20 settembre 2021
Aggiornato 07:00
Covid-19 e vaccini

«Obbligo vaccinale soluzione disperata»

Lo afferma Guido Forni, già professore ordinario di Immunologia all'Università di Torino e accademico dei Lincei: «Bisogna insistere con la persuasione, evitando di cadere nella tentazione del pensiero unico»

«Obbligo vaccinale soluzione disperata»
«Obbligo vaccinale soluzione disperata» ANSA

«L'obbligo vaccinale è una soluzione disperata, che al momento sarebbe controproducente e sproporzionata rispetto sia all'andamento della campagna vaccinale sia alla situazione sanitaria». Lo afferma Guido Forni, già professore ordinario di Immunologia all'Università di Torino e accademico dei Lincei, in una intervista alla Stampa.

Secondo Forni, bisogna insistere con la persuasione: «Non bisogna rinunciare a spiegare i vantaggi individuali e sociali dei vaccini, evitando di cadere nella tentazione del pensiero unico. Già il Green Pass è una misura delicata, che crea qualche problema di libertà, anche se alla fine risulta utile a spronare i cittadini e a premiarli quando si proteggono».

L'obbligo vaccinale, conclude Forni, sarebbe «sensato solo davanti a una grave recrudescenza della pandemia o al rifiuto generalizzato del vaccino. La vaccinazione può permettersi il lusso che una parte della popolazione la rifiuti. E' il concetto dell'immunità di gregge».

Vaia (Spallanzani): «Obbligo vaccinale per alcune categorie»

Per Francesco Vaia, direttore sanitario allo Spallanzani di Roma, l'obbligo vaccinale per alcune categorie specifiche sarebbe «saggio e opportuno». In una intervista al Corriere della Sera afferma: «Premesso che questa è una decisione che spetta alla politica, penso che per alcune categorie, dal personale sanitario a quello scolastico, dalle forze dell'ordine alla grande distribuzione, sarebbe saggio e opportuno».

Quanto i benefici di un tale obbligo Vaia chiarisce: «Lo faccio dire ai numeri che pubblichiamo nel bollettino dello Spallanzani, dove dai cinesi a oggi sono stati curati 3.000 positivi. Attualmente tra i pazienti ricoverati solo il 6% è vaccinato con doppia dose: il ricorso a cure mediche è quasi sempre dovuto a una mancata risposta individuale dovuta a patologie pregresse».

Per questo, conclude Vaia, è necessario fare «due cose, principalmente. Immunizzare il più possibile gli studenti nella fascia d'età 12-18 anni, che sono quelli che si muovono di più e che vivono una maggiore socialità. E dopo di loro gli over 50 e 60 (in Italia tra i 3 e i 4 milioni): bisogna andarne a caccia. Perché spesso sono genitori degli adolescenti ancora non vaccinati. E se sono dubbiosi loro, lo saranno necessariamente anche i figli».