11 agosto 2020
Aggiornato 17:00
Due mesi prima veniva ucciso Giovanni Falcone

Paolo Borsellino: storia di un eroe a 24 anni dalla strage di via D'Amelio

Erano quasi le 17 del 19 luglio 1992 quando una Fiat 126 imbottita di tritolo saltava in aria uccidendo il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

ROMA – Sono passati ventiquattro anni dalla strage di Via D'Amelio in cui persero la vita, per mano di Cosa Nostra, il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Era una strada semisconosciuta ai più, via Mariano D'Amelio, e da quel tragico pomeriggio di metà luglio è diventata uno dei simboli più forti della lotta alle mafie. Quel 19 luglio, il magistrato si recava dalla madre per accompagnarla dal medico, ma un boato, un attimo prima di raggiungere il citofono della casa materna, ricordò a Palermo chi è che comandava. Cinquanta chili di tritolo. Poi, impresse, restano solo le immagini sbiadite di lamiere accartocciate e lenzuola bianche.

La forza del pool antimafia
Paolo Borsellino nella sua Palermo ci era tornato nel marzo del 1992 nelle vesti di procuratore aggiunto, ma la sua carriera da fermo oppositore di Cosa Nostra iniziava negli anni Ottanta, quando la Sicilia attraversava uno dei periodi più bui della sua storia. Proiettili e sangue segnavano il culmine della guerra tra Stato e Cosa Nostra, una guerra che continuava a mietere vittime innocenti e eroi. Il 29 luglio 1983 Rocco Chinnici, amico prima che collega di Borsellino, moriva in un attentato a Palermo, e Antonino Caponnetto, arrivato da Firenze per sostituirlo, dà vita al pool antimafia immaginato proprio da Chinnici per avviare un contrasto più efficiente di Cosa Nostra che passasse per un gruppo di magistrati dediti solo ed esclusivamente ai reati di stampo mafioso. Idea rivoluzionaria in un'Italia che stentava ancora, nonostante i cadaveri, a pronunciare la parola mafia. Il pool antimafia pensato da Caponnetto vedeva schierate le teste più brillanti della magistratura di quegli anni: insieme a Paolo Borsellino c'erano Giovanni Falcone, Leonardo Guarnotta e Giusepe Di Lello. Si studiava, si indagava e si condivideva: era questa la forza del pool.

Il maxi processo, il declino lento del pool
Borsellino, insieme ai colleghi, inizia a raccogliere materiale scottante, scomodo. Tanto scomodo da costringere il magistrato a trasferirsi, insieme a Falcone e alle rispettive famiglie, presso il carcere dell'Asinara. È durante questa permanenza sull'isolotto sardo che i due magistrati stendono le ottomila pagine dell'ordinanza-sentenza con cui venivano rinviati a giudizio 476 indagati. Il 10 febbraio dell'anno successivo, presso l'aula bunker del carcere dell'Ucciardone, prendeva il via il maxi processo che avrebbe visto, nel dicembre del 1987 la condanna di 342 persone. È sempre nel 1987 che sorgono i primi problemi nel pool: Caponnetto è costretto a dimettersi per motivi di salute e a prendere il suo posto, secondo le dichiarazioni stesse di Borsellino, sarebbe dovuto essere Falcone. Viene nominato, invece, Antonino Meli, per ragioni di anzianità. Ragioni «risibili» per Borsellino, che decide di tornare a Marsala, dove continua a lavorare in autonomia, supportato da giovani magistrati.

Capaci e via D'Amelio
Intanto Cosa Nostra si preparava a colpire ancora e Paolo Borsellino era uno degli obiettivi principali a cui guardava. Prima di lui, però, a saltare in aria doveva essere il collega Falcone. Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo saltavano in aria all'altezza di Capaci, sull'A29, l'autostrada che collega Palermo a Mazara del Vallo. «Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano», aveva detto Ninni Cassarà – commissario di Polizia, vittima di Cosa Nostra nel 1985 – a Paolo. Solo due mesi dopo, una Fiat 126 imbottita di tritolo uccide Borsellino e gli agenti della scorta, segnando la sconfitta dello Stato – l'ennesima – di fronte alla forza bruta e ignorante delle mafie.