29 novembre 2020
Aggiornato 02:00
venture capital

La BEI investe in Ivitalia Ventures, altri 100 milioni per il Venture Capital italiano?

Secondo quanto riportano alcuni articoli e il sito ufficiale della BEI, la stessa avrebbe già erogato oltre 21 milioni di euro a Invitalia Ventures

ROMA - Quando parliamo di venture capital in Italia, il collegamento al concetto di «gap» è diventato ormai spontaneo, quasi un luogo comune, una nota dolente del nostro sistema finanziario. E quando guardiamo ai nostri vicini di casa, del resto, lo è ancora di più. Mentre in Francia, nel solo mese di settembre, si investivano ben 433 milioni di euro in startup, Agi raccontava che tra gennaio e settembre 2017, nel Belpaese, erano stati investiti a malapena 93,8 milioni di euro. Non solo 1/4 dei capitali raccolti dai nostri vicini di casa in un mese, ma addirittura in picchiata del 31% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Senza contare la candidatura più o meno spontanea della Francia a diventare il nuovo hub del Venture Capital europeo, dopo il piano di investimenti pubblici da 10 miliardi voluto dal presidente Macron. Insomma, basta oltrepassare il confine per avere un buona boccata d’ossigeno.

Vista da fuori, quella dell’Italia, non è una situazione rosea. E non lo è a tal punto da aver spinto la BEI (Banca europea per gli investimenti) a investire nel fondo Italia Venture I, la SGR controllata da Invitalia, l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo, che dal 2015 investe a sua volta in startup innovative attraverso co-investimenti con investitori privati, nazionali e internazionali. L’obiettivo dell’operazione, è quello di sostenere il mercato del Venture Capital italiano, non solo in termini di miglioramento dell’accesso ai finanziamenti per le startup innovative, ma anche per l’aumento del livello degli investimenti diretti esteri (data la rete di controparti internazionali del fondo che saranno invitate a co-investire in joint venture italiane). Gli investimenti dovrebbero riguardare attività di ricerca, sviluppo e innovazione, tenendo presente che - generalmente - la BEI, nella sua attività, eroga prestiti per progetti che sostengono obiettivi dell’UE in termini di impatto sociale (occupazione, crescita economica, clima).

Secondo quanto riporta lo stesso sito della BEI, che annovera una consistente lista di progetti finanziati in tutta Europa, il totale degli investimenti erogati a Invitalia Ventures raggiungerebbe i 100 milioni di euro, 21 milioni e 750 mila dei quali risulterebbero già stati sottoscritti dallo stesso istituto europeo lo scorso 5 ottobre, attraverso due rate da 10 milioni e 875mila euro. Almeno questi sono i dettagli che si apprendono dal sito ufficiale della BEI. Maggiori dettagli potrebbero arrivare a seguito della conferenza stampa prevista da Invitalia per il prossimo 23 ottobre, a Roma.

Non è la prima volta che la BEI investe in un fondo di investimento, considerando che è il principale azionista del Fondo europeo per gli investimenti (di cui detiene il 58%) che concede prestiti alle PMI attraverso capitale di rischio. L’operazione effettuata nei confronti di Invitalia Ventures, tuttavia, è di particolare importanza, poiché, se la BEI ha generalmente erogato in Italia a istituzioni o banche fondi che poi le stesse erogavano a imprese sotto forma di capitale di debito (per prestiti a medio-lungo termine), nel caso di Invitalia Venture la destinazione dei fondi sarà di rischio, totalmente diversa, e potrà quindi essere utile per sostentare il mercato del Venture Capital italiano. E le nostre startup.

Si spera. Perchè a quanto pare le startup italiane sono molto più «legate» agli investimenti bancari che a quelli in equity. Secondo quanto dichiarato da Massimo Nesi, di LVenture Group, «per ogni euro di equity ce ne sono 1,6 di debito», con un sistema bancario che tra gennaio e giugno 2017 avrebbe erogato alle startup innovative italiane 120 milioni di euro, contro i 75 milioni di investimenti in equity (sempre nello stesso periodo di riferimento). Ad essersi accorto della situazione è anche lo stesso direttore generale di Banca d'Italia Salvatore Rossi, il quale vorrebbe che il Paese «troppo dipendente dalla banche, ricorra meno alle banche e più ai mercati».

«Il vero nemico è il prestito. E’ ora di riconoscere che è un biglietto sicuro per la bancarotta, senza ritorno. E’ sistemico, maligno ed è globale, come il cancro. E’ una malattia e dobbiamo combatterla…» recitava Michael Douglas -  Gordon Gekko - nel film Wall Street, ma è vero che indebitarsi per una startup è una scelta sbagliata? Il debito non è sicuramente sbagliato in assoluto ma ha senso solo quando il ROI (Return on Investment) e quindi quanto guadagno su ogni singolo euro che investo è maggiore rispetto al costo che avrò per il mio indebitamento finanziario. Ma quanto costa in realtà indebitarsi? Va da se che più una cosa è instabile, più il mio tasso di interesse sarà alto sui soldi che mi verranno dati in prestito. Oltre all'instabilità, le startup sono aziende che generalmente hanno capitali propri molto bassi e quindi un indice di indebitamento che schizza facilmente alle stelle alla minima iniezione di capitale a titolo creditizio nelle loro casse (Indice indebitamento=debiti finanziari/capitale proprio). Inoltre essendo strutture con bassi capitali immobilizzati e un patrimonio netto rasente lo zero, se non per via del valore dei brevetti,  aggiungere forti somme dal lato delle passività incrementa questa "visione d'insieme" poco stabile che aggrava ulteriormente lo spread richiesto sui soldi che vengono concessi. C'è un piccolo lato positivo da questo punto di vista, avendo molte passività la pressione fiscale viene indubbiamente alleggerita sul fatturato, quando si fattura ovviamente. Per una startup quindi ha senso chiedere prestiti solo se già capace di generare molto fatturato e il ritorno sui propri investimenti ha ritorni superiori al tasso di interesse che gli sarà chiesto in cambio.