23 ottobre 2019
Aggiornato 20:00
Duro colpo all'economia vercellese

Presto sulle nostre tavole solo riso asiatico. L'accordo UE che ci mette ko

Passato quasi in sordina, l'accordo siglato il 4 agosto tra l'Europa e il Vietnam stabilisce l'eliminazione di quasi tutte le barriere tariffarie nel mercato risicolo e l'importazione di ulteriori 80mila tonnellate di riso l'anno. Ma l'ex sindaco di Trino non ci sta

TRINO - Ma l'Europa c(h)i tutela? Inevitabile chiederselo dopo che, lo scorso 4 agosto, in pieno clima da partenze che annebbia i problemi di casa nostra, a Bruxelles hanno pensato bene di sottoscrivere un accordo che assesta un durissimo colpo alla nostra già sconquassata filiera del riso. Di fatto, s'è decisa l'eliminazione di quasi tutte le barriere tariffarie nel mercato risicolo tra Ue e Vietnam, nonché l'importazione di ulteriori 80mila tonnellate di riso l'anno, provenienti appunto dal paese asiatico. Se tutto va bene (anzi, se tutto va male), le novità entreranno in vigore nel 2017 o al massimo a inizio 2018.

La reazione entusiasta del viceministro Calenda
Non che si possa (o si voglia) arrestare l'avanzata del libero mercato, per carità, ma sarebbe quantomeno da analizzare con occhio critico la reazione del viceministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che ha giudicato l'accordo ottimo perché, tra le altre cose, dice, assicurerà condizioni migliori per i nostri prodotti Dop. Benissimo. Peccato che, nell'elenco dei Dop, del riso pare non esserci nemmeno l'ombra. E dire che Calenda tempo fa si era impegnato a ottenere da Bruxelles la clausola di salvaguardia per il Riso Italiano. A ben vedere, il viceministro deve aver preferito sacrificare questo prodotto a favore di ben altre eccellenze del made in Italy.

Intanto a Expo si fa un gran parlare di riso...
Stona non poco constatare tutto questo proprio quando, a Expo, si fa un gran parlare di riso, alla base dell'alimentazione di moltissime popolazioni in tutto il mondo e indiscussa prelibatezza del nostro territorio. La crisi in cui versa la filiera risicola deriva principalmente dalle importazioni del prodotto già lavorato dai Paesi in via di sviluppo come Cambogia e Birmania, facilitati dalle attuali regole europee. Qualche decisa protesta si è levata solo tra le fila dei produttori, ma nulla più.

La protesta in solitaria dell'ex sindaco di Trino
L'ex sindaco di Trino, oggi consigliere comunale, Giovanni Ravasenga non ci sta più. Ha scritto a tutti ripetutamente: ai Presidenti del Parlamento europeo Schulz e della Commissione europea Juncker, ai Commissari per l’Agricoltura Hogan e del Commercio Cecilia Malmstrom, agli europarlamentari di Piemonte e Lombardia e al vicepresidente del Parlamento europeo Tajani, a Renzi, ai ministri delle Politiche Agricole e Agroalimentari Martina e dello Sviluppo economico Federica Guidi, ai Presidenti delle Regioni Piemonte, Lombardia e Veneto e delle Province di Alessandria, Biella, Novara, Milano, Mantova, Vercelli e Verona. Ma (quasi) tutto tace. Paradossalmente, gli unici che gli hanno risposto sono stati i «piani alti», quelli di Bruxelles.

«Serve un fronte comune della filiera del riso»
La sua proposta è quantomai semplice: che lo stesso sindaco di Trino, «patria del riso», si faccia interprete di promuovere un atto deliberativo condiviso con gli altri Comuni del riso a sostegno della crisi in cui versa il comparto, da far arrivare fino a Bruxelles e oltre se serve. «Mi domando», scrive Ravasenga in una lettera pubblicata su VercelliOggi, «come mai la vecchia Europa sia così sorda a fronte di importazioni di prodotti dei quali sappiamo poco o nulla delle loro metodologie di coltivazione, quali prodotti chimici vengono utilizzati (fitofarmaci, antiparassitari, ecc.). Sappiamo certamente che la manodopera impiegata molte volte è ai limiti della sopravvivenza. Tutti parametri distanti anni luce da quelli che l’Europa, con le proprie regole, pretende invece dagli Stati membri».

La nostra politica agroalimentare dov'è?
Perché la Ue con i suoi «lentissimi passi e i suoi prolungati silenzi», unitamente a quelli della nostra politica agroalimentare «che stenta molto a decollare, o forse non è mai decollata», non assumono invece delle posizioni importanti e decise a difesa dei nostri prodotti in quel «generalizzato e confuso scenario della globalizzazione, troppe volte preso a giustificazione degli stati di crisi che giornalmente ormai affrontiamo? Abbiamo il sacrosanto dovere innanzitutto di difendere e allo stesso tempo di valorizzare questo prodotto simbolo della nostra agricoltura».

Il ruolo che l'Unione dovrebbe avere
In Europa e in Italia la coltivazione del riso è iniziata otto secoli fa in terra vercellese, nelle Grange di Lucedio, meta di moltissimi visitatori stranieri, dove si produce ancora oggi un riso di eccellenza. «Difendere il Riso Italiano, significa difendere una parte importante della nostra economia, significa difendere molte aziende che hanno saputo investire per costruire una risicoltura di eccellenza, significa difendere il lavoro di un indotto di notevoli dimensioni e di valori economici importanti, e quindi difendere il lavoro di molte famiglie e di molti addetti. L’Europa Comunitaria non è nata per essere sorda e/o per estraniarsi da queste sfide». Sottoscriviamo.