucraina. Il mondo delle grandi imprese, per intenderci, quelle che non devono affidarsi al ministro degli Esteri per avere informazioni in materia energetica, manifestava da tempo le proprie preoccupazioni. Qualsiasi paese serio avrebbe considerato il combinato disposto tra le tre circostanze e si sarebbe predisposto nel modo migliore per affrontare la questione.

Sotto quali aspetti la politica energetica italiana ed europea si è rivelata deficitaria in questi decenni?
Parlo a titolo personale, l'Italia ha chiuso frettolosamente con il nucleare per chissà quali timori, visto che Francia e Svizzera producono energia nucleare. E se la Svizzera ha stabilito ancora qualche lustro di vita per le attuali centrali, la Francia ha recentemente investito in rinnovabili ma anche nel nucleare. L'Italia poi si è affidata ad un referendum per le trivelle in Adriatico, vedendo drasticamente ridotta la produzione di gas, e fortunatamente non sono stati ascoltati i 5 Stelle, sciagurati in politica industriale, altrimenti non avremmo nemmeno il Tap. In questo sono rivelate deficitarie la politica italiana e quella europea. Ci siamo abbandonati ad una dolce miopia che ci sta inchiodando alla più perfida delle crisi energetiche di sempre.

La dipendenza dalla Russia ci pone in una posizione ancora più delicata, in questa fase di conflitto. Anche questo è stato un errore strategico, che da economico rischia di diventare politico?
Assolutamente sì. La politica energetica va di pari passo con quella estera. Le pare che uno come Di Maio abbia acume sufficiente per occuparsi della questione?

L'adozione delle fonti energetiche rinnovabili è stata eccessivamente lenta e tardiva finora?
Sì, questo è fuor di dubbio, ed è un problema europeo prima ancora che italiano. Prima abbiamo atteso che i problemi del clima imponessero l'adozione di date perentorie per sviluppare le rinnovabili, poi abbiamo perso tempo in convegni e simposi, ultimo in ordine di tempo il Cop 26, per definire strumenti e politiche per rispettare queste date. Alla fine abbiamo capito che ognuno farà un po' come gli pare.

Lei ha sottolineato come la transizione ecologica sia un processo molto più lungo e doloroso da realizzare di quanto si pensi. Di quali difficoltà il governo non si rende conto?
Ora c'è un ministro della Transizione ecologica con deleghe e poteri straordinari, che almeno sa di cosa parla. Fino a qualche mese fa al ministero dell'Ambiente c'era un ex generale: brava persona, ma totalmente inadeguato al ruolo. Questo governo è assolutamente consapevole dei problemi e delle difficoltà, è la maggioranza che lo sostiene che persegue obiettivi folli, in particolare i 5 Stelle.

Quali sono i costi economici e sociali che comporterebbe un così drastico cambiamento delle politiche industriali nel Paese?
Le faccio un esempio per farle capire perché le transizioni vanno gestite sapientemente e governate. Se in Europa non produrremo più motori endotermici, entro il 2035, avremo un milione di disoccupati. Se invece approcceremo il tema coinvolgendo i mercati nazionali, europei e globali nella transizione verso l'auto elettrica o a guida autonoma, facendo convergere tre componenti essenziali dello sviluppo industriale e digitale e cioè l'energia, le telecomunicazioni e l'automotive potremo generare 15 milioni di posti di lavoro entro il 2050. Certo, dovremo pensare alla formazione, alla riconversione, allo sviluppo delle nuove tecnologie: questo significa gestire le transizioni.

Quali misure sarebbero necessarie da parte dell'esecutivo per mitigarne gli effetti?
Il problema è strutturale, quindi siamo in ritardo. Ora il governo con vari decreti sta buttando soldi dalla finestra per abbassare le accise di 25 centesimi al litro sui carburanti. Pannicelli caldi.

Ci potrebbero essere le condizioni, o addirittura la necessità, di riaprire il discorso per il nucleare?
Prima o poi dovremo pensarci seriamente. Non troverei scandaloso, al momento, proporre alla Francia un patto industriale di compartecipazione sulle sue centrali per potere ottenere energia a costi calmierati.