17 novembre 2019
Aggiornato 11:30
Il giudice risponde a Giuliano Ferrara

Capaldo: «La mafia cambia, ma è sempre mafia»

Il magistrato Giancarlo Capaldo commenta i fatti Roma e sottolinea come la violenza fisica caratteristica della mafia con coppola e lupara è stata sostituita oggi da una violenza nient'affatto sottovalutabile che è quella economico-finanziaria. E' la mafia dei colletti bianchi che agisce senza spargimenti di sangue: è la mafia che si insedia a Roma per riciclare.

ROMA - «La formula mafiosa è basata sugli accordi sostanzialmente criminali, di gruppo, per eliminare gli avversari con metodi non necessariamente violenti in se stessi, ma di una violenza che può essere anche economico-finanziaria». A spiegarlo ai microfoni di 'Radio Anch'io' in onda su Rai Radio Uno il magistrato Giancarlo Capaldo, parlando dell'inchiesta della Procura di Roma 'Mafia Capitale'.

L'ARMA DEL RICICLAGGIO - «Indubbiamente siamo abituati a parlare del 416 Bis, ovvero dell'associazione mafiosa avendo come paradigma Cosa Nostra, la 'Ndrangheta, dunque meccanismi di violenza e controllo del territorio però, forse, questa è una visione superata perchè noi abbiamo visto, soprattutto a Roma, come le Mafie si infiltrino per riciclare e non hanno come finalità il controllo del territorio, piuttosto il controllo delle attività. Il meccanismo culturalmente mafioso può dunque esser così definito, se poi diciamo possa integrarsi o meno nel reato, questa è la valutazione che faranno i magistrati» ha aggiunto il magistrato rispondendo in merito alla posizione assunta dal direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, che dubita che la vicenda romana sia assimilabile alla mafia.

LA REAZIONE DELLO STATO - I provvedimenti che il premier Matteo Renzi porterà in Consiglio dei Ministri «sono misure che si muovono verso una maggiore forza della reazione dello Stato rispetto a questo fenomeno. Non tanto forse l'aumento della pena minima che avrà una funzione soltanto per determinare in una misura congrua le pene minime applicate dal giudice con il patteggiamento, ma soprattutto il meccanismo della prescrizione», continua il magistrato Capaldo. 

IL GATTO CHE SI MORDE LA CODA - «Il problema del processo italiano è il processo e la prescrizione è solo uno dei capitoli che non vanno bene soprattutto perchè la lunghezza delle procedure consente spesso di arrivare alla prescrizione ed è un gatto che si morde la coda, poichè è facile arrivare alla prescrizione allora c'è un ricorso pretestuoso a tutti i meccanismi formali che le procedure offrono da parte delle difese». Quanto alla confisca del maltolto «è già prevista dalla nostra legislazione quel che sarebbe interessante è partire da questo accertamento della responsabilità sulla corruzione per poter effettuare una verifica della legittimità dell'intero patrimonio di una persona corrotta».