20 giugno 2021
Aggiornato 13:30
normative

Chi paga la tassa sugli affitti AirBnb

La norma prevede che l'intermediario immobiliare si trasformi in sostitito d'imposta e trattenga alla fonte il 21% dell'affitto tassato con cedolare per poi girarlo all’erario. Nella disposizione si nascondono, però, delle insidie

ROMA - Sono chiamati i ‘furbetti’ di AirBnb e secondo le stime di Federalberghi avrebbero raccolto 2,4 milioni di euro nel 2014, con un evasione fiscale di 110 milioni a cui vanno aggiunti 57 milioni di tasse di soggiorno non versate. Un fenomeno di evasione che trova le radici nell’online dove gli affittacamere spesso omettono di dichiarare la loro attività, sfuggendo così al censimento e, quindi, al pagamento delle tasse. Airbnb traccia ogni pagamento rilasciando ricevuta regolare che ogni utente host deve poi riportare nella propria dichiarazione dei redditi, ma smascherare gli evasori non è facile.

Airbnb può diventare sostituto d’imposta?
A questo proposito arriva l’articolo 4 del decreto legge 50/2017, pronto a mettere al palo tutti gli evasori di AirBnb. Con questa legge, infatti, l’intermediario immobiliare si trasforma in sostituto d’imposta e trattiene alla fonte il 21% dell’affitto tassato con cedolare per poi girarlo all’erario. In questo senso, la norma, nasconde un’insidia poiché fa riferimento solo all’intermediario immobiliare e piattaforme online come Airbnb o Expedia non possono definirsi completamente intermediari. Il primo nodo da sciogliere è quindi capire chi potrà essere considerato e agire come sostituto d’imposta. Una patata bollente, poiché il sostituto d’imposta, deve sottostare a dei parametri precisi, ad esempio il pagamento delle tasse sui profitti generati nel Paese. E qui si apre un abisso dato che le Big Company come Google hanno sempre sostenuto di non avere una stabile organizzazione in Italia.

Chi paga la tassa
Burocrazia a parte, la legge prevede la  possibilità di applicare la cedolare secca anche ai contratti di durata inferiore ai 30 giorni che prevedano anche servizi di pulizia oppure nel caso in cui siano stati stipulati dal comodatario di una casa che abbia diritto di locare a terzi. Questa cedolare (aliquota al 21%) si applica per gli immobili residenziali dove sia il proprietario sia l’inquilino sono privati e non esime dal pagamento dell’Imu e della Tasi. I contribuenti dovrebbero quindi versare le tasse al sito che poi le girerebbe al Fisco, trasformando Airbnb e altri come sostituto d’imposta (ed è proprio su questo aspetto che sorgono i dubbi).

Le altre imposte
L’aliquota del 21% assorbe, invece, tutte le imposte sul reddito e sui contratti di durata superiore ai 30 giorni consente di evitare l’imposta di registrazione, pari al 2% sul canone annuo: in questo caso, tuttavia, l’importo va diviso tra proprietario e inquilino.

Il vuoto normativo della sharing economy
Per l’ennesima volta ci troviamo di fronte alla necessità di definire e regolamentare un fenomeno ben più ampio che abbraccia, di fatto, la nascita di numerosi servizi alternativi in una molteplicità di settori: la sharing economy. Non solo dei servizi immobiliari come in questo caso, ma di tutti i servizi. Se da una parte avanzano le proteste settoriali come nel caso di Uber, Flixbus e Home Restaurant, dall’altra, la madre di queste nuove forme di attività, l’economia collaborativa, appunto, aleggia ancora in un vuoto normativo senza fine.