14 novembre 2019
Aggiornato 09:00

Verso un governo Tsipras anche in Italia: chiunque vincerà non potrà fare nulla

A pochi giorni dal voto i partiti contestano apertamente le politiche di austerità europee, ma senza toccare l'Euro. Quanto resisteranno le promesse?

Il premier Paolo Gentiloni e il suo omologo greco Alexis Tsipras
Il premier Paolo Gentiloni e il suo omologo greco Alexis Tsipras ANSA

ROMA - Quanto costano le promesse dei partiti? Troppo. Quanto costa la democrazia? Troppo. Si può aumentare la spesa pubblica data la congiuntura economica sfavorevole che perdura da quasi dieci anni? No. Si deve tagliare la spesa pubblica? Sì. In sintesi, ecco la vulgata predominante a dieci giorni dal voto. Italiani che state per andare a votare, non sognate: dalla gabbia dell’austerità non si esce. E’ legge divina, quindi incontestabile. Le elezioni sono un pro forma, una camera di compensazione, uno sfogatoio come lo stadio. La realtà è immutabile, scolpita nel tempo.

Memento mori
E’ una campagna elettorale strana quella che viviamo, probabilmente la peggiore di sempre. Ma, in prospettiva, avvolto nelle nebbie delle parole, emerge la vasta condivisione trasversale che individua nell’austerità un fenomeno ideologico da superare, perché distruttivo della società. Timidi segnali di coscienza emergono: non tutti sono proni. Il popolo spinge, si lamenta, in forma sgangherata come sempre accade: bisogna fare attenzione. Ma sono riflessi condizionati di un malato debolissimo, ammorbato da una retorica perpetua, fondata sul terrorismo finanziario che trova sua piena espressione nell'individuazione del debito pubblico quale peccato originale, che ricade - letteralmente - perfino sulla testa dei neonati. 
«Memento mori» è stato sostituito dai cartelloni pubblici che ricordano a tutti di quanto cresce al giorno, all'ora, al minuto il debito pubblico.
Ogni tempo la la sua inquisizione, e il medio evo, sempre più più, appare come un tempo da rivalutare se rapportato alla nostra barbarie.

Uscire dall'Euro, salvare l'Europa
Condizione nota da anni, che privilegia la Germania, e qualche paradiso fiscale del nord Europa, a discapito dei grandi paesi ex manifatturieri, che si dibattono nel tentativo di sostituire la svalutazione della moneta – impossibile data la presenza dell’Euro – con la svalutazione del lavoro: ormai sulla strada dei livelli asiatici o est europei. L’austerità prevede che il delta che si crea sia compensato dalla cosiddetta estrazione di valore dai beni pubblici e privati: ovvero privatizzazioni selvagge, vendita del patrimonio pubblico, messa a reddito di ogni di ogni singolo pezzo della «cosa pubblica», e privata: dai beni architettonici, a quelli ambientali e artistici.
Ma l’estrazione di valore, ovvero la privatizzazione di ogni aspetto della vita che viene messa sul mercato, non compensa ancora la capacità di investimento dello Stato. In poche parole: puoi vendere tutto ma non avrai mai a disposizione le risorse che può dare una Banca centrale pubblica. 
Cosa nota anche questa da qualche secolo. In questo contesto è ormai evidente al punto tale che, esclusa Emma Bonino che si compiace del suo fanatismo, il restante parterre dell’offerta politica avanza seri dubbi, e qualche proposta, per superare questo vulnus.
In un vasto livello di confusione propagandistica nessuno sostiene che si debba uscire dall’Euro, condizione indispensabile se si pensa di incrementare politiche keynesiane di contrasto, mentre si avanzano proposte su redditi di cittadinanza, flat tax, opere pubbliche a profusione. Fantasie, sogni.
La Lega di Salvini e la sinistra radicale appaiono le più dure in tal senso, con una contestazione radicale sulle politiche di austerità europee, nonché sulle «riforme» da queste scaturenti. Il M5s è, come sempre, un coacervo di opposti: si va dal taglio del debito pubblico del 40% in dieci anni, al reddito di cittadinanza. Fatti due calcoli significa che il Pil dovrebbe crescere dell’sette per cento annuo nel prossimo decennio. Sciocchezze.
Ognuno valuti come preferisce la portata culturale di una simile proposta. Gli altri vivacchiano: più spesa pubblica, ma senza far arrabbiare l’Europa e la Bce. Ossimori.

Tsipras per tutti
In questa condizione, qualsiasi governo prossimo venturo, potrà considerarsi un «governo Tsipras»: più o meno radicale nei contenuti della critica, genuflesso ai ricatti europei. E qui ovviamente non si parla di «sovranismo»: si parla di una trasformazione radicale dei valori fondanti dell’Europa Unita, totalmente diversi da ciò che fu Ventotene. Un continente fondato sul primato della moneta unica il cui unico scopo è stroncare l’inflazione. Tale concezione ideologica è l’opposto di quanto c’è scritto nella Costituzione Italiana, perché fonda il suo principio sul deprezzamento del lavoro – pubblico, privato, imprenditoriale, salariato – al fine di mantenere un costante processo deflattivo a parità, o in aumento, di margine di profitto. Nella nostra Costituzione c'è scritto chiaramente che il lavoro ha come fine la dignità dell'essere umano. L'art 145 del TFUE sostiene che il fine ultimo del lavoro è «la stabilità dei prezzi». Chiaramente, tutto ciò non ha alcuna relazione con la solidarietà e l’Unione dei popoli: è bensì il tentativo di trasformare tutto il creato in un mercato competitivo, dove tutti sono contro tutti al fine di abbassare il prezzo dei prodotti.

Viva i nonni
Della Grecia sappiamo tutto: dati macroeconomici positivi, in particolare il Pil, condizioni sociali disastrose. Ogni settimana vengono prodotti reportage che vanno in questo senso. Il governo Tsipras si compiace, assicura che siamo alla fine della fase dura e invita all’entusiasmo. Ecco, quello è il futuro del prossimo governo italiano, qualunque esso sia. Ovviamente senza l’accelerazione greca degli ultimi anni, ma non già per questioni politiche o per una qualche forma di resistenza: per la semplice ragione che il risparmio privato - accumulato durante i tempi barbari in cui la spesa pubblica non era considerata il male, e c’era anche l’inflazione – funge da ammortizzatore sociale: è il vero reddito minimo garantito, privato accumulato dai nonni, che tiene insieme la società italiana e le impedisce di umiliarsi come la Grecia.
Ma anche quella massa nascosta nei conti correnti o sotto il materasso finirà: anzi, il fine delle politiche di austerità è proprio la redistribuzione, verso l’alto, di quel denaro, di quei beni. Si pensi al settore immobiliare, drogato dall’offerta fuori scala di appartamenti a prezzi stracciati: perché vendono tutti? Per avere il reddito minimo che i partiti promettono, subito.

Superare l'Euro, salvare l'Europa
O si rompe con le politiche di austerità, e quindi con l’Euro – la moneta unica è il nuovo partito unico – o si rimane dentro dinamiche di tal fatta. Certo sarebbe bello che, mantenendo l’Euro venisse meno l’ideologia dell’austerità tedesca: sarebbe come trasformare l’Europa nell’Italia del glorioso trentennio. Traslare la costituzione italiana sul piano Eurpeo: ovvero riprendere i valori originari. E’ possibile questo? No. E chi pensa di poter operare in tal senso dall’interno – «cambiare le cose dall’interno» è l’eterno motto di chi sa di non poter cambiare nulla –  dovrebbe abbattere l’intera architettura ideologica in essere. Per molti aspetti i veri europeisti sono coloro che vogliono uscire dall’Euro, mentre gli ultranazionalisti sono coloro che vogliono incrementare il potere repressivo di questa Europa.