28 settembre 2021
Aggiornato 19:00
L'intervista

Gibilisco: «Perché noi professori universitari siamo contro il green pass»

Al DiariodelWeb.it parla Paolo Gibilisco, professore universitario, tra gli ideatori dell'appello dei docenti contro l'imposizione del green pass nelle università italiane

Gibilisco: «Perché noi professori universitari siamo contro il green pass»
Gibilisco: «Perché noi professori universitari siamo contro il green pass» ANSA

Ha scatenato un piccolo terremoto l'appello pubblico, firmato da centinaia di docenti, contro l'obbligo del green pass nelle università. Il documento ha fatto rumore, anche per via della presenza tra i firmatari di volti noti come il professor Alessandro Barbero, storico e divulgatore televisivo. Ed è stato accolto con repliche sdegnate da parte delle istituzioni. Il DiariodelWeb.it ha intervistato il professor Paolo Gibilisco, docente di Matematica all'Università di Tor Vergata, tra gli ideatori dell'appello in questione.

Professor Paolo Gibilisco, che cosa vi ha spinto a lanciare questo appello?
Personalmente mi sono interessato al tema dell'obbligo vaccinale ormai da molti anni. Adesso la situazione è precipitata. Stiamo assistendo ad una deriva antidemocratica, nella sostanza, che usa come pretesto il problema sanitario. Quando questa deriva ha impattato concretamente gli studenti, il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario e i docenti, ci siamo sentiti con quattro o cinque colleghi e ci siamo detti che dovevamo fare qualcosa per salvare l'onore dell'università. Da qui siamo partiti per dire che siamo contro il green pass.

Per quale motivo siete contrari?
Perché è inefficace dal punto di vista sanitario e totalmente fuori dalla sostanza della Costituzione. Al di là di qualsiasi sentenza che può produrre la Corte costituzionale: qui non stiamo facendo gli azzeccagarbugli. L'idea di distinguere tra cittadini di serie A e di serie B è quanto di più alieno alla Carta.

Voi avete messo per iscritto che ritenete il provvedimento «discriminatorio» a tutti gli effetti.
Assolutamente sì. Mi ha profondamente commosso il fatto che tra i firmatari ci siano molti docenti vaccinati. Questa non è una battaglia tra vaccinati e non vaccinati. Duole vedere le più alte istituzioni della Repubblica che cercano di creare questa divisione. La nostra è una battaglia di libertà: i cittadini che compiono scelte sanitarie diverse rivendicano per tutti i diritti e l'accesso ai servizi fondamentali. Come l'università.

Vi hanno bollati come no vax, negazionisti, complottisti.
Non ci facciamo mettere addosso etichette riduttive. Chiunque usa questi termini non ha argomenti per il dibattito. I no vax non esistono. In questi giorni ho parlato nelle piazze: a Viterbo, a Foligno, davanti agli studenti della Sapienza. E non ho trovato nessun no vax. Non esistono persone che curano le fratture scomposte con i fiori di Bach: abbiamo di fronte cittadini spaventati e turbati, che sono stati insultati e denigrati perché hanno dubbi su quale sia la migliore cura per se stessi. Nessuno vuole imporre niente agli altri: i vaccinati sono nostri amici, parenti, colleghi.

Si aspettava che aderissero così tanti docenti al vostro appello?
Onestamente no. Ci sono precedenti storici sciaguratamente illustri. La nostra soddisfazione è immensa: sia per i numeri, sia perché anche qualche collega esposto mediaticamente per la propria attività di divulgazione, penso al professor Barbero, ha deciso di correre un rischio. In questo momento assistiamo a dichiarazioni violente, alcune nella forma, altre nella sostanza, che producono terrore nella popolazione.

A che cosa si riferisce?
Purtroppo, al presidente Draghi. Il premier non può, in conferenza stampa, fare affermazioni palesemente non vere e che generano divisione. Quando ha detto «se non ti vaccini, ti ammali e muori», suggerendo una causalità tra questi tre eventi, secondo me ha prodotto un effetto terribile. Ha terrorizzato le persone che non si sono vaccinate, facendo loro credere che sarebbero incorsi in una grave malattia mortale: e questo è falso dal punto di vista medico e scientifico. E ha terrorizzato anche tutti gli altri, suggerendo direttamente che i non vaccinati siano un gruppo di untori che portano alla morte se stessi e fa correre rischi a chi sta loro vicino. Questo non è un modo serio di affrontare il problema, dal punto di vista sanitario e politico. È un messaggio devastante.

Ora che sono centinaia i professori universitari a metterci la faccia, però, diventa difficile banalizzare le posizioni dei dissidenti, riducendoli ad una manciata di pazzi disinformati.
Eppure stiamo continuando ad assistere a reazioni scomposte. E, mi duole dirlo, anche da parte della conferenza dei rettori, la Crui. Il rettore del Politecnico di Milano, che ne è a capo, ha fatto un'affermazione abbastanza grave: «L'università è a fianco del governo». Quest'idea è incredibile, fa paura. Gli ricordo che noi siamo servitori dello Stato, non del governo. E che l'università non è a fianco del governo, ma del dubbio scientifico, della ricerca inesauribile della verità.

La scienza dovrebbe accogliere i dubbi, non respingerli.
Infatti noi siamo all'interno della tradizione scientifica, quando rivendichiamo piena libertà di critica e di espressione del dubbio. La scienza non è qualcosa in cui si ha fiducia. Io ho sentito il professor Bassetti, ad un recente incontro a Sutri alla presenza dell'onorevole Sgarbi e del sottosegretario Sileri, affermare testualmente che il premio Nobel Montagnier è «un rinc...ionito», senza che ci fosse una reazione. Come si fa a fare un dibattito scientifico in questo modo? O se i medici che sollevavano dubbi, già nel caso della legge Lorenzin, venivano radiati? Se si hanno degli argomenti, si continua a parlare con i propri interlocutori, non li si radia né li si insulta.

Avete ricevuto contatti dalla politica o dal governo?
No, attualmente nessuno. Abbiamo ricevuto risposte indirette sui giornali, a cui ribatteremo nel merito. Nessun partito politico ci ha contattati, tantomeno i membri del governo.

Quali risultati vi aspettate di ottenere?
La nostra è una battaglia di lunghissimo periodo, ne siamo consapevoli. Ma non ci pieghiamo. Riteniamo nostro dovere essere un messaggio nella bottiglia per le prossime generazioni. E rivendichiamo con orgoglio di essere coloro che, di fronte ad una discriminazione ingiustificata, irrazionale e antidemocratica, hanno avuto il coraggio di dire di no. Abbiamo paura di quello che sta succedendo, ma non abbiamo alternative.