6 giugno 2020
Aggiornato 23:00
big data

Il prossimo Freud sarà un analista di dati (e saprà chi sei, davvero)

Le ricerche più intime e imbarazzati le facciamo su Google. Ma non solo. E' sorprendente notare, grazie ai Big Data, quanto sia contraddittorio, sbagliato e spesso deleterio il nostro inconscio

Tutto ciò che Google sa di te e che nessun altro potrà mai sapere
Tutto ciò che Google sa di te e che nessun altro potrà mai sapere Shutterstock

MILANO - Se è vero che su Facebook e Instagram condividiamo solo ciò che ci piace e ci rappresenta, postando foto e articoli che rappresentano il nostro pensiero sociale o politico, in realtà è sui motori di ricerca che diamo ampio respiro a chi siamo davvero. Dai dubbi che ci assalgono all’ultimo minuto, alle informazioni su ciò che ci sta attorno, su ciò che amiamo o odiamo, o che ci fa vergognare di più. O sui nostri desideri più inconsci. E ovviamente è proprio a Google che chiediamo tutte queste informazioni. Da questo assunto parte il nuovo libro del data scientist Seth Stephens-Davidowitz, «Everybody Lies, What the Internet Can Tell Us About Who We Really Are».

Google sa tutto di noi
La prima fonte, per Seth Stephens-Davidowitz, è stata Google Trends, che registra la frequenza relativa di particolari ricerche in luoghi diversi in tempi diversi. Ha presto aggiunto Google Adwords, che registra il numero effettivo di ricerche. Per poi aggiungere i dati di Wikipedia, Facebook e, non certamente da ultimo, quelli di PornHub. Proprio quest’ultimo pare avergli fornito il suo set di dati completo, debitamente anonimo: ogni singola ricerca e visualizzazione video. Stephens-Davidowitz ha anche "raschiato" molti altri siti, tra cui il sito neonazista Stormfront. Se Google è uno strumento per conoscere il mondo, Google è soprattutto uno strumento per conoscere l’uomo. In un giorno produciamo in media 2,5 trilioni di byte di dati. E ogni byte è un’informazione. Più informazioni associate possono originare impressionanti risultati. Alcuni di questi risultati sono stati davvero strabilianti: ad esempio che le barzellette razziste salgono del 30% durante l’anniversario di Martin Luther King, oppure che, durante le elezioni americane, le regioni che sostenevano maggiormente Donald Trump poi effettuavano un numero maggiore di ricerche con la parola ‘nigger’.

Cosa ci dicono i Big Data
Sono molti gli studi e le ricerche che in questo momento stanno avvenendo sull’utilizzo dei Big Data. Per uno scienziato sociale come Stephens-Davidowitz, i grandi dati hanno quattro virtù centrali e rappresentano una fonte importante per conoscere meglio anche noi stessi. In primo luogo, si tratta di un "siero della verità digitale": fornisce dati onesti su questioni ‘delicate’ della personalità, come gli atteggiamenti razzisti, a esempio, o quelli sessuali. In secondo luogo, offre i mezzi per eseguire esperimenti randomizzati su larga scala e controllati - che di solito sono estremamente onerosi e costosi - a costi pressoché nulli, e in questo modo oltre alle semplici correlazioni si scoprono anche i legami causali. In terzo luogo, la quantità di dati ci permette di ottenere piccoli sottoinsiemi di persone in un modo che prima era impossibile. Infine, fornisce nuovi tipi di dati.

Tutte le sfaccettature del sesso
Uno degli argomenti più scottanti che, nonostante i progressi, rimane ancora un tabù è quello legato al sesso e alle ricerche pornogradfiche su web. I relativi dati, peraltro, possono dirci molto di più di quanto possono aver fatto studiosi come Schopenhauer, Nietzsche, Freud e Foucault. Alcuni risultati ottenuti da Stephens-Davidowitz sono divertenti, altri deprimenti. Per esempio la ricerca suggerisce che centinaia di migliaia di giovani uomini sono attratti prevalentemente da donne anziane. La pornografia «in cui la violenza viene perpetrata contro una donna... quasi sempre si rivolge in modo sproporzionato alle donne», ad esempio. Oppure che il sesso anale, a breve, supererà di gran lunga il sesso vaginale.

Il prossimo Freud sarà uno scienziato dei dati
La verità è che i dati sono la verità assoluta, quella che non abbiamo il coraggio di ammettere, ma che - più o meno coscienziosamente - lasciamo sfuggire su Intenet, un spazio talmente ampio e infinto, che ci sembra impossibile curarsi delle nostre ricerche. Eppure… Eppure il prossimo Foucault sarà uno scienziato dei dati. Il prossimo Freud sarà uno scienziato di dati. Il prossimo Marx sarà uno scienziato dei dati. Probabilmente. Oppure si servirà di scienziati dei dati per le propria attività. In uno spazio fatto di bene e di male, così come lo è la realtà, lo è anche il web, i programmi che si basano sull’analisi dei dati possono creare enormi pericoli per l’umanità. Dalla pubblicità predatoria alla distorsione dell’informazione, che spingono al rialzo il debito o stimolano l’incarcerazione di massa. E, nella maggior parte dei casi, minano alla democrazia. I loro creatori non stanno semplicemente cercando di descrivere e spiegare il comportamento umano, ma lo stanno dirigendo e manipolando.

La nascita di una scienza sociale
Per Stephens-Davidowitz, tuttavia, i Big Data, rappresentano una fonte importante per il miglioramento della vita. Non sono intrinsecamente pericolosi o malvagi, e possono essere straordinariamente preziosi e coinvolgenti. Ovunque nascono fatti nuovi. Alcuni dei risultati - come la correlazione tra uragani e il consumo di fragole - sono piacevolmente surreali. Per lui «il punto grande è questo: la scienza sociale sta diventando una vera scienza. E questa nuova e vera scienza è pronta a migliorare la nostra vita».

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