29 marzo 2020
Aggiornato 21:30
Convegno interreligioso di Assisi

Assisi nel segno di Wojtyla, ma con Ebrei e Islam è dialettica

Da sempre no al sincretismo, Ratzinger domani nel 25esimo del 1986. Nella cittadella umbra non ci sarà esponente di università Al-Azhar. Rabbini critici con le dichiarazioni dei lefebvriani su «deicidio»

Assisi - E' la prima volta di Ratzinger ad un convegno interreligioso di Assisi. Non la prima da Papa, proprio la prima in assoluto. Perché Benedetto XVI, che pure nutriva grande stima per il suo predecessore, non ha mai amato le kermesse ideate da Giovanni Paolo II. Non lo disse mai pubblicamente, ma, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il dicastero vaticano incaricato di salvaguardare l'ortodossia cattolica, temeva che una preghiera comune di esponenti delle diverse fedi scivolasse facilmente in una confusione «sincretistica». Ma ora, sullo sfondo di rapporti non sempre facili con il mondo ebraico e musulmano, Papa Ratzinger ha deciso di presiedere domani la 25esima commemorazione della prima Giornata mondiale di preghiera per la pace convocata da Wojtyla nel 1986 nella città di San Francesco.

L'idea di Giovanni Paolo II era semplice. «Esprimeva un'intuizione profonda del Papa», ha avuto a spiegare Andrea Riccardi, storico e fondatore di quella comunità di Sant'Egidio che da allora, ogni anno, organizza un incontro interreligioso per la pace nelle varie città del mondo: «Le religioni stavano assumendo un ruolo notevole per sacralizzare la guerra o fondare la pace. L'opinione europea, imbevuta dal dogma sociologico: 'più modernità meno religione', non si accorgeva di quanto avveniva. Le religioni diventavano protagoniste della scena pubblica e internazionale.

Una chance o un pericolo? Papa Wojtyla propose un incontro nella pace. Non un omaggio a mode sincretistiche o a un progressismo dialogista. Ma la percezione delle correnti profonde della storia». Joseph Ratzinger però preferì non andare. Così come non andò al successivo appuntamento convocato da Papa Wojtyla ad Assisi nel 1993 per pregare per la pace nei Balcani, e nel 2002, quasi una risposta di pace all'attentato di matrice islamista dell'11 settembre 2001.

E così come, ormai Pontefice, non andò all'incontro che marco il 20esimo anniversario del 1986. In un messaggio inviato in quell'occasione al vescovo di Assisi, Benedetto XVI puntualizzò che «per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come 'spirito di Assisi', è importante non dimenticare l'attenzione che allora fu posta perché l'incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica».

Nella cittadella umbra non ci sarà esponente di università Al-Azhar - La stessa posizione ha il Papa per l'appuntamento di domani. In risposta ad una lettera riservata al suo amico Peter Beyerhaus, pastore protestante, poi resa nota da alcuni blog conservatori americani, il Papa ha spiegato: «Capisco piuttosto bene la sua preoccupazione relativa alla partecipazione all'incontro di Assisi. Tuttavia questa commemorazione avrebbe dovuta essere celebrata in qualche modo e, tutto considerato, mi è sembrato che la cosa migliore per me fosse di andare personalmente in modo da essere capace di determinare la sua direzione. Farò tuttavia tutto il possibile affinché un'interpretazione sincretistica o relativistica dell'evento sia impossibile e affinché ciò che rimarrà è che io crederò e confesserò sempre ciò a cui ho chiamato l'attenzione della Chiesa con la dichiarazione Dominus Iesus», l'istruzione dottrinale vaticana che ha ribadito che l'unica strada per la salvezza passa da Cristo e dalla Chiesa.

Il Papa, oggi, ha dedicato l'udienza generale del mercoledì ad una preghiera per l'appuntamento di domani, che è intitolato Pellegrini della verità, pellegrini della pace. «I cristiani - ha detto - non devono mai cadere nella tentazione di diventare lupi tra i lupi, non è con il potere della forza e della violenza che il regno di Cristo si estende, ma con amore, anche l'amore estremo verso i nemici. Gesù non vince il mondo con la forza delle armi ma con la forza della croce. La conseguenza è di essere pronti al sacrificio, al martirio, perché nel mondo trionfi la pace». Ad ogni modo, domani avrà luogo una Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo che non prevede una preghiera comune dei vari leader religiosi.

Ad Assisi, peraltro, non vi saranno le stesse assenze dei precedenti appuntamenti. Manca, in particolare, un esponente significativo del mondo musulmano, un rappresentante dell'università Al Azhar, accademia sunnita egiziana che nel gennaio scorso ha sospeso il dialogo con la Santa Sede perché, sullo sfondo della rivoluzione che ha deposto Mubarak, ha giudicato come una provocazione un appello del Papa alla difesa dei cristiani in Egitto. In una recente intervista il grande imam di Al Azhar, lo sceicco Ahmed Mohammed al-Tayeb, ha affermato: «Con la scomparsa di Giovanni Paolo II abbiamo perso un grande uomo di dialogo e lo rimpiangiamo. Noi avvertiamo certe dichiarazioni di Benedetto XVI come l'espressione di una posizione ostile. Così è stato per il discorso di Ratisbona, percepito molto dolorosamente dalla comunità musulmana. Le spiegazioni a posteriori non ci hanno convinto».

Rabbini critici con le dichiarazioni dei lefebvriani su «deicidio» - Ma è con il mondo ebraico che l'appuntamento di Assisi ha assunto un valore più problematico. Proprio in queste settimane, infatti, si dovrebbe definire la possibilità di un accordo dottrinale tra Vaticano e lefebvriani, il gruppo di tradizionalisti scismatici che ha di recente bollato l'appuntamento di Assisi come uno «scandalo».
Tra i quattro vescovi ai quali il Papa ha revocato la scomunica, nel 2009, c'è mons. Richard Williamson. Che, all'epoca, negò l'esistenza delle camere a gas nei lager nazisti e minimizzò la portata della Shoah. E, ora, è tornato ad accusare gli ebrei di «deicidio» in relazione alla morte in croce di Gesù. «Solo gli ebrei (capi e popolo) - ha scritto nella sua newsletter settimanale, gli Eleison Comments - furono gli agenti primari del deicidio perché è chiaro dai Vangeli che il gentile più coinvolto, Ponzio Pilato, non avrebbe mai condannato Gesù» se gli ebrei non ne avessero chiesto il «sangue». Immediata la reazione dei rabbini europei.
«Parole come le sue - ha detto il presidente della Conferenza dei rabbini d'Europa, Pinchas Goldschmidt, in una nota - ci riportano indietro di decenni, tornando ai giorni in cui ancora non c'era un dialogo significativo e rispettoso tra gli ebrei e i cattolici. Non ci deve essere alcun ravvicinamento alla Chiesa cattolica per i membri del suo gregge che predicano parole d'odio». Anche il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, domani verrà ad Assisi «con preoccupazione».
«Il problema - ha detto - non è il personaggio, perché si sa bene cosa pensi e non meriterebbe troppa attenzione, se non fosse coerente con il suo sistema. Il punto è che quel che dice lui non è lontano dal pensiero dell'intera fraternità, che rivendica una lettura molto tradizionale dei testi in contrasto con le decisioni del Concilio vaticano II. Il primo problema è l'intera fraternità, ma il problema vero, che a questo punto assume aspetti preoccupanti, è quale sarà il prezzo se ci un sarà accordo tra la Chiesa e fraternità». Per il rabbino capo della comunità capitolina, «se il prezzo è il Concilio e la Nostra Aetate, potrebbe essere anche la pace con il popolo ebraico».

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