31 ottobre 2020
Aggiornato 11:00
Lo scrittore alla sbarra: «Sabotare è nobile»

Anche Erri De Luca pagherà il prezzo della Tav

La sentenza sugli scontri del 2011 in Val Susa ha visto 47 condanne e 142 anni complessivi di pena. Per il leader storico del movimento No Tav Alberto Perino si tratat di una «vendetta di Stato, il fallimento della politica». Sotto processo anche lo scrittore Erri De Luca, accusato di «istigazione per delinquere».

TORINO - «La Tav va sabotata»: è questa la frase che ha fatto finire lo scrittore napoletano, ex militante di Lotta Continua, Erri De Luca sotto processo. Oggi è il giorno della sentenza e de Luca torna a ribadire il concetto. Accusato di «istigazione per delinquere» per la frase di appoggio ai sabotaggi ai cantieri dell'alta velocità, pronunciata e scritta in alcuni articoli nel 2010, oggi Erri De Luca, a pochi minuti dalla sentenza, spiega a Il Corriere della Sera: «Conosco bene il significato della parola sabotaggio, l’ho praticato qui a Torino, negli anni Ottanta. Per 37 giorni e 37 notti sono stato alla Fiat Mirafiori, dove con gli operai abbiamo bloccato la produzione».

CITTADINO DELLA VAL DI SUSA - Continua, ancora lo scrittore: «ll verbo sabotare è nobile ha un significato molto più ampio dello scassamento di qualcosa. Lo usava anche Gandhi. Io sostengo che la Tav vada sabotata. Anche un ostruzionismo parlamentare è un sabotaggio rispetto a un disegno di legge. Ma quello che riconoscono a me, non lo riconoscono a Bossi o Berlusconi. Eppure io valgo per uno. Non ho un partito. Non ho una sezione in cui andare a sobillare. Non sono aderente a nulla. Io sono un cittadino della Val di Susa». Per la procura di Torino, le parole pronunciate dallo scrittore napoletano, avrebbero creato danni al cantiere Tav a Ltf, perché, in quanto personaggio conosciuto e capace di influenzare altre persone avrebbe spinto altri a compiere atti illeciti contro le strutture dell'alta velocità. Era stata proprio la società stessa a far partire le indagini muovendo una denuncia nei confronti di Erri De Luca.

IL FALLIMENTO DELLA POLITICA - «Sa più di vendetta che di giustizia». Così Alberto Perino, leader storico del movimento No Tav, commenta la sentenza sugli scontri del 2011 in Val Susa. 47 condanne e 142 anni complessivi di pena. In un'intervista rilasciata a La repubblica, Perino dichiara che si tratta di una «vendetta di Stato, il fallimento della politica».

«CI SPARANO ADDOSSO, MA RESISTIAMO» - I giudici del Tribunale di Torino, dunque, hanno individuato e punito gli assalti al cantiere Tav di Chiomonte del 27 giugno e del 3 luglio 2011. Le pene vanno da 250 euro a 4 anni e 6 mesi di reclusione. Le condanne investono tutto il panorama disomogeneo che caratterizza il movimento: dagli esponenti delle realtà anarchiche, agli autonomi, per toccare gli abitanti della Val Susa e gli intellettuali. «È stata una sentenza politica, arrogante, fatta solo per colpire il movimento», continua Perino. E per quanto riguarda la pena, «il risarcimento chiesto è abnorme, un'esagerazione. Abbiamo visto tutti i filmati: la polizia diceva di spararci addosso. Perché la politica fa queste cose? Per garantire le forze dell'ordine. È l'estremo tentativo di farci fuori, ma non ci riusciranno».

PIÙ FORTI DI PRIMA - Le parole vengono pronunciate nella sera della sentenza, quando, allibiti dalla decisione presa dai giudici, i manifestanti presenti organizzano su due piedi una protesta: allestiscono un blocco stradale di protesta presidiato dalle forze dell'ordine, sulla strada che porta alla tangenziale. I manifestanti, come riportato da La Repubblica, sono qualche centinaio, molto meno rispetto a un tempo: «Questa protesta è improvvisata. È sera, fa freddo. A Venaus nel 2005 non eravamo molti di più – spiega il leader del movimento –. diverso è quando organizziamo manifestazioni di pomeriggio per la gente: in quei casi siamo tantissimi. Non fatevi dei film: è una batosta, ma i No Tav sono forti e compatti».

LA RIPICCA DELLA MAGISTRATURA - La sentenza di ieri è arrivata dopo meno di un mese dalla cancellazione da parte della Corte d'Assise dell'accusa di terrorismo mossa contro quattro esponenti del movimento, i quali nel 2013 avevano preso d'assalto quello stesso cantiere. Quella di ieri, quindi, è stata percepita come una forte battuta d'arresto da parte di chi sperava che anche il maxi processo intentato ai 53 imputati si concludesse come quello del mese scorso. «È successo che oggi è arrivata la risposta di certa magistratura all'assoluzione dall'accusa di terrorismo – commenta Perino –. Ma queste cose ci rafforzano da matti».

IL RISARCIMENTO ALLO STATO - 142 mila euro: questa la somma che i condannati dovranno versare alle parti civili. Tra queste, ovviamente, i poliziotti rimasti feriti durante gli scontri, oltre al Sap – il sindacato autonomo di Polizia –, il ministero dell'Interno e il ministero della Difesa. All'appello manca la società che si occupa della realizzazione dei lavori, la Ltf, che non molti giorni fa incassava 200mila euro per il blocco delle operazioni di carotaggio all'autoporto di Susa, fatto accaduto nel 2010.

LUPI: «SENTENZA GIUSTA» - Inevitabili le tensioni a Torino dopo la lettura della sentenza: al blocco del corso regina Margherita, è seguita una manifestazione di protesta a Bussoleno, in valle, dove i manifestanti si sono riuniti per dimostrare solidarietà ai condannati. Le proteste continuano con il lancio di sassi contro gli agenti nei pressi della galleria Prapontin del Frejus. Il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, commenta la vicenda: «Con questa sentenza si ristabilisce il primato della legalità e pure del buon senso: assaltare un cantiere, attaccare le forze dell'ordine, ferire oltre 180 persone tra poliziotti, carabinieri e militari della Guardia di Finanza non è una normale manifestazione di dissenso, è un crimine – spiega Lupi –. Oggi si fa giustizia anche di tante coperture politiche e intellettuali di quella violenza, che hanno cercato e cercano di nobilitarla con richiami assurdi alla Resistenza».