15 ottobre 2019
Aggiornato 20:30

Diede del «terrone» a Napolitano: ora Bossi rischia la galera

Il fondatore della Lega condannato in via definitiva a un anno e quindici giorni di carcere: ha un mese di tempo per chiedere i servizi sociali o gli arresti domiciliari

Umberto Bossi fuori Montecitorio
Umberto Bossi fuori Montecitorio ANSA

ROMA – Condannato a un anno e quindici giorni di reclusione in via definitiva, duemila euro di multa, con tanto di ordine di carcerazione. Il destinatario di questa pesante sentenza è Umberto Bossi, fondatore della Lega. E solo il decreto di sospensione della pena firmato dal sostituto procuratore generale di Brescia, Gian Paolo Volpe, ha impedito al Senatùr di finire in prigione a 77 anni suonati: ora avrà trenta giorni di tempo per chiedere l'affidamento in prova ai servizi sociali (come accadde a Silvio Berlusconi) o gli arresti domiciliari.

Vietato toccare Re Giorgio
Il reato per cui è stato condannato Bossi non ha nulla a che fare con il caso dei presunti fondi intascati illecitamente dal Carroccio quando lui era il segretario. La vicenda è ben diversa, e risale al 29 dicembre 2011, quando l'allora leader leghista partecipò alla seconda edizione della festa provinciale del partito ad Albino, in provincia di Bergamo. L'attualità politica di quell'epoca era dominata dalla recente sostituzione del governo Berlusconi (del quale lo stesso Bossi faceva parte come ministro delle Riforme) con quello tecnico di Mario Monti. Una vicenda che l'ex ministro commentò, come suo solito, senza mandarle a dire: «Abbiamo subìto anche il presidente della Repubblica, che è venuto a riempirci di Tricolori, sapendo che non piacciono alla gente del Nord. Mandiamo un saluto al presidente della Repubblica. Napolitano, Napolitano, nomen omen, non sapevo fosse un terùn», concludendo il suo comizio anche con il gesto delle corna indirizzato al Quirinale.

Massacrato dai giudici
Non l'avesse mai fatto. Per quelle parole Umberto Bossi è stato condannato per il reato di vilipendio al Capo dello Stato, al termine di un iter giudiziario durato otto anni e nato da un esposto in cui lo si accusava nientemeno di «attacco sovversivo contro l’Unità d’Italia e i suoi organi costituzionali». Inutili sono stati i tentativi dei suoi avvocati difensori, che giustificavano le critiche, peraltro pronunciate con linguaggio ironico, alla tipica concitazione delle manifestazioni politiche, o addirittura al libero esercizio delle funzioni istituzionali del senatore. Con la pronuncia della prima sezione penale della corte di Cassazione, la condanna nei confronti di Bossi è stata confermata lo scorso 12 settembre. E ora nei suoi confronti è arrivata anche la richiesta di reclusione, o di una delle pene alternative.