16 maggio 2021
Aggiornato 08:30
L'intervista

Corrao: «Pd e M5s sono deboli e senza idee, pensano solo a vivacchiare»

L'europarlamentare Ignazio Corrao, fuoriuscito dal Movimento 5 stelle, dice la sua al DiariodelWeb.it sul governo Conte e sul Mes

Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio
Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio ANSA

Il mese scorso l'europarlamentare Ignazio Corrao, insieme ai suoi colleghi Piernicola Pedicini, Eleonora Evi e Rosa D'Amato, ha consumato il suo definitivo strappo dal Movimento 5 stelle. La loro intenzione è quella di creare una nuova forza politica ambientalista in Italia, ma nel frattempo continuano a sostenere il governo Conte. Apparentemente, più per mancanza di alternative che per reale convinzione. In questa intervista al DiariodelWeb.it, Corrao illustra la sua posizione.

Onorevole Ignazio Corrao, se dovesse individuare l'episodio scatenante che ha portato alla vostra decisione di lasciare il Movimento 5 stelle, quale indicherebbe?
Non c'è stato un episodio in particolare. Sono stati tanti momenti che si sono sommati nel tempo. Io mi unii al M5s più di dieci fa, quando stava muovendo i primi passi. E allora i presupposti erano molto diversi da quelli noti al grande pubblico nel recente passato. Si è trattato di un lento, continuo e inesorabile cambio di obiettivi e di identità.

Originato da cosa?
Dalla morte di Gianroberto Casaleggio, sicuramente l'episodio chiave di tutta la storia. Dopo la crescita nei numeri e l'ingresso nelle istituzioni, ovviamente il M5s doveva cambiare. Ma manteneva una differenza rispetto al resto del quadro politico, che invece è venuto meno con la scomparsa del fondatore.

È diventato come gli altri partiti?
Ha iniziato ad imitarli. Su certi aspetti, sicuramente il M5s è meno compromesso con determinati poteri. Su altri, gli altri partiti sono migliori, perché sono più strutturati, hanno più interfaccia sui territori e, soprattutto, hanno procedimenti democratici che al M5s mancano. Non credo che in un altro partito si possa restare per un anno e mezzo senza confronto interno, senza elezioni e senza leadership, per giunta mentre si è al governo. Oggi Bonafede va in Consiglio dei ministri a nome di chi? A portare quale posizione?

Quindi per certi versi il M5s è addirittura peggio degli altri?
Da quando il M5s è in maggioranza, non c'è stato un singolo momento di confronto delle decisioni. Tutto è stato deciso da un gruppo che si è autoproclamato.

Cioè, sostanzialmente, da Di Maio e i suoi?
Sì. All'inizio ci poteva anche stare, ma poi ci sarebbero volute delle valutazioni intermedie.

A maggior ragione dopo le dimissioni del capo politico.
Ricordo che lo statuto del M5s prevedeva elezioni entro trenta giorni. Ora, possiamo capire le proroghe per il Covid, ma nel frattempo è passato un anno. Queste sono state le gocce che hanno fatto traboccare il vaso. Fino alla farsa inverosimile degli Stati generali.

Nonostante il vostro addio al M5s, ha affermato di continuare a sostenere il governo.
I due partiti principali sono entrambi deboli, non hanno coraggio né idee e rappresentano solo interessi di potere. Pensano a vivacchiare il più a lungo possibile. Ma un'altra maggioranza, con questo parlamento, non la vedo.

Quindi, avanti con Conte perché è il meno peggio?
Io non sono certo un tifoso del centrosinistra. Ma l'alternativa è rappresentata da partiti altrettanto senza obiettivi e senza idee, che rispondono agli stessi interessi. Con la differenza che hanno anche pulsioni negative dal punto di vista della tenuta sociale dello Stato. Tra i due, in questo momento, per l'Italia sarebbe ancora peggio un governo di destra, perché avrebbe effetti disastrosi. Ma se mi chiedi se alle prossime elezioni sosterrei la coalizione Pd-M5s, la risposta è: assolutamente no.

E l'eventualità di un rimpasto, di cui si legge, come la valuta?
Sono giochi di palazzo, che alle persone non interessano. Se il ministro è di Italia Viva, o del Partito democratico, o del Movimento 5 stelle, che cosa cambia agli italiani? Quello che vorremmo sentire è che i progetti partissero davvero, e non fossero solo annunciati.

Si riferisce al Recovery Fund?
Ne sentiamo parlare da chissà quanto tempo. Pensiamo a progettare bene, a spendere questi soldi nel modo più distribuito possibile, e ad evitare che vadano in mano solo a chi ha maggiori disponibilità economiche. La crisi ha colpito soprattutto i piccoli, ora il rischio è che dei fondi si avvantaggino solo i più grandi.

Invece, parlando di Mes, perché lo ritenete una minaccia?
Perché è uno strumento che non serve, che è stato pensato in un'altra epoca storica e ha dimostrato di essere dannoso. Bisognerebbe smantellare il trattato e ripensarlo da zero. Chiamarlo «Mes sanitario» senza modificare il trattato in vigore è una presa in giro.

I sostenitori del Mes rispondono che questi 36 miliardi converrebbe comunque prenderli.
Ma al momento i tassi sono molto bassi anche sui titoli di Stato. Quindi, se il problema è quello di reperire fondi a buone condizioni, si riesce a farlo anche attraverso il mercato normale.

Al contrario, il Mes comporta rischi?
Sì, quello di accedere ad una linea di credito che comporta condizionalità, e ha anche priorità di restituzione rispetto ad altre. Inoltre porta con sé anche un certo stigma. Si chiama «Fondo salva-Stati» e nessun altro Stato ha chiesto di accedervi, quindi attivarlo significherebbe lanciare ai mercati un segnale negativo.

Teme addirittura la troika?
Quella è una delle conseguenze possibili, quando si parla di condizionalità. Se non vengono realizzate, subentrano le manovre di aggiustamento da parte dei debitori. Cioè, in questo caso, del board del Mes stesso.

Sul Mes, il Movimento 5 stelle si è definitivamente accodato al Pd?
Mi sembra di no. Se così fosse, lo avrebbero attivato. Certo, il fatto che abbia dato il via libera alla riforma peggiorativa, non è stato un bel segnale. Lascia intendere che nemmeno lo smantellamento del Mes, che era presente nel programma elettorale, rappresenta più un baluardo insormontabile.

Voi fuoriusciti dal M5s che cosa volete fare da grandi? Si è letto della volontà di fondare un nuovo partito ecologista, che superi l'esperienza dei Verdi, ormai spariti dal dibattito pubblico da anni.
C'è una questione oggettiva: in tutti i grandi Paesi europei ci sono partiti ambientalisti forti. In Germania i Verdi probabilmente andranno al governo alle prossime elezioni, in Francia hanno vinto in città importanti. In Italia, invece, sono un partito fermo all'1-2%. Questo vuol dire che il campo ambientalista va ripensato. Mantenendo fermo il percorso storico, l'esperienza, il legame con i movimenti internazionali del partito dei Verdi, ma allargandolo al resto della società.

Volete rivolgervi al popolo di Greta Thunberg?
Non sarebbe sufficiente. Spesso si pensa che gli ambientalisti siano una nicchia, come gli appassionati di giardinaggio. Invece i movimenti ambientalisti non riguardano solo la tutela della natura, ma i diritti sociali e civili e il lavoro. La transizione verde non significa piantare degli alberi, ma creare lavoro attraverso modelli produttivi sostenibili. Per riuscirci dovremo mettere intorno al tavolo una serie di mondi che sono certamente i ragazzi dei Fridays for Future, ma anche le imprese, la produzione, la finanza.

La vostra ambizione è quella di creare questa coalizione?
In Italia molte realtà buone già esistono, nelle associazioni, nel mondo dello spettacolo, persino nelle minoranze dei partiti già esistenti. Il problema è che finora questo mondo è rimasto frammentato, non ci si parla. Noi, lavorando a livello europeo, vogliamo agevolare questo dialogo.