21 novembre 2019
Aggiornato 01:30
Continua lo smottamento nei partiti

Uno, cento, mille Scilipoti

Onore al senatore della Repubblica Domenico Scilipoti, ispiratore di un neologismo, lo «scilipotismo» usato ormai comunemente dagli italiani per indicare chi si dedica con assiduità al trasformismo politico. Perché il senatore merita gli onori? Semplicemente perché è stato l’antesignano di un movimento che ormai sta conquistando tutto il Parlamento italiano.

ROMA - Onore al senatore della Repubblica Domenico Scilipoti, ispiratore di un neologismo, lo «scilipotismo» usato ormai comunemente dagli italiani per indicare chi si dedica con assiduità al trasformismo politico. Perché il senatore merita gli onori? Semplicemente perché è stato l’antesignano di un movimento che ormai sta conquistando tutto il Parlamento italiano.

E’ stato infatti il ginecologo- agopuntore di Barcellona Pozzo di Gotto ad intuire per primo l’affermazione di qualcosa che va al di là della moda del momento, del fatto di costume: lo «scilipotismo» si va infatti affermando come identità culturale di una popolazione politica ( o forse di una popolazione tout court) dove il cambio di casacca avviene al volo, a gioco in corso. E non è novità da poco nell’evoluzione antropologica degli italiani se confrontato al trasformismo un po’ paesano di chi , alla caduta del fascismo si sbrigò a togliersi dalla testa il fez per scambiarlo con un bel fazzoletto rosso da cingersi al collo.

E’ vero c’era stato il precedente drammatico dell’ annuncio badogliano che intimava agli italiani di continuare la guerra, salvo dimenticarsi di dire contro chi. Ma allora c’era da portare a casa la pelle. C’era da farla finita con il caffè di cicoria, di piantarla con le fanfaronate «armiamoci e partite». Tutte cose drammatiche o nobili, ma da paese con le pezze al sedere. Niente a che vedere, insomma, con il trasformismo moderno, lo «sciolipotismo 2.0» , tutto giocato sul «made in Italy», gli abiti firmati, le «frecce rosse», le frecce avvelenate, i supplì della bouvette, le poltrone a Ballarò, le auto blu, i vitalizi, e magari anche la consacrazione di una imitazione di Crozza.

Che lo «scilipotismo» dell’era tecnologica nulla abbia da spartire con le vecchie pratiche del trasformismo lo testimoniano le accorate parole con le quali Benedetto della Vedova ha rinunciato a seguire le orme di cinque senatori e due deputati di Lista Civica che a due giorni dal congresso del loro partito hanno preso la strada che conduce a via del Nazareno  

«Proseguirò - ha assicurato Della Vedova - con ancora maggiore convinzione il mio impegno nella maggioranza che sostiene il governo Renzi. Se il presidente del Consiglio e il ministro per gli Affari Esteri riterranno opportuno continuare ad avvalersi del mio lavoro come sottosegretario, sarò ben lieto di proseguire con determinazione e piena condivisione degli obiettivi. In linea con il mio percorso politico, tuttavia, non penso di potere oggi aderire al gruppo del Partito Democratico, come hanno fatto per ragioni che comprendo perfettamente alcuni miei colleghi parlamentari eletti con SC. Mi considero da sempre un radicale, ho sperato inutilmente nella costruzione di un centrodestra liberale e autenticamente europeo, ho contribuito all'iniziativa di governo e poi politica di Mario Monti. Mi sembra comunque che questo sia, da parte mia, un modo leale e onesto di partecipare al cambiamento profondo e positivo che il governo Renzi sta mettendo in atto».

Quale è la sintesi delle parole di Della Vedova? Non ha mai smesso di essere radicale, ci terrebbe a non perdere la poltrona di sottosegretario, giura fedeltà a Renzi, ma, per ora, resta dentro quella Lista Civica che ha contribuito a svuotare. C’è qualcuno che un tale comportamento oserebbe chiamarlo trasformismo? Non lo fa nemmeno il segretario di Lista Civica, Enrico Zanetti, il quale, messo di fronte alla diaspora, non si lascia andare ad insulti del tipo «traditori», «infedeli», ma elegantemente si limita a sottolineare che Renzi «ha lanciato un’opa ostile nei confronti dei senatori di SC». Insomma rimproveri da solotti buoni della finanza. Naturalmente anche Zanetti si è affrettato a giurare che tutto ciò non intaccherà la sua fedeltà al governo, né scalfirà la sua poltrona di sottosegretario allo Sviluppo.    

L’unica che non si è ancora accorta dell’evoluzione antropologica dello «scilipotismo 2.0» è Francesca Pascale, la fidanzata di Silvio Berlusconi, l’unica rimasta a sbraitare contro «traditori» e «Infedeli». Gli altri, tutti gli altri, tutt’al più si rivolgono agli scilipoti di turno chiamandoli dissidenti. Ed è giusto così, perché uno «scilipoti» non si fa in un giorno. Ormai c’è tutta una trafila. Prima si contestano le scelte della maggioranza. Poi si vota un po’ contro. Poi si esce dall’Aula. Poi si fanno le riunioni nei ristoranti. Poi ci si comporta da separati in casa. E’ inutile continuare, ce n’è abbastanza per ripetere: onore a Domenico Scilipoti, l’unico e autentico «scilipoti», il padre di tutti gli «scilipoti», il vero inventore dello «scilipotismo 2.0».