Silvio al bivio: ucciso da Salvini o suicida con Renzi?
Forza Italia da sola non vince più. Ma che scelga la Lega Nord o il Partito della nazione, in entrambi i casi resterà schiacciata dai suoi più forti alleati. Meglio che Berlusconi si faccia da parte, dunque, e convochi le primarie
ROMA – Peccato che, di questi tempi, la frase rischi di suonare come un'immeritata presa per il sedere ad Alexis Tsipras. Altrimenti, per descrivere in estrema sintesi l’odierno panorama politico italiano potremmo usare un noto proverbio: «Se Atene piange, Sparta non ride». Del governo Renzi che traballa, delle sue difficoltà a tenere in piedi la propria stessa maggioranza e il consenso degli italiani, abbiamo già parlato ieri. Ma del resto non è che sul fronte di centrodestra la situazione sia molto più rosea.
Fine impero
In Forza Italia, nonostante i mal di pancia interni e la crescente disaffezione degli elettori, a comandare è sempre lui, Silvio Berlusconi. Il problema è che, per la prima volta nella sua storia politica, l'ex Cav non è più colui che dà le carte, né in casa sua né tantomeno nelle trattative con il fronte opposto. Al contrario, si trova con le mani legate, costretto sostanzialmente a scegliere di che morte morire, se suicidarsi o farsi ammazzare. Gli azzurri, infatti, controllano ancora una fetta significativa dell'elettorato, ma da soli non saranno più in grado di vincere le elezioni. Da qui il bivio che si apre davanti a Berlusconi: con quale dei due Mattei allearsi?
La Lega…
Da un lato c'è il compagno di strada più scontato: Salvini. La Lega Nord è stata in coalizione con Forza Italia sostanzialmente in quasi tutte le elezioni degli ultimi vent'anni (e quando non lo è stata l'ha fatta perdere) e i due partiti già governano in tandem in molti enti locali. Rispetto ai tempi di Bossi, però, le gerarchie tra i due alleati si sono ribaltate: oggi a portare la maggior parte dei voti non è più Silvio, ma Matteo. Ma è cambiata anche la strategia politica del partito padano, le cui parole d'ordine oggi sono «no euro». Come si fa a trovare un accordo se da una parte del tavolo c'è chi accusa la Merkel di «nazismo finanziario» e dall'altra chi le siede accanto nei banchi del Partito popolare europeo? Non sarebbe certo il primo matrimonio contro natura che vediamo nella politica italiana, ma questo sarebbe davvero difficile da far digerire. All'elettorato, ma soprattutto alle aziende di casa Berlusconi, che alla fine restano la sua prima preoccupazione, e che temono di perdere centinaia di milioni in borsa in caso di un'uscita dall'euro, anche solo paventata.
…o il Partito della nazione?
Dall'altro lato, naturalmente, c'è Renzi. Il figlio illegittimo, almeno politicamente, di Silvio, anch'egli suo ex alleato, nel patto del Nazareno. In molti vedono l'apparente rottura con Denis Verdini, che ha ormai deciso di transitare in maggioranza con il proprio gruppo di Azione liberale, in realtà come un test in vista dell'eventuale rientro in maggioranza di tutta Forza Italia. Tanto che da piazza San Lorenzo in Lucina giungono voci sempre più insistenti secondo cui l'intenzione degli azzurri sarebbe quella di ammorbidire la propria opposizione sulle prossime riforme istituzionali, che del resto non si discostano poi molto dal programma degli stessi berlusconiani. Anche in questo caso, però, lo scenario non cambierebbe di molto: Forza Italia potrebbe al limite sciogliersi nel Partito della nazione, ma comunque accettando la guida di Renzi, che ha già dimostrato in passato di fare i propri interessi, più che quelli dei suoi alleati. E resta da vedere se i falchi del partito accetterebbero di fare i renziani di complemento o piuttosto opterebbero per una scissione, stavolta vera, in stile Raffaele Fitto. Da qualsiasi parte si giri, insomma, l'ex Cav vede una strada praticamente senza uscita. L'uscita più onorevole, almeno per lui, resta dunque quella che gli consigliammo, inascoltati, già prima delle elezioni regionali: farsi definitivamente da parte e aprire la porta alle primarie in Forza Italia per individuare un suo successore. Un successore vero, non quella specie di brutta copia che ha lasciato in eredità al Pd.
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