30 marzo 2020
Aggiornato 13:00
L'intervista

Francesca Casadio: «In Italia creatività e preparazione, ma pochi finanziamenti e scarsa meritocrazia»

Non siede in Parlamento e non fa politica. Ma è un'eccellenza italiana al femminile, vero e proprio «scienziato umanista», approdata alla direzione del laboratorio scientifico dell'Art Institute di Chicago. Francesca Casadio ci spiega perché l'arte, negli Usa, è un settore economico di punta, catalizzatore di investimenti privati e ricerca scientifica. E in Italia no

http://www.youtube.com/watch?v=t3lcMgWoKY4

CHICAGO - Mentre ormai l'uscita di Tremonti «Con la cultura non si mangia» è diventata il motto più rappresentativo dello stato dell'arte nel nostro Paese, i beni culturali e la ricerca scientifica ad essi applicata, negli Stati Uniti, costituiscono un settore economico importante e redditizio, su cui investire per alimentare la crescita. Da uno studio del 2005 commissionato dal Ministero dei Beni Culturali emerge che, negli Usa, l'arte vale 16 volte di più che in Italia, e che 100 musei italiani hanno fatturato, in un anno, il 30% del Metropolitan Museum di New York. Non a caso, le manifestazioni del 27 e del 29 novembre scorsi a Roma hanno portato in piazza centinaia di lavoratori dei beni culturali, che hanno protestato contro il costante disinvestimento praticato dai governi, negli anni, su questo settore, culminato, di recente, nell'accordo tra Roma Capitale ed Enel che garantirà cospicui finanziamenti a una decina di atenei americani per la valorizzazione di beni archeologici della Capitale.  

In tale infausto panorama, al DiariodelWeb.it parla Francesca Casadio, scienziata laureata e dottorata in Chimica presso l'Università Statale di Milano, e attualmente a capo del laboratorio scientifico dell'Art Institute di Chicago. Un laboratorio nato nel 2003, attraverso il finanziamento di 2,75 milioni di dollari concesso dalla Andrew W. Mellon Foundation, e che ha raggiunto importanti risultati grazie al talento e alla preparazione della sua italianissima guida.

Ci spieghi di che cosa si occupa esattamente.
«Mi considero uno «scienziato umanista»», risponde la dottoressa Casadio. «Sono chimico di formazione e mi occupo della ricerca scientifica sulle collezioni dell’Art Institute di Chicago, il secondo museo negli USA per superficie dopo il Metropolitan Museum di New York. A Chicago, dal 2003, ho fondato un laboratorio dove, con il supporto di un team di ricercatori, interrogo i materiali delle opere d’arte per capirne i meccanismi di degrado, migliorare il loro stato di conservazione, approfondire la conoscenza dell’intento degli artisti nelle loro creazioni, e, infine, accertare l’autenticità delle opere. Tutto ciò sempre in collaborazione con restauratori e storici dell’arte, che lavorano sotto lo stesso tetto, ricercatori in Università e persino fisici di punta al sincrotrone: non si lascia strada imbattuta per risolvere i misteri dell’arte!» - spiega.

Lei è laureata presso l’Università di Milano. In generale, capita spesso che i nostri giovani ricevano una buona istruzione in Italia, ma poi siano costretti ad andare all’estero per fare carriera. Che cosa pensa di tale situazione? Come giudica il livello di istruzione scientifica dispensata dalle nostre università, quali i punti di forza e quali i problemi?
«​Io ho preso il dottorato nel 2001 e ritengo di avere avuto una formazione eccellente e rigorosa»​, afferma. «​I punti di forza sono la creatività e la passione, a discapito delle difficoltà, degli scarsi finanziamenti e dei percorsi a volte non sempre chiari e meritocratici per accedere a posizioni di ricerca necessariamente universitaria (o con il CNR: in Italia, a parte i Musei Vaticani, nessun museo ha un laboratorio scientifico dedicato come a Chicago, perchè anche l’Opificio delle Pietre Dure non è strettamente  associato ad un solo museo fiorentino). Basti pensare che, in generale, se abbiamo un bando per una posizione (da postdoc in su) per la ricerca scientifica sui beni culturali, più del 70% delle domande (e dei candidati più qualificati) provengono dall’Europa»​.

Perché il settore della chimica applicata all’arte negli Stati Uniti funziona e in Italia no? Nel nostro Paese, pur ricchissimo di patrimonio artistico, pare essere sconosciuto ai più e quasi del tutto assente nei musei. Che cos’ha l’America che noi non abbiamo?
«​Filantropia e finanziatori e l’abilità, forse semplicistica, ma efficace, di entusiasmarsi ancora per un’idea e di cercare di metterti nelle condizioni migliori per avere successo»​, dichiara. E aggiunge: «​​Nel Paese che si è fondato sull’individualismo, poi, si lavora molto bene in teams interdisciplinari»​.

È notizia recentissima che ENEL ha finanziato un progetto di valorizzazione e di ricerca chimica, archeometrica e storica su alcuni beni archeologici della Capitale, affidando, però tale ricerca all’Università del Missouri e ad altri 9 atenei americani (per 100mila euro a testa). Come la commenta? Un’occasione persa per l’Italia?
«​In Italia ci sono molte eccellenze ancora, che però scontano molte difficioltà e un ricambio generazionale che non esiste quasi:  i finanziamenti dovrebbero andare ai migliori, e se nessun progetto è andato a cordate Italiane allora sì, mi sembra un’occasione persa, anche se non ne conosco i particolari»​, dichiara. «​D’altro canto invece, io sarei decisamente a favore di permettere a università o centri di ricerca stranieri di "investire in cultura" nel nostro Paese e condurre studi e scavi archeologici a costo zero per il sistema Italia, a patto che poi i risultati siano condivisi e utilizzati per la valorizzazione in loco e magari qualche opera sia presa in prestito a fronte di un compenso in denaro da reinvestire nella conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio»​, spiega la dottoressa Casadio.

Pensa che un settore come quello in cui lei lavora avrebbe spazio nel mercato italiano? Pensa che potrebbe contribuire a rilanciare la nostra economia?
​«Molti studi dimostrano che per ogni dollaro investito in cultural ne tornano più di 7 in turismo ed altri proventi», riporta la scienziata. «Il matrimonio fra tecnologia (scienza/innovazione) e arte può contribuire, se usato bene, ad attrarre nuovi pubblici verso queste opere e verso le città italiane, magari usando il potere dei social media. In questo senso, la scienza per i beni culturali potrebbe avere un ruolo positivo per l’economia Italiana. Certo, non ci si possono fare illusioni che il nostro sia un settore trainante, ma io credo fermamente che per sviluppare esseri umani a tutto tondo e per una società avanzata, giusta, creativa in tutti i settori e portatrice di messaggi positivi, l’arte e la cultura visiva siano importantissime».

Si riconosce nello stereotipo del «cervello in fuga»? Ha mai provato nostalgia per l’Italia, e pensato di tornare indietro?
«​Nostalgia per l’Italia sì, per la nostra bellezza (in senso estetico e della qualità delle relazioni umane), nostalgia del nostro Paese, della mia famiglia, del cibo, della moda...Tutti quegli stereotipi sono veri!»​, sottolinea. ​«​Ma quello del cervello in fuga lo rifiuto: mi sento cittadina del mondo. A mio modo cerco di mantenere contatti professionali con colleghi Italiani per continuare a contribuire alla vitalità intellettuale delle attività in Italia, ma veramente bisogna rendersi conto che giochiamo su una scacchiera molto più larga  e ormai le divisioni geografiche, professionalmente, hanno poco senso. Al giorno d’oggi è normale seguire le opportunità laddove si presentano, portarsi con sè la propria cultura, ma ibridarla con quella nuova per fare crescere una pianta più forte e produttiva. Certo, l’Italia dovrebbe fare di più per attirare a sua volta le eccellenze dall’estero, così da avere per lo meno un bilancio in pari, se non in attivo»​, conclude.

Mi parli di un risultato, nelle sue ricerche, che le ha dato particolare soddisfazione.
«​La ricerca scientifica è una sfida, che richiede determinazione e vision: a volte ti senti in un tunnel scuro e lunghissimo, ma poi, un bel giorno, vieni investito da una grande luce e puoi esultare»​, spiega. «​​A me è capitato dopo molti anni, avendo lavorato ad un nuovo metodo (la spettroscopia Raman amplificata da superfici - Surface Enhanced Raman Spectroscopy) con il Prof. Richard P. Van Duyne della Northwestern University, per identificare coloranti organici di colore rosso acceso presenti in quantità infinitesime in opere d’arte  dove regolarmente sbiadiscono, perchè sono estremamente sensibili  all’effetto della luce. Per anni, questa tecnica è stata una curiosità di laboratorio; poi, finalmente il breakthrough: lo sviluppo di una metodologia di pre-trattamento dei micro-campioni che ci ha permesso di applicare questa tecnica sistematicamente all’indagine dei coloranti usati dai pittori del circolo degli impressionisti, di cui la collezione di Chicago è estremamente ricca. Ottenere una conferma dopo l’altra dell'uso di lacca di garanza, o di rosso carminio di cocciniglia, è stato come se per la prima volta fossimo riusciti a tradurre una lingua oscura di un testo importante, ed ora le parole si riversassero senza tregua su di noi, portandoci alla scoperta di nuovi mondi, per rivelarci l’intenzione originale degli artisti, ormai perduta. E’ stato un momento così emozionante per tutti che il museo ha deciso di organizzare una pop-up exhibition estremamente popolare la scorsa primavera (di cui si può apprezzare un po’ lo spirito nel video soprariportato). Non è una sorpresa che la svolta sia arrivata grazie all’abilità ed alla passione di una giovane ricercatrice Italiana, Federica Pozzi, che ha lavorato presso il mio laboratorio negli scorsi due anni. La storia si ripete: il talento Italiano continua a conquistare i musei americani!»​, conclude.

Sostieni DiariodelWeb.it

Caro lettore, se apprezzi il nostro lavoro e se ci segui tutti i giorni, ti chiediamo un piccolo contributo per supportarci in questo momento straordinario. Grazie!

PayPal