19 agosto 2019
Aggiornato 08:30
diritto d'autore

Il Governo dà l'addio all'esclusiva Siae, ma potrebbe essere solo un «escamotage»

Se il compromesso dovesse andare in porto, limiterebbe la gestione dei diritti d’autore alle sole società no profit. Escludendo da questo meccanismo startup come Soudreef

Il Governo dà l'addio all'esclusiva Siae, ma potrebbe essere solo un «escamotage»
Il Governo dà l'addio all'esclusiva Siae, ma potrebbe essere solo un «escamotage» Shutterstock

ROMA - La battaglia compiuti in questi anni per liberalizzare il diritto d’autore sembra aver, finalmente, dato frutto, almeno secondo le prime previsioni. L’esclusiva a Siae ha, infatti, i giorni contati. Dopo l’incontro, lo scorso 5 settembre, tra il ministro Franceschini e la commissaria europea per l’economia digitale Mariya Gabriel, il ministero dei Beni culturali ha deciso di inserire nella legge di bilancio una proposta di modifica del decreto legislativo 15 marzo 2017 n. 35 che recepisce la direttiva Barnier e, insieme, dell’articolo 180 della legge 633 del 22 aprile 1941, ossia quello in cui sta scritto che «l’attività di intermediario è riservata in via esclusiva alla Società italiana degli autori ed editori».

Cosa cambia dal 1° gennaio
Questo sta a significare che dal 1° gennaio 2018 in Italia potranno nascere nuove agenzie di collecting del diritto d’autore, purché risultino enti non a scopo di lucro. L’attività di intermediazione potrà essere svolta dagli organismi di gestione collettiva Ogc degli altri Stati membri, mentre le entità di gestione indipendente come Soundreef potranno continuare a operare sul suolo nazionale, a patto che stringano precisi accordi con una Ogc o, addirittura, si associno a essa. Una prima piccola rivoluzione per il diritto d’autore italiano, ancora ancorato all’esclusività della Siae, è che è stato oggetto di dibattito soprattutto dopo la partecipazione al Festival di Sanremo di alcuni cantanti che avevano affidato la gestione dei propri diritti alla startup Spundreef.

Addio al diritto d’autore
Molti, peraltro, gli attori che sono intervenuti contro Siae in questi mesi, soprattutto alla luce della riforma voluta dal ministro Franceschini (che recepisce la direttiva Barnier) e di fatto prevede una liberalizzazione solo parziale nella gestione dei diritti d’autore: nel concreto, infatti, se da una parte la normativa italiana riconosce il diritto degli autori ad affidarsi a qualsiasi società per la gestione dei loro diritti - dall’altra conferma il monopolio di Siae in quanto unico ente a cui spetta la raccolta dei compensi relativi ai diritti medesimi degli autori. Questo meccanismo che, di fatto, permette a Siae di mantenere il monopolio sul Paese, dovrebbe sgretolarsi proprio con la modifica che sarà introdotta nella legge di bilancio. Contro Siae si era, infatti, scagliata anche l’Antitrust, la quale aveva avviato lo scorso aprile un’indagine per abuso di posizione dominante. Indagine a cui si sono poi aggiunte anche Vodafone e Sky.

E’ davvero una vittoria per Soudreef?
Un bene o un male per startup come Soundreef? Di fatto, se il compromesso raggiunto tra il ministro Franceschini e la commissaria al digitale Maroya Gabriel dovesse andare in porto, limiterebbe la gestione dei diritti d’autore alle sole società no profit. In Italia, questo significa tagliare fuori i principali competitor di Siae, Soundreef compresa. Diciamo che in questo senso l’accordo potrebbe approfittare di una lacuna lasciata aperta proprio dalla stessa direttiva Barnier che si occupa principalmente dei rapporti tra i gestori collettivi non profit a livello europeo, anche se contemporaneamente prevede l'esistenza di enti commerciali. La direttiva non tratta, però, il tema della concorrenza tra gli uni e gli altri. Con questo sistema, peraltro, anche Ogc di altri Stati Ue – le più attrezzate sono la francese Sacem e la tedesca Gema - potrebbero teoricamente candidarsi a fare da intermediari in Italia. Società come Soundreef, dal canto loro, per operare su suolo nazionale dovranno, invece, stringere accordi con Ogc oppure associarsi a esse. Della stessa visione sarebbe anche il presidente dell’Antitrust italiana Giovanni Pitruzzella secondo cui la direttiva «non impone il pluralismo, ma lo presuppone».