7 dicembre 2019
Aggiornato 23:00
"uccidere per vedere l'effetto che fa"

Omicidio 23enne a Roma, parla l'esperta: «Ecco come e perché nascono i nuovi mostri»

Margherita Spagnuolo Lobb, psicoteraputa e direttore dell'Istituto di Gestalt HCC Italy, ha analizzato il caso del giovane 23enne assassinato nel quartiere Collatino e ci ha spiegato le ragioni profonde di questo dramma

L'esperta ci spiega perché nascono i "nuovi mostri" della criminalità.
L'esperta ci spiega perché nascono i "nuovi mostri" della criminalità. Shutterstock

ROMA  - «A generare mostri non è più il sonno della ragione ma il sonno degli affetti, l'anestetizzazione delle emozioni». Così spiega in una nota Margherita Spagnuolo Lobb, psicoterapeuta e direttore dell'Istituto di Gestalt HCC Italy, che analizza il caso del 23enne ucciso a Roma solo «per vedere l'effetto che fa».

Come si può arrivare a tanto?
Perché «uccidere una persona non è mai giustificato, ma siamo abituati a pensare all'omicidio come a un evento in cui le motivazioni sono forti emozioni di odio o desiderio di rivincita. In questo caso siamo di fronte a un omicidio attuato con una superficialità e una crudeltà che non appartengono all'essere umano» dice l'esperta. Ma come si può arrivare a tanto? Visto che «prima di tutto sono cambiate le relazioni primarie: i genitori dei giovani di oggi sono stati troppo distratti, preoccupati e in ansia per la crisi, per l'incertezza sociale, hanno presupposto che i loro figli potessero crescere da soli, li hanno sedati con la play station e le chat».

"Spesso la vita per questi giovani è come un video gioco"
Insomma «l'eccitazione che ogni bambino ha verso il mondo, e che ha bisogno di essere accolta e spiegata da un adulto che gli vuole bene, è diventata per questa generazione ansia, energia vuota da nascondere a se stessi. Spesso la vita per questi giovani è una farsa, un video gioco a cui bisogna giocare senza sapere se si vince o si perde, che non dà alcuna risposta sulla propria identità".  Il disagio si ripercuote a livello profondo, «soprattutto nel sentimento del sé corporeo. Il corpo è il grande dimenticato dei nostri tempi: il sentire corporeo che può venire da un abbraccio non esiste più. Questo è già un grave problema sociale, molto diffuso. I bambini stanno molto poco con i genitori, vanno presto al nido, e il genitore non può lasciarsi coinvolgere a fondo dal mondo del bambino. Quando arriva a casa, potrebbe sentirsi estraneo o incapace».

I bambini e i giovani hanno bisogno di essere riconosciuti
«Le ansie dei bambini piccoli, spesso risolte con psicofarmaci, i disturbi d'ansia e gli attacchi di panico, la depressione sono tutte manifestazioni della follia dei nostri tempi. L'ansia si annida sin da piccoli e poi rende difficile adeguarsi alle regole sociali e ai compiti della vita, alle relazioni che costruiscono le storie, alla vita di coppia, alla generazione di un figlio. Tutto resta non sviluppato, non 'gettato nella vita', ognuno pensa di avere ragione, l'altro non esiste se non per risolvere i nostri bisogni, perfino il bisogno di 'uccidere'. Questi delitti, a cui assistiamo da anni ormai, ci urlano il bisogno che i giovani hanno di essere riconosciuti, di essere protagonisti».

Che cosa scatta nella testa di chi uccide?
Che cosa scatta nella testa di chi uccide? «Il bisogno di scaricare un'energia vagante, mai contenuta nelle relazioni: uccidere, come gettare i sassi dal cavalcavia colpendo le macchine che passano, dà il senso di esserci» dice la psicoterapeuta. «I giovani sono attratti dal protagonismo, dalla possibilità di esserci per qualcuno. E siccome i grandi non sono più abbastanza autorevoli da opporre regole sociali forti, la loro ansia diventa energia senza confini». Come prevenire casi come quello dell'omicidio per gioco? «Credo che sia importante sostenere le famiglie giovani a stare nella relazione, soprattutto corporea, con i figli. Nessuno si cura di una coppia di genitori che hanno appena avuto un figlio: ci si aspetta che la nascita di un figlio sia gestibile nel modo più naturale possibile. Ma oggi non è così: un figlio appena nato crea molta ansia che non trova contenimento né nelle relazioni intime né nelle istituzioni sociali» dice Margherita Spagnuolo Lobb.

Ecco cosa possono fare i genitori
I genitori possono capire che un figlio ha un approccio sbagliato verso l'altro? «Certo, e spesso si accorgono che c'è qualcosa di strano nel comportamento dei figli. Il punto è che i figli hanno strumenti dialettici migliori dei loro, con cui si trincerano dietro il silenzio. Così i genitori restano incastrati tra il desiderio di lasciare liberi i figli e avere fiducia in loro e il senso di impotenza nel raggiungerli. Sarebbe auspicabile creare degli spazi di dialogo tra i genitori e altri spazi di dialogo tra gli adolescenti. Tutti i genitori vogliono essere capaci di dialogare con i propri figli e di esprimere loro l'affetto, e tutti gli adolescenti vorrebbero essere riconosciuti dai genitori nella propria 'bellezza', nel proprio desiderio di essere qualcuno nella società. Società che deve aiutarli mettendo a disposizione esperti, psicologi, psicoterapeuti, che possano favorire innanzitutto l'ascolto di se stessi e poi la capacità di entrare in relazione e di rispettare l'altro", conclude la psicoterapeuta.