20 giugno 2021
Aggiornato 18:00
L'intervista

Totaro: «Così ho curato il Covid, salvando la vita a centinaia di pazienti»

Il dottor Salvatore Totaro è uno dei medici scesi in piazza a Roma per chiedere il riconoscimento delle cure domiciliari. Ecco che cosa ha detto al DiariodelWeb.it

Totaro: «Così ho curato il Covid, salvando la vita a centinaia di pazienti»
Totaro: «Così ho curato il Covid, salvando la vita a centinaia di pazienti» Pixabay

Mentre gli Stati, l'Organizzazione mondiale della sanità e la stragrande maggioranza della comunità scientifica continuano ad affidare la soluzione della pandemia da coronavirus unicamente alle vaccinazioni, c'è un gruppo di medici che ha dimostrato di riuscire a curare il Covid-19, salvando migliaia di vite. Peccato che nessuno li prenda in considerazione. Sabato scorso sono scesi in piazza del Popolo, a Roma, per chiedere al ministero della Salute di promuovere le terapie domiciliari. Tra di loro c'era anche il dottor Salvatore Totaro, medico di medicina generale, clinico internista e cardiologo di Messina, che ha parlato ai microfoni del DiariodelWeb.it.

Dottor Salvatore Totaro, sabato a Roma lei, con altri medici e cittadini, è sceso in piazza per chiedere che il coronavirus possa essere curato precocemente in casa.
È stata una giornata dal forte spirito partecipativo. Volevamo dare visibilità ad un'associazione di grande rilievo umano, professionale e soprattutto sociale. Un medico non può dare spazio alla mediocrità: deve essere al massimo della qualità e della disponibilità verso il paziente. Noi siamo al loro servizio. Non a caso, dal palco abbiamo declamato anche le frasi del nostro giuramento. Le coercizioni e le volontà altrui non devono interferire.

Mi viene in mente il famigerato protocollo ministeriale per la cura del Covid-19. Quello ha rappresentato un ostacolo al vostro lavoro?
Sì, è stato un impedimento a svolgere un'attività professionale dettata da scienza e coscienza. Quando un paziente ti chiede aiuto, non puoi rispondergli di aspettare. Né di prendere una medicina che si riconosce insufficiente a bloccare il sintomo e l'evoluzione della malattia.

«Tachipirina e vigile attesa», comandavano dal Ministero.
Sono due elementi che non risolvono il problema assistenziale. Dare la tachipirina ad un soggetto che inizia ad avere febbre o dolori muscolari non ha senso. Il nostro organismo alza la temperatura quando entra un virus, sapendo che esso sopravvive tra i 37,2 e i 37,4 gradi, per ostacolare la sua crescita e la sua replicazione. Quindi abbassare la temperatura, in realtà, mette in difficoltà il paziente.

Lei, invece, che tipo di cure ha adottato?
Noi non abbiamo un protocollo, ma uno schema terapeutico. Conoscendo l'azione del virus, la fronteggiamo. Io uso un'immagine: se vedo un ladro che entra in casa, non mi fermo a guardarlo, ma lo blocco e lo respingo sulla porta. Il virus entra come un drago, lancia fiamme, cioè crea un'infiammazione. Ma, per arrivare alle nostre cellule, si serve di un batterio che lo trasporta, come un taxi.

Quindi come si reagisce?
La prima carta da giocarsi è quella degli antinfiammatori, non degli antipiretici o degli antidolorifici. Quindi, ad esempio, usiamo l'ibuprofene, l'idrossiclorochina, la colchicina, la nimesulide, l'acido acetilsalicilico. Tutti questi vanno utilizzati ad alti dosaggi. Poi ci sono delle altre molecole, come l'ivermectina, che si usano poco: perché sono difficili da reperire ma anche perché i canoni ministeriali, in un certo senso, tendono a bloccarle. Poi, in supporto, utilizziamo l'antibiotico, per fermare i batteri che trasportano il virus.

Con queste medicine lei che risultati ha ottenuto?
Ormai mi avvicino a trecento pazienti che non hanno mai avuto problemi e non ho dovuto ricoverare, nemmeno ai livelli più alti dell'espressione della malattia. Fortunatamente non ho avuto nessuna perdita. La nostra è una medicina basata sull'evidenza: quello che abbiamo provato sui nostri pazienti ha funzionato e si può replicare. Non abbiamo fatto altro che farlo sapere.

Lei dimostra che il Covid si può curare. Per quale motivo, allora, non solo la politica ma anche le istituzioni sanitarie continuano a indicare come unica soluzione il vaccino?
Entrando in questo tunnel non si vede più la luce. Noi ci affacciamo al paziente per curarlo e tirarlo fuori dall'angoscia. Invece l'orientamento prevalente è quello di lanciare i vaccini, che sono del tutto sperimentali. Sicuramente andranno a fare un gran bene, ma non sappiamo quando, perché la sperimentazione la stiamo facendo dal vivo, non l'abbiamo fatta fare alle case farmaceutiche nei tempi giusti. La cosa più assurda è che all'università ci insegnavano che non si può vaccinare in caso di pandemia ed epidemia.

Perché?
Perché si mescola il virus con il siero sperimentale e questo è un paradosso. E così il virus, che si è fatto notare ed è stato agganciato dai vaccini, ha cambiato aspetto, ha creato le varianti. Che, naturalmente, sono più evidenti proprio da quando si è cominciato a vaccinare. La prima nazione a vaccinarsi è stata l'Inghilterra e la prima variante è stata quella inglese.

Eppure si è voluto puntare tutto proprio su questo vaccino. Come diceva Andreotti: «A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca».
Ed è esattamente questo che è avvenuto. Guarda caso, abbiamo dato spazio solo a sieri sperimentali o a Rna, usandoli per la prima volta nel mondo. Se si usa una cosa per la prima volta, non la si può globalizzare. È come se prepari una torta che non hai mai fatto prima: non inviti mille ospiti e gliela servi.

Prima la assaggio e vedo come va.
Invece, le case produttrice di questi sieri si sono deresponsabilizzate. Io non nego il valore dei vaccini, non li ho mai osteggiati: anzi, nel mio studio sono un assoluto vaccinatore. Però le leggi europee non avrebbero approvato i sieri se fosse emerso che la malattia era curabile. Questo ha comportato la sostanziale e legalizzata non accettazione delle cure: perché cadrebbe tutta l'impalcatura delle vaccinazioni.