18 dicembre 2018
Aggiornato 11:34

Tav, verso il referendum che il M5s sa di perdere: all'orizzonte una scissione?

L'apertura di Luigi Di Maio: «Nessuna paura». I Cinque Stelle cercano la sconfitta per uscire da una situazione politicamente complessa e insostenibile

Il corteo No Tav sfilato per la Val Clarea fino a Chiomonte
Il corteo No Tav sfilato per la Val Clarea fino a Chiomonte (ANSA/ALESSANDRO DI MARCO)

ROMA - Il referendum sul Tav è un'occasione per far uscire dal pantano il M5s, invischiato nel suo passato antagonista nel momento in cui deve dimostrare pragmatismo. Lo chiede a gran voce Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte, storia figura del Partito Democratico. Non è ancora chiaro se su scala regionale o nazionale, rappresenterà in ogni caso un punto di svolta nella storia del partito di Luigi Di Maio. Ben più del decreto dignità, o delle politiche migratorie, il Tav e in generale le grandi opere rappresentano un terreno divisivo nella maggioranza, sul quale il M5s rischia la spaccatura.

Il referendum senza storia
Ovviamente non ci sarebbe partita, data la potenza di fuoco della parte proponente. Si riproporrebbe la Caporetto referendaria che Matteo Renzi ha incassato nel 2016, da cui non si è più ripreso. Schiacciato dalle sue origini, il M5s nasce in val Susa nel 2005-2008 come rifiuto totale a tutti i partiti, inchiodato dall'onore di Beppe Grillo che sul Tav si è speso personalmente finendo anche in Tribunale, ora finito al governo si trova a dover risolvere un nodo chiaramente divisivo. Miliardi di euro di cui decidere la sorte: impossibile mediare. Ci hanno già provato in molti, scontrandosi tutti con il cuore del problema, il tunnel di base, la galleria lunga 57 km, doppia canna. Pagata al 60% dall'Italia, nonostante si sviluppi per l'80% della sua lunghezza in Francia: che, per altro, non è nemmeno interessata all'infrastruttura. Ma accetta ben volentieri il regalo che le arriva dall'Italia e dall'Europa. Grande opera su cui non si può stare, come spesso fa il M5s, da una parte e dall'altra, ma solo o da una parte o dall'altra. Perdere per sopravvivere: questo l'obbiettivo politico di un referendum che tra gli elettori movimentisti del M5s, il nucleo fondante, verrebbe vissuto come un tradimento. Esito scontato che sbarrerebbe la strada alla conquista del Piemonte da parte del M5s, consegnandolo ad un ballottaggio Pd-Lega, con quest'ultima ormai lanciata verso la vittoria del 2019. E' una dinamica che evidenzia i limiti intrinseci di un partito, il M5s, nato per sovvertire il sistema ma che si trova a governare guidato dal sistema. Rispetto il quale, nonostante gli sforzi, non riesce ad opporsi. Forse perché quel fragoroso 32.4% delle passate elezioni si è contratto, proprio sotto i colpi della diaspora degli elettori originari. Le grandi opere, come del resto la vicenda dell'Ilva, sono l'esempio lampante di un'ideologia che mostra la corda, perché ha tentato di mettere insieme tutto e il contrario di tutto. Il M5s ha vinto grazie al voto del mondo No Tav, o No Tap, unito a quelli degli industriali. La Lega non ha questo problema d'identità: è sempre stata dalla parte delle grandi opere, delle infrastrutture, del cemento. Senza problemi. In Val Susa fu anche No Tav fino al 2001, per poi riposizionarsi sul fronte favorevole. Ora la storia presenta il conto, per altro con una velocità sorprendete. Il Tav da tempo è un'opera semi ferma che improvvisamente trova uno sbocco mediatico furibondo e diventa il centro dell'intera discussione pubblica nel paese. Una vicenda molto sospetta, che semplicemente evidenzia come il M5s, e le sue debolezze oggettive, siano al centro di un mirino. Da sottolineare che la procedura con cui si blocca l'accordo intergovernativo franco italiano è ignoto, al momento. Probabilmente servirebbe un voto parlamentare, da cui il M5s uscirebbe in ogni caso sconfitto. E probabilmente anche una ratifica del "contrordine" da parte della Francia: anche questa improbabile.

Il Tav, cosa è?
La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha recentemente pubblicato un documento dal titolo: «Adeguamento dell’asse ferroviario Torino – Lione. Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia fase 1 – 2030». A pagina 58, si legge: «Non c’è dubbio, infatti, che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti, soprattutto per effetto della grave crisi economica di questi anni, che ha portato anche a nuovi obiettivi per la società, nei trasporti declinabili nel perseguimento di sicurezza, qualità, efficienza. Lo scenario attuale è, quindi, molto diverso da quello in cui sono state prese a suo tempo le decisioni e nessuna persona di buon senso ed in buona fede può stupirsi di ciò. Occorre quindi lasciare agli studiosi di storia economica la valutazione se le decisioni a suo tempo assunte potevano essere diverse.Quello che è stato fatto nel presente documento ed interessa oggi è, invece, valutare se il contesto attuale, del quale fa parte la costruzione del nuovo tunnel di base, ma anche le profonde trasformazioni attivate dal programma TEN-T e dal IV pacchetto ferroviario, richiede e giustifica la costruzione delle opere complementari: queste infatti sono le scelte che saremo chiamati a prendere a breve. Proprio per la necessità di assumere queste decisioni in modo consapevole, dobbiamo liberarci dall’obbligo di difendere i contenuti analitici delle valutazioni fatte anni fa». Quando si parla si Torino-Lione gli animi si scaldano e si perdono di vista quali siano gli obbiettivi di un'azione di governo. Il documento prodotto dal Governo italiano a novembre mette nero su bianco che non esistono flussi merce adeguati per rendere utile un maxi investimento da 9.6 miliardi di euro. Le ragioni sono disparate, ma in primis si può sostenere che il flusso merci preferisce una direzione nord sud e non est ovest.

Quale spesa pubblica?
L'impossibilità di creare ulteriore deficit pubblico rende quindi necessario un ragionamento sulle priorità afferenti alla spesa pubblica italiana. E chi considera l'investimento sul tunnel di base della Torino-Lione come parte di un revanscismo keynesiano sbaglia l'analisi. Innanzitutto perché Keynes mai sostenne che la spesa pubblica avesse un effetto volano nel caso in cui si scavino buche per poi riempirle. Si tratta quindi di decidere politicamente come spendere le poche risorse a disposizione. Ora è evidente che fermare i cantieri comporterebbe la perdita di quanto speso fino ad ora in trenta anni, nonché l'abbandono di scavi che hanno ampiamente perforato la montagna. Compito del governo dovrebbe essere quello di valutare se proseguire ha un senso economico oppure no.

M5s alla resa dei conti
La situazione sta diventando esplosiva politicamente, il M5s con Luigi Di Maio apre al referendum di cui si conosce già il risultato. E che, ovviamente, libererà il partito del «no» dalla sua ingombrante posizione politica. La questione a questo punto trasla, e finisce nel campo dell'etica politica: il M5s si trasforma. Abbandonare l'analisi costi benefici, anche in caso di abbandono del cantiere, sancisce la resa di un modo di pensare che aveva fatto del M5s un elemento estraneo al tradizionale mondo politico. Finire su un referendum in cui la risposto è solo un Sì o un No, espressi su una materia complessa e lontana, cancella quella che doveva essere l'elemento di cambiamento più marcato. Ma, a ben vedere, anche se il referendum, rappresenta una via di fuga per Di Maio e il suo partito, esso avrà vasti effetti politici. E' probabile che si vada verso una scissione del M5s dal suo capo politico: Beppe Grillo non accetterà mai una giravolta simile. E la conseguente nascita di una grossa frattura nel partito, che coinvolgerebbe circa 50-100 parlamentari legati al mondo movimentista, non solo No Tav.