26 febbraio 2021
Aggiornato 02:00
L'intervista

Bianchini: «Aprire subito i ristoranti a cena, altrimenti scatta lo sciopero fiscale»

Paolo Bianchini, Presidente del Movimento Imprese Ospitalità, lancia al DiariodelWeb.it il grido d'allarme del settore della ristorazione e dell'enogastronomia

Bianchini: «Aprire subito i ristoranti a cena, altrimenti scatta lo sciopero fiscale»
Bianchini: «Aprire subito i ristoranti a cena, altrimenti scatta lo sciopero fiscale» ANSA

Tra i settori più martoriati dalla crisi coronavirus c'è di sicuro quello della ristorazione. Che continua ad essere soggetto a misure restrittive francamente incomprensibili, rispetto all'effettivo rischio di contagio nei locali, a tal punto da mettere a rischio la sopravvivenza di migliaia di imprese e di decine di migliaia di posti di lavoro. A lanciare al DiariodelWeb.it il grido d'allarme del settore è Paolo Bianchini, Presidente del Movimento Imprese Ospitalità, che raggruppa migliaia di imprenditori del settore enogastronomico in tutta Italia.

Paolo Bianchini, da questa settimana buona parte d'Italia è in zona gialla. Un primo passo, che però non può essere soddisfacente per voi.
Assolutamente no. Ci sono ristoranti che fanno appena sei-otto coperti durante la settimana: così è inutile, si ammucchiano soltanto spese e debiti. Non tutti hanno la fortuna di stare in zone ricche di uffici: i locali nelle vie laterali o meno frequentate sono tutti vuoti. In questo momento in cui non abbiamo più incassi, tanti di noi a pranzo nemmeno aprono perché hanno capito che farebbero solo debiti, quindi i nostri lavoratori rimangono in cassa integrazione.

Dunque che cosa chiedete al governo?
Il nostro obiettivo è quello di riaprire a cena. Anche perché, a tutt'oggi, non si è ancora capito perché a cena non si possa fare quello che si fa a pranzo. Hai voglia a dire che alla sera si è più predisposti a lasciarsi andare. Se io posso fare trenta coperti, quelli faccio a pranzo come a cena. A quel punto subentra il tema dei controlli: siccome lo Stato non è in grado di farli, ammazza un'economia.

Altrimenti, se non vi sarà permesso di aprire a cena, avete annunciato la disobbedienza civile.
Da lunedì scorso abbiamo iniziato lo sciopero fiscale. E mercoledì abbiamo comunicato l'azione legale per bloccare i tributi non dovuti: ci hanno fatto pagare l'insegna, il canone Rai, la quota Inps della gestione separata dei commercianti, nonostante siamo rimasti chiusi per mesi. E, se non li paghiamo, non abbiamo il Durc regolare, quindi non possiamo fare servizio alle aziende pubbliche.

D'altra parte, a livello scientifico non è stato affatto dimostrato che i ristoranti o i bar siano effettivamente luoghi ad elevato rischio di contagio.
Non solo. Questa chiusura alle 18 è stata introdotta dal Dpcm del 25 ottobre, che prende spunto dal verbale del Comitato tecnico scientifico del 17 ottobre. Il giorno successivo io incontrai Conte a palazzo Chigi e lui mi disse che aveva avuto indicazione di stringere le maglie rispetto alle aperture serali. Quarantacinque giorni dopo il verbale è stato desecretato e ne sono venuto in possesso. E lì c'è scritto tutto il contrario.

Si legge, testualmente, che il Cts «rimarca il rigoroso rispetto e controllo (...) delle norme attualmente in vigore» e la «coerenza della limitazione già prevista dalle raccomandazioni vigenti». Insomma, andavano bene le regole già previste in precedenza.
Distanziamento, tracciamento dei clienti con il numero di telefono, igienizzazione... Le stesse misure previste per il pranzo, con il vincolo di coperti autorizzati per il nucleo domestico. Questo diceva il Comitato: non che dobbiamo chiudere a cena. Allora, o il Cts va bene sempre, o non va bene mai. Il governo ha preso una decisione unilaterale e politica di chiudere alle 18, andando contro il verbale di riferimento. Questo fatto è gravissimo. Per questo io da giorni vado dicendo che oltre alla colpa c'è anche il dolo: quello di favorire indirettamente le multinazionali del delivery.

Infatti Just Eat, Glovo, Deliveroo, Uber Eats in questa situazione stanno facendo affari d'oro.
Questo è il punto. Nelle grandi città stanno aprendo le dark kitchen: ovvero, nei ristoranti si chiudono le sale e si lasciano aperte le cucine, per riscaldare i cibi che arrivano precotti o surgelati e che poi vengono consegnati a casa. Non sono complottista, ma qui vedo un preciso disegno di sostituzione dell'esperienza e del patrimonio enogastronomico italiano. Un po' come successe quando penetrò pesantemente la grande distribuzione e dovettero chiudere i piccoli negozi di vicinato.

Con la scusa della pandemia.
Esatto. Siccome gran parte dell'incasso della ristorazione si fa a cena, per far saltare in aria le aziende bisogna colpirle su quel punto.

Quanto avete perso, fino a questo momento?
Siamo ad una media del 55-60%, a livello nazionale.

I ristori che sono arrivati bastano a compensare queste perdite?
Faccia conto che io ho perso 270 mila euro di fatturato e ne ho presi 30 mila di ristori. Oltretutto quei 270 mila euro erano ricavo mio, ma erano introiti anche per tutta la filiera: i produttori di vino, i prosciuttifici...

Non è certo una novità che il settore della ristorazione e del turismo sia centrale per l'economia italiana.
Infatti. E siccome le grosse multinazionali l'hanno capito, si sono già comprate tutta Venezia e ora stanno cercando di accaparrarsi anche il resto dell'Italia.

Lei ritiene che il governo sia complice di questo progetto?
Io non credo più che sia semplice incompetenza: quella poteva esserci nei primi mesi della pandemia. Ormai qui si tratta di incoscienza. Oppure di essere servi di un gioco molto più grande di noi, e che gli italiani non hanno capito.

Avete preannunciato una class action.
Quello è il secondo passaggio dell'azione legale, che l'avvocato sta preparando.

A chi intendete chiedere i danni?
Al governo, sicuramente. E, per alcuni versi, all'Oms, perché anche la sua comunicazione è stata condotta in modo bivalente e confuso, generando paura negli italiani.

Inoltre avete presentato un esposto per procurato allarme contro alcuni virologi.
Il primo l'abbiamo presentato contro Pregliasco. E poi lo stiamo aggiornando, aggiungendo anche un suo collega, che ha rimarcato che bar, ristoranti e stabilimenti quest'estate si dovranno scordare di aprire come hanno fatto l'estate scorsa. Quando tutti, ormai, hanno capito che i contagi non sono ripartiti dalle spiagge, ma a settembre quando hanno riaperto le scuole e la gente ha preso il Covid sui mezzi di trasporto.