Quale futuro per il Centrodestra?

Cav e lepenisti: due destini sempre più separati ma ancora stagnanti

I destini di Silvio Berlusconi e dei due 'lepenisti' Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono già, di fatto, separati. Lo sono nel merito, nel metodo e nelle prospettive

ROMA - Da una parte ci sono gli equilibri del caso Mediaset-Vivendi, una certa nostalgia «nazarenica», la speranza della vendetta personale contro la legge Severino e la voglia di confermarsi ancora il king-maker del centrodestra. Dall’altra ci sono un fronte identitario in embrione da aggregare al treno eurocritico, la volontà di imporsi in un contesto maggioritario contro ogni ipotesi di «inciucio», la necessaria destrutturazione della leadership carismatica e, di conseguenza, la creazione di un’alleanza e di una leadership scalabili in termini democratici. Sono questi i cinque motivi perché i destini di Silvio Berlusconi e dei due «lepenisti» Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono già, di fatto, separati: lo sono nel merito, nel metodo e nelle prospettive.

Silvio si smarca
Le ultime uscite del Cavaliere – l’abbraccio affettuoso a Sergio Mattarella, l’offerta di collaborazione a tutto campo al nuovo premier, la chiusura alla leadership del leader della Lega considerato «un giovane comunista» – sono solo la conferma del suo smarcamento progressivo dall’asse generazionale formato da Lega e Fratelli d’Italia: fatto che non viene più nemmeno dissimulato dal leader di Forza Italia – come è avvenuto durante la campagna referendaria - il quale però, abilmente, non ha alcuna intenzione di lasciare campo libero alla formazione di un destra-centro che potrebbe svuotare la ridotta del suo partito «personale» privandolo, quindi, dell’assicurazione alla vita che lo tiene in gioco dopo lo schianto di Renzi al referendum. Di qui gli attacchi al leader della Lega - «Con un centrodestra a guida Salvini non si va oltre il 20 per cento. E quindi non serve» - e il rilancio della sua leadership in un mood da restaurazione degli aristoi della Prima repubblica: «Occorrono saggezza ed esperienza».

Governo Gentiloni: la tentazione del Cav, la rabbia dei lepenisti
«Lunga vita a Gentiloni». Per Silvio Berlusconi la persistenza del «quarto governo non eletto» rappresenta la grande occasione della rentrée: quella che con Matteo Renzi è sfumata a metà del percorso quando si è infranto, sull’indicazione del nuovo inquilino del Colle, il patto del Nazareno. Il clone dell’ex rottamatore, insomma, può assicurarsi senza sforzi eccessivi – a parte la difesa di Mediaset dall’attacco di Bollorè - l’appoggio di un Berlusconi versione «responsabile» sul caso Mps e sull’agenda in vista del G7 di Taormina. Il motivo è semplice: il Cavaliere è lieto di concedere grandi aperture per rientrare in gioco sulla nuova legge elettorale rispetto alla quale – rigettando l’introduzione maggioritaria che è stato forse il suo vero contributo alla genesi della democrazia dell’alternanza – auspica un ritorno al proporzionale che gli consentirebbe, nella speranza di avere buone notizie dalla Corte di Strasburgo, di isolare lepenisti e grillini e di rappresentare l’alleato di sistema del Pd il giorno dopo lo spoglio. Tutto questo è esattamente quello che Meloni e Salvini, invece, vogliono scongiurare. L’indicazione di Gentiloni, infatti, è vista dai due lepenisti come la non accettazione del responso del referendum e come il tentativo di stiracchiare l’esperienza Renzi con un governo fotocopia che tenda a depotenziare col tempo il messaggio giunto il 4 dicembre. La richiesta di voto immediato, anche con la reintroduzione del Mattarellum e anche in caso di sconfitta, si coniuga secondo loro con la volontà di misurare sul campo la portata di una nuova proposta sovranista e di definire il nuovo perimetro di quel blocco sociale disorientato proprio dallo zigzagare di Berlusconi dopo le dimissioni da premier nel 2011.

Primarie vs palude
Per cercare di tenere a bada Lega e Fratelli d’Italia Berlusconi gioca da tempo la carta dell’impaludamento. Lo ha fatto per tutta la campagna referendaria – impegnandosi davvero per il «no» solo quando il recupero del fronte del «sì» è risultato impossibile ma assicurando allo stesso tempo le sue aziende su una linea governativa – e lo continua a fare in questi giorni dove, a parole, apre alle primarie ma solo se dovessero essere introdotte per legge, salvo poi indicare lui stesso un suo candidato gradito a palazzo Chigi. Chi? «Non ho alcuna difficoltà a dire che Mario Draghi sarebbe un eccellente prossimo presidente del Consiglio» ha affermato. Sì, proprio lui, Mario Draghi presidente della Bce, il tecnico per eccellenza. Ossia il rappresentante di uno degli organismi sovranazionali che ha commissariato il governo Berlusconi (sic) e rispetto al quale il duo Meloni-Salvini ha costruito la propria invettiva e marcato la propria alterità. Ecco spiegato perché la richiesta delle primarie a destra è così ostacolata da Berlusconi: perché sancirebbe plasticamente non solo una leadership alternativa alla sua, ma soprattutto un programma alternativo alla «grande coalizione» che governa attualmente l’Ue, dove Forza Italia e Pd siedono nella stessa maggioranza. Le primarie, insomma, costringerebbero Forza Italia a fare una scelta di campo o a subire una scissione – del cosiddetto «asse del Nord» – considerata inevitabile. Tutto questo a meno che il governo Gentiloni prosegua sostenuto dall’opposizione «responsabile». Quella che tiene le correnti del centrodestra ferme nella palude.