19 giugno 2019
Aggiornato 04:30
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Brevetti, Università al palo: «Insegnamo ai ricercatori a diventare imprenditori di se stessi»

L'Italia investe solo l’1.25% del PIL in ricerca, il 70% in meno rispetto a Israele e Corea del Sud. La sfida è cercare di aiutare i ricercatori a diventare imprenditori e creare un prodotto utile per il mercato

Brevetti, Università al palo: «Insegnamo ai ricercatori a diventare imprenditori di se stessi»
Brevetti, Università al palo: «Insegnamo ai ricercatori a diventare imprenditori di se stessi» ( Shutterstock )

ROMA - Non dobbiamo dimenticarci che apparteniamo alla terra di Olivetti, Ferrari, Cucinelli e Armani. Un’Italia che ha sempre fatto della manifattura il suo principale plus. Dove l’industria è cresciuta senza incubatori, maestri di pitch e presentazioni, redattori di business plan. La chiave del successo è sempre stata il prodotto, e la sua capacità di migliorare la vita di chi lo avrebbe utilizzato. Anche nella ricerca scientifica e tecnologica. Un segmento che ci vede brillare all'estero per capicità, ma ci spinge in basso alla classifica per risorse disponibili.

Parlando con Paolo De Stefanis, Ceo di Day One, mi rendo conto di quanto la loro mission (quella di Day One, ndr.) sia fondamentale per il nostro Paese. Ed è quella di aiutare i ricercatori più promettenti a industrializzare e lanciare sul mercato un prodotto tecnologico sviluppato presso le Università e i centri di ricerca italiani. Un prodotto che possa essere utile e utilizzato dal mercato. In un’Italia che pullula di ricercatori, che vede la spesa pubblica ridotta all’osso, serve che chi fa ricerca impari ad essere anche un imprenditore.

Paolo parla di evoluzione verso il concetto di «entrepreneurial University» e della creazione di un contesto che aiuti i ricercatori a curare lo sviluppo tecnologico al pari degli aspetti di business e di tutela della proprietà intellettuale, per rendere sempre più concreto l’impatto del loro lavoro sulla nostra società. Un compito che spetta alle Università e ai centri di ricerca italiani. «Il problema fondamentale in questo momento è che c’è una generazione di precari tra i 30 – 40 anni intrappolati in un contesto che è stato stravolto dalla riforma Gelmini - afferma Paolo -. Uscire dall’Università dopo i 30 anni e collocarsi in un mondo del lavoro che risponde a logiche, dinamiche e velocità completamente diversi da quelli in cui si è cresciuti professionalmente è estremamente complicato, e talvolta frustrante». In più, «la progressiva diminuzione dei fondi per la ricerca ha avuto un impatto devastante sulla vita dei ricercatori, che spendono sempre più tempo in cerca di finanziamenti per sostenere la propria attività, sottraendolo al laboratorio».

Malgrado l’Italia sia al 10° posto in Europa nella top ten dei Paesi che brevettano di più, con 4166 richieste (nel 2016), la nostra nazione investe solo l’1.25% del PIL in ricerca, il 70% in meno rispetto a Israele e Corea del Sud, il 65% in meno di Giappone, Svezia, Finlandia, Danimarca, poco più della metà rispetto a Germania e Stati Uniti e decisamente sotto la media europea. Il risultato è che la maggior parte dei brevetti viene depositata da grandi aziende (STMicroelectronics, FCA, Indesit, ecc.), mentre la produzione brevettuale da parte di Università e centri di ricerca è al palo, con circa il 3% del totale. «Brevettare è un costo per l’ateneo che raramente si trasforma in ricavo, per via della carenza cronica di risorse e competenze imprenditoriali dei centri per il trasferimento tecnologico - spiega meglio Paolo -. Inoltre, i ricercatori non hanno un reale incentivo per depositare un brevetto, perché di fatto è visto come un ostacolo alla pubblicazione dei propri risultati sulle riviste scientifiche, uno dei principiali indicatori del valore del proprio lavoro di ricerca».

Il risultato è che molti ricercatori fuggono dal nostro Paese, alla ricerca di lidi migliori in cui operare e sentirsi più al sicuro, oltre che ricevere maggiori riconoscimenti per le proprie capacità. «Parlando con un ricercatore italiano ormai stabilmente in Danimarca, la frase che mi ha colpito di più è stata: «In Italia ci sono persone straordinarie che fanno fatica a fare cose normali, all’estero ti mettono in condizione di fare cose straordinarie» - racconta Paolo -. Lui è passato da un assegno di ricerca di poco più di 1000 € rinnovato di anno in anno ad una cattedra di professore in una delle più prestigiose Università europee, e come lui ce ne sono tantissimi. Attenzione, il problema non è che i nostri ragazzi vadano all’estero, ma che dopo non riusciamo più a trovare gli argomenti per farli tornare».

Lo Stato, dal canto suo, e nonostante le polemiche, si sta muovendo. Lo sta facendo con il credito di imposta per attività di ricerca e sviluppo, che consente alle aziende di affidare attività di R&D ai ricercatori beneficiando di uno sgravio fiscale, e ci sono tanti finanziamenti regionali che stanno supportando la nascita e la crescita di piccole e medie imprese. Molto spesso questi strumenti sono, tuttavia, accompagnati da procedure burocratiche mostruose, tempi di concessione ed erogazione imprevedibili, e tante altre complicazioni che li rendono terribilmente meno efficaci di quelli disponibili ai nostri competitor europei. E’, inoltre, fondamentale che lo Stato intervenga a sostegno della nascita e crescita di fondi di investimento dedicati a tecnologie industriali, visto che i Venture Capital per lo più sgomitano per trovare il prossimo social network o la nuova applicazione di Intelligenza Artificiale, relegando al ruolo di iniziative ad alto rischio e bassa scalabilità la maggior parte delle proposte «non digitali». «Il cosiddetto «de-risking» pubblico di questo tipo di investimenti ha portato alla nascita di fondi pubblico-privati come High Tech Grunderfond in Germania, che ha stimolato in maniera notevole l’imprenditoria a livello accademico -  Il nuovo fondo ITAtech di Cassa Depositi e Presiti sembra avere questa ambizione, e speriamo davvero che possa contribuire al fiorire di una nuova generazione di imprenditori-ricercatori che tutto il mondo ci invidierà».

«Con Day One stiamo portando avanti il concetto di ‘entrepreneurial University’ - racconta ancora Paolo -. Aiutare  i ricercatori a sviluppare prodotti e tecnologie che possano avere un impatto sulla società e l’industria.  Questo significa investire in progetti di sviluppo della durata di qualche anno (e non pochi mesi come in un processo di incubazione/accelerazione), in cui i ricercatori possono ideare, progettare, testare, modificare e realizzare innovazioni in continuo contatto con chi dovrebbe farne uso: grandi clienti industriali. Sviluppare una tecnologia chiusi nel proprio laboratorio o farlo con un continuo stimolo da parte dell’utilizzatore finale richiede la stessa fatica. Il risultato però è la soddisfazione di poter cambiare le cose con le proprie innovazioni, esplorare l’idea di avviare un’impresa, o come minimo acquisire una serie di competenze che possono fare la differenza nel mondo del lavoro».