27 giugno 2019
Aggiornato 00:00
L'appello al Governo rivolto da Paola Pinna (Gruppo Misto)

Quasi la metà degli italiani è analfabeta funzionale

Nuovo record negativo per l'Italia nell'area OCSE. Le percentuali di analfabeti fuzionali - persone incapaci di usare efficacemente le competenze di base di lettura, scrittura e calcolo - sfiorano il 40%. Il tutto, a fronte di un sistema di istruzione pieno di falle, di un sistema radioteleviso non in grado di educare e di un trend in crescita dei «not in education, employment or training» (NEET).

ROMA - Nuovo record negativo per l'Italia nell'area OCSE, in riferimento ad un'emergenza sociale di cui si parla poco, ma comunque significativamente presente nel nostro Paese. Si tratta del cosiddetto «analfabetismo funzionale», che consiste nell'incapacità a usare in modo efficace le competenze di base, quali lettura, scrittura e calcolo, per muoversi autonomamente nella società contemporanea. Ha trattato della questione alla Camera la deputata del Gruppo Misto Paola Pinna.

IN ITALIA QUASI IL 40% DELLA POPOLAZIONE SFIORA L'ANALFABETISMO FUNZIONALE - L'analfabeta funzionale, spiega l'interrogante, è apparentemente autonomo e non è consapevole del problema ma in realtà non è in grado «di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». E, secondo una ricerca OCSE svolta nel 2013 per il periodo 2011-2012, l'Italia sarebbe straordinariamente interessata da questo tipo di analfabetismo, specialmente nelle aree meno sviluppate. Le competenze prese in considerazione dall'indagine sono due: «quelle fondamentali per la crescita individuale, la partecipazione economica e l'inclusione sociale (literacy) e quelle per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta (numeracy)». Posta una scala dal livello 0 al livello 5 punti per valutare tali competenze, gli adulti italiani, in entrambi i campi, non sono certo emersi per preparazione. Come riportato dall'interrogante, infatti, «l'Italia si colloca significativamente al di sotto della media e il deficit del Paese è più accentuato al sud e nelle isole. Gli adulti italiani (16-65 anni) si situano per la maggior parte al livello 2 sia nel dominio di literacy (42,3 per cento) che nel dominio di numeracy (39,0 per cento), il livello 3 o superiore è raggiunto dal 29,8 per cento della popolazione in literacy e dal 28,9 per cento in numeracy, mentre i più bassi livelli di performance vengono raggiunti dal 27,9 per cento della popolazione in literacy e dal 31,9 per cento in numeracy»

TULLIO DE MAURO: LA METÀ DEGLI ITALIANI INCAPACE DI COMPRENDERE L'INFORMAZIONE - D'altronde, lo stesso Tullio De Mauro, professore emerito di linguistica generale nella facoltà di scienze umanistiche dell'università di Roma La Sapienza, ha ribadito che più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l'informazione scritta e molti anche quella parlata. La deputata del Gruppo Misto sottolinea dunque come, sebbene i dati sopracitati possano sembrare sterili, in realtà sono indicativi di «una situazione che potrebbe avere conseguenze pericolose poiché si tratta di una larga fetta di popolazione concretamente non in grado di ricevere e valutare in modo oggettivo nuovi fatti e suscettibile d'essere pilotata mediante populismo e mistificazione della realtà». Quali, le cause si tale problematica? Per l'interrogante, «le falle del sistema scolastico italiano, l'ampliarsi di quella fascia di giovani che non sono né occupati né inseriti in un percorso formativo, il servizio pubblico radiotelevisivo che ha gradualmente perso la sua funzione educativa e culturale e infine l'uso inconsapevole di internet. Quest'ultimo fattore costituisce un'altra forma di analfabetismo, associabile a quella funzionale, ovvero l'analfabetismo digitale inteso come mancanza di competenze digitali e quindi incapacità di saper utilizzare le tecnologie di informazione e comunicazione per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite internet»

SCOLARIZZAZIONE E SPESA PER ISTRUZIONE IN CALO - D'altronde, che la situazione dell'istruzione nel nostro Paese non sia, per così dire, rosea, non è una novità. Essa, infatti, rivela «un livello molto basso in confronto agli standard internazionali. Con la crisi nel nostro Paese vi è stato un vertiginoso calo del tasso di scolarità nelle scuole superiori: dal 2007 al 2011 si è passati dal 94,9 per cento al 91,4 per cento di iscritti, come rivelano i dati del report annuale «Italia in cifre 2014» elaborato dall'Istat. Il 30 per cento dei giovani fra i 25 e 34 anni non ha un diploma di scuola secondaria, contro meno del 10 per cento nella media Ocse, e il numero degli immatricolati nelle università italiane è diminuito di 25.177 unità dall'anno accademico 2011/2012 al 2012/2013 (ultimi dati disponibili). Colmare questo divario nei livelli di scolarizzazione fra Italia e altri Paesi dovrebbe essere un imperativo. Tuttavia, dal 2008 con l'inizio della crisi economica la spesa per istruzione è stata ridotta (e ciò è ancora più grave se si tiene conto che si partiva da livelli di spesa che erano già inferiori a quelli di molti Paesi avanzati) e ad oggi fra gli Stati europei membri dell'Ocse l'Italia è il Paese che, in rapporto al proprio Pil, spende di meno nell'istruzione: 4,6 per cento».

EMERGENZA NEET - L'interrogante, dunque, non nasconde la sua preoccupazione, e cita le parole del padre costituente Piero Calamandrei, secondo cui «dalla scuola dipende come sarà domani il Parlamento, come funzionerà domani la Magistratura: cioè quale sarà la coscienza e la competenza di quegli uomini che saranno domani i legislatori, i governanti e i giudici del nostro paese». Soprattutto perché l'Italia è, attualmente, anche il Paese dei NEET, i not in education, employment or training: giovani non più inseriti in un percorso scolastico o formativo ma neppure impegnati in un'attività lavorativa, che disinvestono sulle proprie capacità senza accrescerle e utilizzarle.​ L'interrogante fa notare come «un prolungato allontanamento dal mercato del lavoro e dal sistema formativo può comportare il rischio di una maggiore difficoltà di reinserimento e una sorta di scollegamento dalla realtà. I risultati delle ricerche Istat in proposito non sono confortanti, nell'arco degli ultimi dieci anni (2004-2014) il dato NEET, fra i 18 e 29 anni, in termini percentuali è passato dal 21,9 al 32,5​». Sul banco degli imputati, oltre al sistema scolastico, il servizio pubblico radiotelevisivo, «che, come si evince anche dai documenti europei [...], dovrebbe avere una funzione culturale rispondendo ai bisogni informativi, educativi e di intrattenimento dei cittadini. Tuttavia, questo sistema è sostanzialmente entrato in crisi. In special modo la televisione pubblica sta tendendo sempre più verso una programmazione tipica della televisione privata, per sua natura commerciale, ponendo al primo posto l’auditel a discapito della sua funzione educativa».​ Se a questo quadro si aggiunge anche l'uso inconsapevole della rete e dei social network da parte degli analfabeti funzionali, pratiche che possono portare a fomentare disinformazione e sentimenti di intolleranza e odio, la portata dell'emergenza sociale è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto perché «l'attuale tendenza, riscontrabile specialmente nell'ambito politico, ma non solo, alla riduzione della complessità a slogan incrementa questi rischi, si delinea così un meccanismo pericoloso che si nutre di ignoranza, rabbia e disperazione e che orienta i malumori della popolazione senza valutare e tenere conto delle conseguenze nefaste​».

IL GOVERNO LOTTI PER RESPONSABILIZZARE IL POPOLO - Per questi motivi, l'interrogante impegna il Governo «a rivedere il piano dell'istruzione affiancando all'insegnamento dogmatico gli strumenti per decifrare e comprendere, valutare e usare informazioni, di origine scritta o orale, per intervenire attivamente nella società, in tale ambito valorizzando l'insegnamento dell'educazione civica affinché i giovani imparino fin da subito il convivere civile e facciano proprio il senso di responsabilità verso la cosa pubblica; ad implementare, promuovere e diffondere il programma nazionale per la cultura, la formazione e le competenze digitali, mettendo in atto interventi di alfabetizzazione digitale e potenziando culture e conoscenze già presenti; ad agire senza indugio per invertire il trend dei cosiddetti NEET con piani per l'occupazione giovanile e incentivazione allo studio, coinvolgendo scuola, aziende e parti sociali sull'onda della programmazione europea a favore dei giovani; ad operare, per quanto di competenza, affinché il sistema radiotelevisivo italiano sia reinvestito della sua originaria funzione culturale, formativa e educativa». Perché, in fondo, un popolo consapevole e informato, reattivo e propositivo è uno dei fattori fondamentali anche per uscire dalla crisi.