21 settembre 2021
Aggiornato 03:00
L'intervista

Maruotti: «I dati sulla pandemia sono inaffidabili, il governo decide sull'emotività»

Il professor Antonello Maruotti, ordinario di Statistica alla Lumsa, evidenzia al DiariodelWeb.it l'inaffidabilità dei dati usati dal governo per prendere decisioni

Il Ministro della Salute, Roberto Speranza
Il Ministro della Salute, Roberto Speranza ANSA

I dati che il governo utilizza per decidere le misure restrittive, primo fra tutti il famigerato indice Rt, sono inaffidabili. E, dunque, ne discende che tutte le limitazioni decise in questi ultimi mesi, compreso il più recente lockdown nel periodo pasquale, non si possono ritenere giustificate da basi scientifiche. È una vera e propria bomba su tutta la gestione politico-sanitaria della pandemia da parte delle istituzioni quella sganciata dal professor Antonello Maruotti, ordinario di Statistica all'università Lumsa. Il DiariodelWeb.it lo ha raggiunto per comprendere gli appunti che eleva ai modelli adottati per studiare la diffusione del Covid-19.

Professor Antonello Maruotti, lei ha messo in luce come, a livello statistico, la scelta politica di fare affidamento sull'indice Rt sia scorretta. Come mai?
L’indice Rt non è una quantità osservata, ma stimata sulla base di un modello. Le stime che si ottengono sono accompagnate da misure di incertezza, che nel caso di alcune Regioni sono molto ampie, rendendolo inutilizzabile. Inoltre, come per tutti i modelli, le stime ottenute sono valide solo se le assunzioni alla base del modello sono verificate, altrimenti perdono di qualsiasi valore. Ecco, queste assunzioni non vengono verificate. La rivista Nature aveva messo in guardia dall’uso improprio di Rt già a luglio 2020. Con i colleghi Massimo Ciccozzi e Fabio Divino, abbiamo anche spiegato sul Journal of Medical Virology i limiti metodologici-statistici legati all’uso improprio di Rt nel sistema di sorveglianza italiano.

Come si potrebbe verificare la correttezza di questi indicatori e come mai questo non viene fatto?
La qualità dei dati a disposizione non è sempre adeguata. Ad esempio, nel caso della stima di Rt, abbiamo già avuto esempi in cui l’assenza della data di inizio sintomi ha portato ad aggiustamenti successivi dell’indice Rt stimato. È sempre più evidente come sia fortemente necessario offrire un supporto competente per una raccolta di dati ispirata a criteri di qualità ed integrare informazioni disponibili sulla base di criteri statistici che tutelino tale qualità. C’è molta eterogeneità nella raccolta dei dati e, spesso, mancano le competenze adeguate a una loro corretta analisi. Così ci ritroviamo a prendere decisioni su dati non sempre affidabili. È necessario che le informazioni siano accessibili alla comunità scientifica. Riprodurre le basi quantitative delle decisioni istituzionali è di fondamentale importanza per garantire la trasparenza. Devono essere trasparenti le modalità con cui vengono definiti e costruiti gli indicatori e i criteri per determinare le decisioni finali. Solo così la comunità scientifica può essere messa in grado di valutare le metodologie usate e valutare ex post, in modo quantitativo e rigoroso, gli effetti delle decisioni.

Quali sarebbero degli altri dati più affidabili che i decisori potrebbero prendere a modello per definire i rischi?
Il sistema di sorveglianza raccoglie venti indicatori che, analizzati con le metodologie adeguate, dai metodi di classificazione agli indicatori compositi, possono fornire informazioni tempestive sull’andamento reale dell’epidemia. Ovviamente, l’incidenza (al netto delle diverse politiche sui tamponi) e la pressione sul sistema sanitario sono il cardine di questi indicatori.

Ritiene che aver imposto una zona rossa generalizzata nel periodo prima e durante la Pasqua sia una decisione non giustificata dall'andamento della pandemia?
Ritengo che ad un anno dall’inizio della pandemia non possa essere solo il lockdown, più o meno duro, l’unica soluzione in momenti di criticità. Tanto più che l’epidemia evolve in modo molto diverso sul territorio nazionale, non solo tra le Regioni, ma anche all’interno delle singole Regioni. Le chiusure generalizzate, decise a priori come quella nel periodo pasquale, sono il segnale evidente di una incapacità di gestione e di controllo dell’epidemia.

Il governo ha deciso di chiudere in maniera prioritaria alcune realtà come le scuole, i teatri, i cinema, i ristoranti. Ma esistono dei dati reali sulla pericolosità di contagio in questi luoghi?
Purtroppo, la carenza di dati è evidente. Si prendono decisioni dettate dall’emotività, o peggio su informazioni parziali o correlazioni spurie. Questo è inaccettabile. Decisioni fondamentali come queste necessitano dati (di alta qualità), metodologie appropriate e competenze specifiche adeguate.

Dal punto di vista statistico, qual è il livello di rischio che si può definire rispetto ai vaccini? E, se lo si confronta con la mortalità media del Covid-19, si può pervenire ad un rapporto tra rischi e benefici che ci indichi la necessità di vaccinare la popolazione?
Con il conforto della statistica, è possibile dire che il rapporto rischio-beneficio è a favore del vaccino. La probabilità di essere infettati, sviluppare una sindrome severa o morire a causa del Covid-19 è attualmente molto più alta di quella degli eventi avversi osservati. Che, è bene ricordarlo, si presentano anche nella popolazione non vaccinata, al momento anche con frequenza maggiore. La campagna vaccinale potrà presto riprendere a pieno ritmo.