2 dicembre 2021
Aggiornato 05:00
L'intervista

Scalfi: «Tutti gli errori del governo nella gestione della pandemia nelle scuole»

Laura Scalfi, direttore generale dell'istituto Veronesi e del liceo Steam International, racconta al DiariodelWeb.it due anni di pandemia nelle scuole e nelle università

Aula scolastica al tempo del Covid
Aula scolastica al tempo del Covid ANSA

Fra i settori più impattati dalla pandemia va sicuramente annoverato quello dell'istruzione. In mezzo a chiusure, lezioni a distanza, banchi a rotelle e green pass, gli studenti e i docenti hanno dovuto affrontare quasi due anni di disagi che, in parte, non sono ancora del tutto risolti. Mentre ci si chiede se e come i miliardi del Pnrr potranno aiutare realmente il miglioramento delle scuole e delle università italiane. Il DiariodelWeb.it ha fatto il punto con la professoressa Laura Scalfi, direttore generale dell'istituto G. Veronesi e del liceo Steam International.

Professoressa Laura Scalfi, che giudizio può dare della gestione della pandemia da parte del governo sul fronte della scuola e dell'università?
La dividerei in fasi. La prima è quella emergenziale: i disastri che ha prodotto sono sotto gli occhi di tutti, ma trovo anche degli alibi che assolvono parzialmente il governo. È capitata una catastrofe di fronte alla quale molti si sono trovati impreparati, con i mezzi, le tecnologie, la formazione dei docenti. Quindi è andata male, ma con il senno di poi siamo tutti capaci a dirlo.

C'erano delle attenuanti oggettive, insomma.
Esatto. Invece, secondo me, non hanno giustificazione i ritardi che abbiamo accumulato nella fase successiva, quella del settembre 2020. Sono mancate una programmazione generale nei trasporti, nella messa a norma delle aule, nella fornitura di dispositivi agli studenti, nella formazione dei docenti poco avvezzi all'uso delle tecnologie. La storia delle forniture delle mascherine e dei banchi a rotelle sono salite ormai agli onori della cronaca. Mi viene da bocciare l'approccio del governo, che è stato molto casuale, fatto di editti, di annunci e di specchietti per le allodole, ma di pochi interventi strutturali. Le scuole si sono trovate impreparate, in molte Regioni non hanno aperto e anche l'anno scorso è stato pesante per la perdita di competenze e per i disagi.

Anche oggi questi disagi permangono?
No, quest'anno ho notato un approccio più pragmatico, lucido e razionale. La campagna vaccinale ha funzionato, si è tenuta la barra dritta rispetto alle preoccupazioni dei docenti che volevano ancora la Dad o chiedevano di mantenere le distanze, si sono analizzati i dati e si è appurato che la scuola non è luogo di diffusione del contagio se vengono rispettate le norme di sicurezza e di prevenzione. I nodi dei trasporti e delle mense restano sempre critici, ma dipende dalle Regioni e dai contesti. Mi sembra già un buon risultato che gli studenti vadano a scuola al 100%.

Anche perché la Dad, oltre a porre problemi di aggiornamento tecnologico per i docenti, non può equivalere all'educazione in presenza per gli studenti.
La scuola è anche costruzione di una relazione tra pari e con i docenti. È scambio, che non può essere limitato ad un monitor, di fronte al quale spesso si scambia la didattica a distanza per una videolezione. Già c'è stato lo sforzo di collegarsi, ma ci si è cullati nell'idea che quella modalità sostituisse la metodologia di fare lezione. A distanza non è la stessa cosa e non si ottengono gli stessi risultati. Molti docenti sono tuttora impreparati a fare lezione online in modo più veloce, accattivante, coinvolgente. Noi abbiamo preparato un'app anche per monitorare le reazioni di stress e stanchezza che si verificavano stando davanti ad un video. Sicuramente gli studenti hanno patito, anche per essere stati privati della socialità: questo ha impattato sull'equilibrio psicofisico e ha aumentato i casi di disagio.

Voi avete sperimentato soluzioni diverse di approccio alla pandemia: ci sono esperienze che avete fatto e che possono insegnare qualcosa a livello nazionale?
Intanto siamo una scuola che fa sempre molta formazione ai docenti: dalle 70 alle 100 ore all'anno. Poi investiamo sul mezzo tecnologico: avevamo Pc e connessioni da dare in comodato gratuito a tutti. Da questo punto di vista eravamo avvantaggiati, ma perché avevamo un modo di concepire e di vivere la scuola che viene da lontano. Inoltre ci siamo presi a cuore la salute dei colleghi e degli studenti, pagando tamponi gratuiti periodici e test sierologici per monitorare le positività sommerse. Quindi non abbiamo avuto casi di persone che, prese dall'ansia di essersi contagiate, si sono messe in malattia. Abbiamo adottato sistemi di areazione meccanica, mascherine Ffp2 gratuite per tutti, sanificazione costante. Abbiamo articolato gli ingressi in modo scaglionato, attivato più laboratori, modulato gli orari cambiandoli ogni settimana per poter portare i ragazzi a scuola il più possibile. Insomma, il nostro investimento economico sulla prevenzione del Covid ha pesato molto, ma ci è sembrato doveroso.

Questo dimostra che, con una maggiore pianificazione che ci poteva essere anche a livello nazionale, si sarebbero potuti quantomeno ridurre i disagi.
Il limite è stata la rigidità del contratto nazionale, che a molti dirigenti non ha permesso di articolare e cambiare gli orari con una certa frequenza. Noi abbiamo convocato un collegio docenti, ci siamo guardati tutti negli occhi e ci siamo chiesti che cosa potessimo fare per rendere questa situazione la meno difficile possibile per i nostri studenti. C'è stato un forte patto tra noi lavoratori, le famiglie e i ragazzi. I fruitori della scuola dovrebbero avere il massimo dell'attenzione: invece, purtroppo, spesso nei tavoli sulla scuola si parla poco di studenti.

Ora ci sono anche i fondi del Pnrr da spendere, anche sull'istruzione. Che cosa potrebbe fare il ministro Bianchi per investirli al meglio?
I fondi, le attrezzature e gli edifici sono importanti. Per esempio: oggi la riforma introduce giustamente l'insegnamento dell'educazione fisica in quarta e quinta elementare, ma in Italia abbiamo tante scuole sprovviste di palestra. Si applica il tempo pieno, ma negli istituti in cui manca la mensa diventa un problema. Però io credo che si può costruire la struttura più bella del mondo ma, se non si investe sul capitale umano, rimane una cattedrale nel deserto. Per esempio non si trovano docenti nelle materie tecnico-scientifiche: le graduatorie sono esaurite, i posti vacanti. Se non si pensa ad un sistema di reclutamento diverso da questo, che produce ogni giorno nuovi precari, allora tutte queste risorse non sono accompagnate da riforme organizzative. Mi sembra che manchi questo sforzo.