20 luglio 2019
Aggiornato 12:01
Alluvione: il grande fiume ci ricorda cosa siamo

Alluvione in Piemonte, parabola del povero fiume Po che tutti ignorano

Settecento chilometri lungo l'argine maestro. Da Venezia a Torino, tra nutrie, indiani sikh, i Borgia e l'impetuosa potenza di Eridano. Storia di come il Po racconta chi siamo davvero

TORINO - Silenzioso, mansueto, invisibile: Po. Senza articolo determinativo, come vuole chi lungo il suo corso vive. Grazie a lui prosperano venti milioni di persone che si ammassano nella pianura padana. Il suo compito è quello di tacere, inghiottire i nostri scarti, purificarli e portarli lontano, nel mare. Lo fa sempre e da sempre. Tanto è importante la sua presenza per milioni di persone, tanto è ignota la sua potenza. Così gli appelli e le sorprese di oggi suonano inascoltabili: a Torino due battelli si sono schiantati contro il ponte di Piazza Vittorio perché si sono rotti gli ormeggi. Ora indubbiamente la sfortuna esiste, ma esiste anche la sciatteria che porta a non prevedere che un fiume così possa avere delle piene tali da rendere necessaria una minima precauzione. Non ci sarà nessun responsabile e tutto verrà derubricato alla malasorte: colpa di un giorno di pioggia, seppure intensa.

Il fiume simbolo del«mondo dei vinti»
Po è il «mondo dei vinti», quello narrato magistralmente da Nuto Revelli, ovvero la sconfitta della montagna ad opera dell’abbandono. In questo caso si tratta di un grande fiume, ma il principio è lo stesso. Così, di fronte a un inesorabile processo che si stratifica da anni, fanno tenerezza coloro che si affacciano da un ponte e guardano Po come se fosse un marziano appena sbarcato. Oddio, un fiume in piena, che spettacolo della natura impressionante. Che fare, si domandano pensosi. Pioverà ancora? Smetterà? Speriamo che smetta ma vi prego, il fiume lasciatelo stare. Perché gli interventi emergenziali fanno più danni che altro. Ben altro si dovrebbe fare.

Bellezza Invisibile
Il Po soffre di questo grande male: la sua invisibilità. E’ solo un fiume, mal sopportato. Non esiste per gli amministratori, che al massimo pensano come sfruttarlo a fondo. Non esiste per i turisti, che ignorano la bellezza incomparabile delle sua natura, le ville storiche che lo punteggiano, la cucina sopraffina, le tradizioni fuori dal tempo e quant’altro. Ho percorso tutto il Po lungo il suo argine maestro in bicicletta, oltre settecento chilometri : da Venezia alla sorgente del Pian del Re. Ho pedalato attraverso sterminati campi di mais incastrati nella golena, su strade bianche dell’Italia che si può vedere solo più nei film in bianco e nero di Vittorio de Sica, mangiato la pessima carne di siluro grigliata e l’ottima carne del luccio, dormito sotto cieli stellati solcati dalla via Lattea, parlato con la gente dai dialetti diversi che vive a un passo da fiume. Non saprei dire quale sia il punto più spettacolare del grande fiume.

Lo spettacolo di un fiume che tutti vogliono ignorare
Il delta è un paradiso di colori che va dal rosa dei fenicotteri all’azzurro intenso del cielo terso, passando per lo sterminato verde smeraldo delle paludi. Gigantesche torbiere, scheletri enormi, fabbriche di mattoni, castelli medioevali dove i Borgia, e non solo, tra mille avventure hanno forgiato il Rinascimento. Padova, Cremona, Ferrara, Piacenza, città che lasciano senza fiato si trovano a un passo, o sono addirittura attraversate, dal grande fiume. In una tersa serata di settembre ho potuto vedere da Piacenza la piramide del Monviso in lontananza, mio punto di arrivo. Dalla confluenza tra Po e Ticino, a due passi da uno degli ultimo ponti di barche, si possono vedere nel seguente ordine: Monte Rosa, Cervino, Monte Bianco, Gran Paradiso, Rocciamelone, Monviso, Argentera. Per questo io sto dalla parte del fiume, io sto dalla parte di Po: perché quando sei vicino a lui ti senti protetto dalla sua bellezza. Quando esci e ti avventuri nella civiltà comincia il delirio della vita che vede in lui solo una fogna dove buttare senza pagar dazio ogni scarto della modernità. Io sto dalla sua parte perché mi piace il suo carattere mite ma iroso, quando viene provocato. Io sto dalla sua parte perché ci ricorda la vulnerabilità di un mondo senza regole, che poi si affaccia pensoso dai ponti a guardare.

Devastato da una pressione antropica inimmaginabile
Immagino la portata di Po a Ferrara in queste ore: un mare marrone di fango inarrestabile, che deborda nella golena riversando limo e scarto industriali. Nel mio viaggio ho parlato con decine di sindaci: alcuni eroici, altri non commentabili. In mezzo mille sfumature di sguardi sul fiume: da quello vitreo di chi in questi giorni scopre sgomento che nei fiumi scorre l’acqua, a chi il fiume lo adora come se fosse Eridano. Con loro ho avuto chiacchiere surreali e profonde, che mi portano ad immaginare il dibattito dei prossimi giorni, centrato sulla parola sicurezza. Dovrò isolarmi, ascoltare Renzi, svuotare la cantina, tutto pur di non ascoltare. Alzare o no gli argini dei fiumi? Dragare o no il fondale? Costruire o no briglie e dighe che lo contengano? Io, da dove è largo un chilometro e mezzo fino al punto dove sgorga dalla roccia, ho visto un fiume devastato da un pressione antropica che non è immaginabile. Nel suo letto, ad un passo da lunghe spiagge bianche, ho visto: automobili, lavatrici, frigoriferi, barche, immondizia varia, tronchi, televisori, chiazze d’olio, bitume, tutto. In pochi si domanderanno: è possibile trattare Po non come uno schiavo? Perché poi, anche Spartaco lo insegna, quando gli schiavi si innervosiscono provocano danni e frustrazioni. Seconda domanda: è possibile dare a Po un valore che lo trascini fuori dal mondo dei vinti?

I pazzi di Po
Ho conosciuto dei pazzi. Da soli, contro tutti, contro lo stato che li avversa o li ignora se sono fortunati, contro i pregiudizi e contro lo stesso fiume che li attrae ma li respinge con violenza. Investono in un’attività minima legata al fiume. Credono nel valore della bellezza, della cultura, nelle ricchezze del grande fiume. Investono soldi, e aspettano. Desiderano cose impossibili, e aspettano: una tassazione che tenga conto che loro stanno mantenendo vivo e in ordine un pezzo di territorio che serve a venti milioni di persone, in primis. Ovvero che stanno rendendo un servizio sociale alla collettività, non stanno dando solo da mangiare o da dormire a gente che passa. Lontano da Torino, da dove ora vedo sotto i miei occhi due barconi del comune che stanno creando un enorme effetto diga, vive Serena con la sua famiglia. Hanno aperto un bed & breakfast che si chiama «la zanzara», ed è facile capire perché. A Papozze, un posto romantico come un paesaggio di Turner: tu arrivi, posi il bagaglio, ti guardi intorno e rimani senza fiato. Serena e la sua famiglia aspettano che qualche turista passi, e nel mentre sperano che le istituzioni, oltre ad affacciarsi dai ponti a guardare l’acqua che c’è nel fiume quando è in piena, promuovano il fiume, la sua bellezza, la sua ricchezza. Incentivino la creazione di attività culturali parallele che invoglino una visita, un giro anche breve. Una lotta coraggiosa la loro, da sostenere.

Torna il sole, il Po torna a fare il suo dovere
Adesso c’è il sole, lo spettacolo dell’alluvione è già finito. Le vasche dei liquami sono state lavate bene e nel fiume è finito di tutto e di più, lo so. Poco oltre Piacenza, ricordo, una sera tarda mi persi: cercavo una piccola locanda, ma finii in una zona di cascine stipate da maiali. Sul limitar dell’aia incontravo sempre degli indiani sikh vestiti di arancione. Io pensavo: tra me e loro quello ricco sono io, anche se sono un viandante. Mi guardavano sospettosi quando arrivavo sporco e carico come un mulo con la mia bicicletta super tecnologica che vale almeno come dieci prosciutti. Era buio, io non sapevo dove passare la notte, e chiedevo loro di accogliermi. Mi hanno rimbalzato perché, dicevano, «non ti conosciamo scusa, vieni da lontano». Po sa insegnare molte cose: basta ascoltarlo, e non solo guardarlo come ebeti.