20 novembre 2018
Aggiornato 01:00

Google si piega alla «censura» cinese. La protesta dei dipendenti

Una lettera firmata da più di 1400 dipendenti contro il progetto dell'azienda che vorrebbe mettere a punto un motore di ricerca volto a soddisfare la censura cinese
Google, protesta dei dipendenti contro Dragonfly, il motore di ricerca ad hoc per la Cina
Google, protesta dei dipendenti contro Dragonfly, il motore di ricerca ad hoc per la Cina (Shutterstock.com)

Circa 1.400 dipendenti di Google hanno firmato una lettera di protesta contro l'iniziativa della società di realizzare una versione del motore di ricerca «censurata» per la Cina, che è conosciuta internamente come Dragonfly. E' quanto scrive il New York Times che ha ottenuto copia della lettera.
I dipendenti di Google sollecitano maggiore trasparenza da parte della società per conoscere le implicazioni morali del loro lavoro. Secondo i dipendenti accettare le richieste della Cina per una versione censurata del motore di ricerca pone "urgenti questioni morali ed etiche".

GRNDE FIREWALL - «Attualmente non abbiamo l'informazione richiesta per prendere decisioni informate eticamente sul nostro lavoro», hanno scritto nella lettera ottenuta dal quotidiano newyorchese.
Era il 2010 quando Google decise di andar via dalla Cina dopo aver scoperto degli episodi di hacking degli account Gmail di alcuni attivisti per i diritti civili. D'altronde tutti i giganti Usa del web hanno avuto a che fare con il «Grande Firewall» cinese, che ferma ogni contenuto politicamente sgradito al regime. Twitter, Facebook, YouTube e il New York Times sono bloccati nella Repubblica popolare. Una situazione, questa, che ha consentito ai giganti locali come Baidu e Youkou di crescere indisturbati.

700 MILIONI DI UTENTI - La possibilità di un ritorno in Cina di Google è vista con favore dalle autorità cinesi, a condizione che il gigante americano rispetti le necessità delle autorità. Due settimane fa il Quotidiano del Popolo ha scritto che «Google è benvenuta, ma è un prerequisito che debba rispettare quanto previsto dalla legge». Il commento, inoltre, ha ricordato che nel periodo di assenza di Google dalla Cina il contesto del web cinese è radicalmente cambiato: da pochi più di 300 milioni di utenti si è passati a oltre 700 milioni.
Proprio questa prospettiva, tuttavia, sta provocando forti mal di pancia all'interno della stessa società americana. The Intercept, che è stata la testata online la quale ha rivelato il progetto, ha scritto il gruppo ha bloccato l'accessibilità ai documenti relativi al progetto Dragonfly alla gran parte dei dipendenti. «C'è stato un silenzio radio totale della gerarchia e questo rende la gente scontenta e spaventata», ha raccontato un dipendente.

LA PETIZIONE DEI DIPENDENTI - Non è la prima volta che Google si trova a dover affrontare malumori interni. Migliaia di dipendenti hanno firmato qualche mese fa una petizione per chiedere di «restare fuori dal business della guerra» a proposito di un contratto col Pentagono. Dopo questa protesta, il gigante informatico si è impegnato a far sì che i suoi lavori nel settore dell'intelligenza artificiale servano mai a costruire armi.
Poi, oltre alla posizione dell'azienda che vuole rientrare nel mercato a più rapida espansione del mondo e a quella dei dipendenti che resistono al rischio di un compromesso eticamente inaccettabile dal loro punto di vista, c'è la terza posizione: quella di chi nel mercato cinese ci opera e si troverà come concorrente il gigante americano. Robin Li Hanyong, il numero uno del motore di ricerca cinese Baidu, ha affilato i denti. Sul suo account WeChat, utilizzando un gergo da gioco di ruolo, ha scritto: «Se Google rientra sul mercato, ci darà l'opportunità di combattere all'ultimo sangue con spade e lance reali, e di vincere ancora una volta».