25 ottobre 2020
Aggiornato 04:00
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Cos'è la neutralità della rete e perchè è già un'utopia

Domani la Federal Communications Commission è chiamata a votare nei confronti della neutralità della rete che potrebbe essere compromessa

ROMA - La neutralità della rete può essere superata. Il presidente della Commissione federale delle comunicazioni Ajit Pai ha recentemente proposto di eliminare le normative che impediscono ai fornitori di servizi Internet di addebitare ai fornitori di contenuti costi per connessioni più veloci. La Fcc (Federal Communications Commission) vota domani, 14 dicembre, e la proposta probabilmente passerà.

Il termine neutralità della rete è stato coniato da Tim Wu, professore di legge presso l'Università della Virginia, per descrivere la sua visione di un Internet in cui tutto il traffico veniva trattato in modo equo dai provider. La neutralità della rete, in parole povere, è la definizione che regola il comportamento dei provider sui contenuti. In pratica gli ISP (Internet Provider Service) non possono favorire dei contenuti su altri, velocizzando o rallentando il download di alcuni siti in modo da favorirne altri. Ancora più semplicemente, quando navighiamo su Internet, ci aspettiamo di connetterci a quel contenuto velocemente, in libertà e senza interferenze. Questa è neutralità della rete, la quale permette a tutte le risorse di essere parimenti raggiungibili da tutti, libertà che può essere minacciata eventualmente da rallentamenti di banda fino alla totale inibizione.

La Fcc, domani, sarà chiamata a esprimersi nei confronti delle norme che tutelano la neutralità della rete e, con tutta probabilità, la maggioranza voterà contro, mettendo fine a questa sorta di parità voluta dall’ex presidente USA Barack Obama. Se la neutralità della rete soccomberà, i provider saranno liberi di decidere quali contenuti promuovere e quali ostacolare, trasferendo le competenze di vigilanza sui provider alla Federal Trade Commission (Ftc) che si occupa di commercio e concorrenza.

Chi è contro la neutralità della rete, di fatto, sostiene che Internet, soprattutto oggi, debba essere regolato come la maggior parte delle altre parti dell'economia. In questa visione, quindi, le aziende/persone che hanno bisogno di Internet super-veloce possono pagare di più, e quelle che non si preoccupano della velocità possono pagare di meno. I veri vincitori? Probabilmente le famiglie a basso reddito, quelle che sarebbero ben felici di pagare di meno per una connessione di base e anche più lenta. Senza la neutralità della rete, i pacchetti base sarebbero probabilmente più accessibili, più persone sottoscriverebbero l’abbonamento e, di conseguenza, anche chi offre contenuti come Netflix o YouTube ne sarebbe avvantaggiato. Una ricerca del 2016 sulla regolamentazione di Internet ha rilevato che le famiglie che utilizzano solo servizi Internet di base, come e-mail e Facebook, starebbe addirittura meglio se le norme sulla neutralità della rete fossero abolite.

I provider, inoltre, potrebbero già essere effettivamente compromessi se pensiamo a una loro potenziale inclinazione politica. Comcast, il più grande operatore di tv via cavo e internet americano, spende in attività di lobbying quasi 11 milioni di dollari l’anno. E’ impossibile escludere a priori che possa cedere alla tentazione di ostacolare contenuti avversi alle politiche che appoggia.

Ovviamente se la neutralità della rete venisse abolita a rimetterci sarebbero probabilmente le startup e le piccole aziende le quali potrebbero venir cacciati fuori dal mercato. I fornitori di servizio di accesso a Internet potrebbero chiedere a specifici siti o app di pagare una tariffa per viaggiare veloci sulle loro reti e rallentare o bloccare quelli che si rifiutano. Prima dell’entrata delle norme, tuttavia, sono stati davvero pochi i casi in cui provider hanno bloccato servizi concorrenti.

Senza dimenticare poi che siamo bersagliati da contenuti «promozionali» ogni volta che apriamo l’app di Facebook, diventato ormai uno spazio a pagamento, condizionato dall’intelligenza artificiale e completamente privo di neutralità. Noi italiani in modo particolare. A differenza di quanto accade negli Stati Uniti o nel Regno Unito, trascorriamo il 60% del tempo totale che dedichiamo all’uso dello smartphone su due app specifiche: Facebook e WhatsApp. Se quest’ultima viene adoperata per la comunicazione istantanea, la prima ci serve anche per informarci. Le informazioni editoriali, di fatto, sono solo la punta dell’iceberg, dal momento che Facebook si sta trasformando sempre più in un marketplace e non crediate che gli annunci pubblicitari non seguano questa logica. Una chicca. Pare che Facebook stia testando una funzionalità che permette di ‘ritrovare’ e ‘rivisitare’ gli annunci pubblicitari cliccati in precedenza. La funzione si chiamerebbe ‘Recent Ad Activity’, sarebbe stata completamente implementata negli Stati Uniti e mostrerebbe gli ultimi tre mesi degli annunci che l’utente ha cliccato, apprezzato, commentato o condiviso. La caratteristica potrebbe essere un vantaggio per gli inserzionisti Facebook che cercano di essere ‘onnipresenti’, dato che gli annunci sul social network non sono sempre permanenti.

Ora, siamo così sicuri che la neutralità della rete non sia già un'utopia?