2 giugno 2020
Aggiornato 00:30
Dopo 18 mesi di prigionia

Silvia Romano libera, il ruolo della Turchia nel suo rilascio

Gli esperti italiani considerano rilevante il ruolo giocato da Ankara, con cui la collaborazione è iniziata sin dalle prime fasi del negoziato. «Una collaborazione continua», l'ha definita una fonte qualificata

Silvia Romano con i familiari
Silvia Romano con i familiari ANSA

ANKARA (ASKANEWS) - Dopo 18 mesi di prigionia, Silvia Romano è tornata a casa. Il lungo lavoro degli specialisti dell'Aise, al comando del generale Luciano Carta, ha dato i suoi frutti al termine di una lunga, difficile, trattativa che ha impegnato anche altri attori sul territorio: oltre all'intelligence somala, quella turca (Mit), radicata nel paese africano come pochi al mondo. Gli esperti italiani considerano rilevante il ruolo giocato dagli uomini di Ankara, con cui la collaborazione è iniziata sin dalle prime fasi del negoziato, proseguendo senza subire interruzioni fino al buon esito della trattativa. Una collaborazione continua, l'ha definita una fonte qualificata contattata da askanews.

Si capisce dunque perché il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si sia premurato di ringraziare, oltre al personale italiano, anche quello somalo e turco. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha fatto della Somalia un avamposto della sua espansione diplomatica ed economica in Africa. E per raggiungere il suo scopo ha rafforzato e consolidato la presenza turca nel Paese, anche con attività di assistenza alla popolazione locale. La Turchia ha una grande base militare a Mogadiscio, proprio di fianco a quella dell'Unione europea, ha ricordato la fonte, evocando anche i contatti radicati degli esperti turchi nelle città e nei villaggi somali.

Contatti che gli uomini di Ankara hanno da tempo anche con gli Al Shabaab, ritenuti responsabili del sequestro a scopo estorsivo di Silvia Romano. Era solo questione di attivare quelli giusti. Ed è quello che gli esperti dell'Aise e del Mit sono riusciti a fare, con il personale italiano che ha messo a punto la strategia, senza risparmiare energie, ed ha guidato le operazioni con la cautela necessaria a non far saltare il banco. Finché non si è giunti all'ultimo atto. Gli uomini dell'Aise hanno ricevuto la prova in vita richiesta e si è potuti passare alla consegna: hanno prelevato la giovane cooperante a circa 30 chilometri da Mogadiscio, in cambio di un riscatto che nessuno mai confermerà ufficialmente, e l'hanno condotta in ambasciata.

Nessun ruolo nel negoziato ha avuto invece il Qatar, nonostante possa godere in Somalia di buonissimi auspici. Le voci di un presunto ruolo dei qatarini nel riscatto della giovane cooperante si erano diffuse questa mattina nel Paese africano ed erano state rilanciate da radio Baanadir, un'emittente locale. Il Qatar non è mai entrato in gioco, ha però confermato la fonte ad askanews, accreditando solo la sponda somala e turca.

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