17 settembre 2019
Aggiornato 06:00
Televisione e lottizzazione

La Rai di Renzi è in bianco e nero

Aveva promesso consiglieri di amministrazione competenti e di livello, invece ha nominato i suoi soliti amici. Proprio come faceva la Democrazia cristiana negli anni '60. Alla faccia della rottamazione...

ROMA – La Rai è di nuovo agli anni '60, ma naturalmente senza Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Corrado, le gemelle Kessler, Studio 1 e, soprattutto, senza il boom economico. L'unica cosa che Matteo Renzi è riuscito a far tornare indietro di mezzo secolo è la nomina dei componenti del consiglio di amministrazione. Più che i metodi di suo paparino Silvio Berlusconi, ha utilizzato quelli di nonno Andreotti: una lottizzazione in perfetto stile Dc. Con l'aggravante che almeno i democristiani sceglievano sì loro compagni di partito, ma competenti. Nella brillante era renziana, saperne qualcosa di televisione non è poi così importante per ricoprire un incarico nella tv pubblica. Ciò che conta è solo essere amico del capo. Niente male, per chi aveva promesso di indicare «professionisti di livello, competenza e indipendenza, come è giusto che sia» (ma in fondo, scemi noi a dare ancora retta alle sue parole). Niente male per chi doveva rottamare tutto, cambiare verso all'Italia, invece ha solo cambiato verso all'orologio, riportandoci indietro.

Freccero, l’unico che ci capisce
Di tutti i componenti del prossimo consiglio di amministrazione della Rai, il nome più interessante lo ha fatto il Movimento 5 stelle (e non è neanche la prima volta che capita) insieme a Sel: Carlo Freccero, già direttore di Rai 2, Rai 4 e Italia 1, uno che ha fatto la storia della televisione nel nostro Paese. Tanto che Pierluigi Bersani si è rammaricato che «ce lo siamo fatti sfilare da Grillo: è l'unico che ci capisce di Rai e avrebbe unificato la sinistra»: peccato che abbia la brutta abitudine di accorgersene sempre troppo tardi. Invece, il Partito democratico di Renzi ha sfoderato un tris d'assi: Franco Siddi, vecchio sindacalista dei giornalisti; Rita Borioni, storica dell'arte in quota Orfini (ormai diventato lo Stanlio di Renzi); e Guelfo Guelfi, già spin doctor del premier ai tempi della candidatura alla presidenza della Provincia di Firenze. Di tutti i possibili candidati in Italia, guarda caso il migliore si è rivelato ancora una volta un fiorentino amico di Renzi. Quando si dice la combinazione.

Solo amici
E dire che un nome più autorevole, sul tavolo, c'era anche: quello di Ferruccio De Bortoli. Che con la televisione c'entrava poco pure lui, a dire il vero, ma almeno era un personaggio di altissimo livello dell'informazione, già direttore due volte del Corriere della sera e del Sole 24 ore. Peccato che lui del premier fosse un nemico: sono passati alla storia gli editoriali in cui, sul giornale conservatore per eccellenza, non disdegnò di definirlo «giovane caudillo» e «maleducato di talento». Parole che un uomo permaloso e vendicativo come il bulletto di Firenze non poteva dimenticare. Dunque, croce sopra al nome di De Bortoli. Per giunta con la beffa della dichiarazione di ‘Stanlio’ Orfini: «La minoranza del Pd è abituata a esercitare veti». Proprio nel giorno in cui il veto l'hanno esercitato loro.