22 ottobre 2019
Aggiornato 06:00
Lo scoop de L'Espresso terremota la Sicilia

Rosario Crocetta pugnalato per un silenzio

Lo sciacallaggio delle intercettazioni ha toccato una nuova vetta: non si impicca più un politico per le sue parole, ma addirittura per i suoi silenzi. Crocetta fa bene a resistere: se il Pd lo vuole sfiduciare lo faccia a viso aperto

ROMA – Sarebbe fin troppo facile tuonare per l'ennesima volta contro la follia di una pubblicazione senza regole delle intercettazioni telefoniche. Di cui più che i giornalisti (che esercitano il loro legittimo diritto di cronaca) hanno colpa quei servitori dello Stato che sarebbero tenuti a mantenere il segreto e che il più delle volte non vengono nemmeno individuati e puniti, talmente tante sono le mani in cui finiscono le conversazioni registrate. Sarebbe fin troppo facile denunciare la pelosa ipocrisia di chi ieri si stracciava le vesti contro la violazione della privacy (il centrodestra) o derubricava le parole analogamente intercettate di Renzi a «romanzo fantasy» (il centrosinistra) e oggi invece si unisce al coro delle indignazioni. Sarebbe fin troppo facile mettere in dubbio lo scoop dell'Espresso, sia per la smentita mai così netta della procura di Palermo (che non lascia intendere, come risponde il direttore Vicinanza, che «le frasi sono contenute in atti secretati», ma proprio che non ci sono), sia per il dubbio tempismo con cui hanno dato il via all'indegno sciacallaggio di chi, come il Pd, di Rosario Crocetta non vedeva l'ora di liberarsi già da tempo. Non sono in discussione la buona fede o la credibilità della testata, beninteso, ma l'eventualità che il giornalista sia incappato in un infortunio professionale, in una fonte poco attendibile, errori che in questo mestiere possono capitare anche ai migliori.

Il silenzio dell’innocente
Sarebbe fin troppo facile, e probabilmente sarebbe anche giusto farlo. Ma qui parliamo di politica. E dunque l'aspetto che più ci interessa della gazzarra scoppiata intorno al presidente della Regione Sicilia, perché il più grave e preoccupante di tutti, è proprio la reazione del palazzo, dei suoi colleghi politici. Siamo stati abituati, nel corso degli anni, a vedere politici impiccati, in modo più o meno condivisibile, alle loro parole pronunciate durante conversazioni private, spesso in contesti informali, sostanzialmente senza filtri. Ma stavolta abbiamo toccato una nuova vetta: Crocetta è stato impiccato per il suo silenzio. Le parole del suo medico Tutino, che secondo quanto riportato dall'Espresso si sarebbe augurato che l'ex assessore regionale alla Sanità Lucia Borsellino venisse «fatta fuori come suo padre», sono come minimo delle roboanti ca...ate, se non peggio. Ma il politico non le ha pronunciate. Si è limitato a stare zitto, ed è bastato questo a far piovere su di lui le richieste di dimissioni. Ipotizziamo anche che questa intercettazione esista davvero e che l'Espresso, nei prossimi giorni, sia in grado di farla ascoltare in audio, il che ci augureremmo perché fugherebbe ogni dubbio sul loro lavoro giornalistico. Ma anche se sentissimo con le nostre orecchie il silenzio di Crocetta, che prove avremmo per emettere una condanna a suo carico in questo barbaro processo alle intenzioni? Dietro ad un silenzio ci possono essere milioni di ragioni, anche quelle addotte dallo stesso governatore a sua discolpa: che la frase incriminata non l'abbia sentita, magari perché era in galleria o il telefono prendeva male, o chissà per quale altro diavolo di motivo. Il punto è che non vedo nemmeno una di queste ragioni che possa avere la benché minima consistenza politica.

Fratelli coltelli
A Rosario Crocetta, sulla cui efficacia come amministratore noi stessi nutriamo più di una riserva, non può che andare la nostra solidarietà umana per l'indegna demolizione della sua reputazione che è costretto a subire in questi giorni. Ma gli diamo un consiglio: ritiri subito la sua autosospensione, un gesto privo di significato pratico, non previsto da nessuna legge ed evidentemente partorito solo dalla necessità di prendere tempo. Se, per qualche ipotetico motivo che non riesco a immaginare, si senta davvero colpevole, anche solo moralmente, di fronte ai cittadini siciliani, allora si dimetta oggi stesso. Altrimenti vada avanti per la sua strada, continuando a professare a testa alta la sua innocenza. E sfidi i suoi tanti fratelli coltelli del Pd a sfiduciarlo. Se pensano che debba andare a casa, trovino i motivi politici e lo affrontino. Ma in faccia, non pugnalandolo vigliaccamente alle spalle.