Alluvione Livorno

Da Livorno a Miami: le risorse ci sarebbero, ma se le prende tutte la finanza

Nessuna politica per il territorio è possibile con l'attuale impalcatura economica: i disastri ambientali sono una colpa dell'uomo ma sopratutto dell'austerità di bilancio, imposta dalle regole europee

ROMA - Le immagini che provengono da Miami sono semplicemente incredibili: l’oceano Atlantico si incunea nelle vie della città-profondità, mandando sott’acqua automobili, negozi, infrastrutture. Sono scene che ricordano molto un'americanata cinematografica degli anni Novanta, «The day after tomorrow», fumettone sui cambiamenti climatici in cui New York faceva la fine di Miami oggi. Tutti risero, al tempo: oggi la realtà non ha ancora raggiunto quel livello di drammaticità ma si avvicina ad ampie falcate. Irma, così si chiama l’uragano che ha trasformato la capitale della Florida nella New York dei film catastrofisti, se ne sta andando in queste ore, lasciando una lunga scia di inutili chiacchiere sulla relazione tra uomo e ambiente. Ovvero quanto sta accadendo in Italia, dopo che a Livorno sei persone sono state uccise da un frana che ha travolto una villa. In Italia, come negli Stati Uniti, moltitudini di commentatori riscoprono il primato leopardiano della natura, anche se una torsione porta a caricare gli eventi catastrofici di questi giorni, quello statunitense addirittura su scala planetaria, sulle spalle umane. Un dibattito nauseante, vagamente ipocrita, si allinea lungo le prestigiose colonne di sinistra dei giornali principali. Il meccanismo ricorda quello della nota «doppia massa»: da un lato vi è la massa del lamento, che denuncia il progressivo – inesorabile – cambiamento climatico. Una dimensione innegabile. La seconda massa sarebbe quella dei propositivi, di coloro che si indignano perché per il territorio non si fa nulla. Il binomio, come una tenaglia, monopolizza lo spazio del dibattito.

La massa che si lamenta
Del primo gruppo cosa si può dire? Hanno ragione probabilmente al di là di ogni ragionevole dubbio. Il cambiamento climatico è qui con noi, ogni giorno di più. Con ogni probabilità esso è causato dal consumo di combustibili fossili, che producono gas serra e quindi portano ad un generale aumento delle temperature. Benissimo, anche su questo aspetto non vi è molto dibattito. La panacea di tutto ciò sarebbe la «messa in sicurezza del territorio». Una formula molto interessante, che avrebbe fatto felice Collodi, perché vagamente riconducile al "Paese dei balocchi" dove il gatto e la volpe portano il bravo Pinocchio. Il ministro dell’ambiente, Galletti, ha tuonato in queste ore: «I Comuni devono spendere i soldi nella messa in sicurezza del territorio. I fondi ci sono!». Se l’attività umana è causa precipua dei danni e delle morti derivanti da eventi naturali, non è chiaro come l’attività umana possa contenere questo fenomeno. A cosa si pensa? A demolire intere porzioni di città costruite in anni recenti e meno recenti? Oppure alla costruzione di dighe di contenimento, briglie, tombature, diaframmi? 

Chi paga?
Secondo punto: con quali risorse? Di fronte al discioglimento degli Stati in nome della «austerità», chi dovrebbe finanziare queste mega opere pubbliche che occuperebbero centinaia di migliaia di persone? Non è chiaro. Chiaro è invece che oggi le istituzioni – solo qualche giorno fa un articolo di Repubblica denunciava il prossimo fallimento di centinaia di comuni italiani – sono trattate alla stregua di salumerie, senza offese per queste ultime. Il loro unico parametro è il bilancio, che deve essere sempre in pareggio. Un'assurdità che però trova terreno fertile nella retorica della "austerità». La differenza tra un’impresa commerciale e lo Stato è che il secondo, in linea teorica, dovrebbe occuparsi dei servizi che rappresentano un costo e basta. Un «bene», il servizio pubblico, che differenzia la barbarie dalla civiltà. Solo gli Stati possono fare ciò. Perché mai nessun privato andrà a costruire un diaframma su una montagna che crolla se non verrà pagato. I fondi per la messa in sicurezza del territorio quindi, come il ministro dovrebbe ben sapere, non ci sono. Non ci sono oggi e non ci saranno domani, se non in misura risibile. Languono per la sanità e in generale per i servizi di base: pensare che miliardi possano essere spesi per costruire ulteriori infrastrutture, o addirittura procede all'abbattimento di innumerevoli opere antropiche, è inimmaginabile.

Le risorse ci sono
Allora, al di là di ogni ipocrita proposta che dura il tempo di un funerale solenne, forse sarebbe il caso di chiarire che i morti di Livorno, così come i naufraghi di Miami, sono «esternalità negative»: costi, insomma, a cui non ci si può sottrarre. Il principio della verità, prima di ogni altra cosa, è quello che rende gli uomini liberi. Non le favole per tenere buona la popolazione nei momenti di massima pressione emotiva. Tutto ciò in un contesto dove il problema delle risorse, e del debito, è totalmente fittizio. Si prenda in esame il meccanismo del Qe, nonché l’eterno tasso di sconto che la Bce, e non solo, ancora allo zero o quasi. Perché quel denaro non riesce a giungere sul territorio, tra le famiglie, tra le piccole imprese, e nei servizi, nonché nella fantomatica «messa in sicurezza del territorio»? Una domanda a cui nessuno risponde. Perche quei tre soggetti devono rimanere ancorati al «bisogno», devono tagliare tutto: dai consumi, ai dipendenti, ai servizi. Mentre masse enormi di denaro, praticamente infinite, create dal nulla dalle banche centrali – la Bce è privata – vengono intrappolate dentro il sistema finanziario che diviene sempre più ricco, ma soprattutto sempre più alternativo agli Stati. La prova inconfutabile di tutto è data dalla perenne crescita del settore finanziario, a fronte di un settore industriale sempre più debole. Il denaro c’è, anche esso è una pura convenzione, ma non passa le forche caudine della finanza.