22 settembre 2019
Aggiornato 22:00
Dazi

Nella guerra dei dazi Trump incassa la prima sconfitta: la mossa della Cina che ha spiazzato tutti

E' possibile invertire la rotta della globalizzazione economica? L'interdipendenza ha raggiunto livelli tali di complessità da risultare immutabile?

WASHINGTON - Forse è la rappresentazione più plastica delle catene che avvolgono il mondo attuale, catene impossibili da spezzare. Un esempio che giunge dagli Stati Uniti e lancia le sue ombre sull'Italia, che in questi giorni prova a formare un governo dalla chiara impronta nazionalista sovranista. Se non ce la fanno gli Usa, se non ce la fa l'uomo più potente del mondo, se non ce la fa prima potenza economica e militare del pianeta, chi può tentare l'operazione di riportare la produzione dell'industria pesante in occidente? La marcia indietro del presidente statunitense rispetto il bando dei componenti elettronici made in China delle Zte lascia il segno, e si pone come punto di chiarezza rispetto alle idee di sovranismo economico in grado di fermare, o quanto meno rallentare, la distruzione del settore primario in occidente. 

Trump e la Cina, un rapporto complicato
Tutto nasce dai dazi imposti dal presidente Usa sulle importazioni di acciaio e alluminio, ai quali rispose la Cina con dazi per miliardi di dollari sui prodotti agricoli in arrivo dagli Stati Uniti. Una vera guerra commerciale, come promessa da Donald Trump in campagna elettorale, con conseguenze molto pesanti soprattutto per l’industria cinese. La firma della legge, con Trump circondato da operai con caschetto e tuta blu, firma con pennarellone come al solito, appare un lontano ricordo. Una storia complessa quella dei dazi Usa verso il resto del mondo, alineare: come tutte le decisioni di Donald Trump. Solo poche settimane fa, il presidente Usa mette sotto accusa la Nte, colosso di Shenzen e fornitore globale di conduttori e microchip, denunciandola di violazione delle sanzioni degli Usa verso l’Iran. Il presidente voleva centrare un doppio risultato: far fuori un concorrente asiatico e colpire l'Iran. La partita quindi assume una scala ancora più importante, perché si sposta dal piano economico commerciale a quello politico internazionale. La decisione passa quasi inosservata se rapportata ai dazi su acciaio e alluminio, per non parlare dell'idea di attaccare direttamente le importazioni di autovetture negli Usa che sta girando in questi giorni nell'entourage presidenziale Usa.

Xi Jinping risponde
La Cina - un paese che solo poche settimane fa ha festeggiato colui che invitò le masse oppresse operaie a spezzare le catene del capitalismo e dell'oppressione, la celebrazione del bicentenario della nascita di Karl Marx da parte del presidente Xi Jinping è stata trionfale – ha subito annunciato che vi sarebbero stati licenziamenti di massa a Shenzen a causa della decisione Usa. E dalle parole si è passati immediatamente ai fatti, anche perché l’assenza di un sindacato rende la Cina il paese perfetto per questo genere di ritorsioni. Ma, nel momento in cui gli operai della Zte venivano licenziati su due piedi, i dazi cinesi sui prodotti agricoli statunitensi creavano scompiglio nell’elettorato rurale, e ipernazionalista tradizionalista, di Donald Trump. Elettorato che mandava, e manda, chiari segnali di insofferenza e minaccia di far perdere il presidente Usa alle prossime elezioni di medio termine. La Cina di Xi Jinping appare come il vero alfiere della globalizzazione economica, l'ha anche rivendicato a Davos solo pochi mesi fa: sa di essere la fabbrica del mondo, sa di avere condizioni culturali e demografiche per esserlo in eterno. La guerra dei dazi si rivela quindi per quello che è, un campo di battaglia dove se si vogliono cambiare i rapporti di forza economici, fondati sul primato del costo più basso e delle esportazioni: è necessario avere una tendenza al martirio politico. E il presidente Donald Trump non ha alcuna intenzione di combattere una guerra giusta per poi risultare egli l’unico sconfitto. Così ha twittato un messaggio molto conciliante verso i cinesi rabbiosi, in cui di fatto fa marcia indietro rispetto le sanzioni su Nte proprio perché «troppi posti di lavoro si sono persi in Cina».

La guerra dei microchip
Ma, in realtà, troppo consenso stava perdendo nel suo elettorato rurale. Ma quella che può apparire come una capriola, in realtà è una scelta obbligata proprio dall'industria Usa dei micrichip. Come riportato da Il Sole 24 Ore: «Acacia Communications e Oclaro - che hanno assistito impotenti a un crollo delle loro azioni - per motivi fin troppo facili da comprendere, se consideriamo che nel 2017 Zte ha acquisito dai suoi 211 fornitori americani beni e servizi per 2,3 miliardi di dollari. Tra le aziende statunitensi che intrattengono rapporti commerciali con Zte ci sono anche nomi noti come Qualcomm, Intel e Alphabet. Si stima che le imprese americane forniscano dal 25% al 30% dei componenti utilizzati nelle apparecchiature di Zte». Il sistema economico globalizzato dispiega tutta la sua forza nel momento in cui le sanzioni verso un paese importatore colpiscono i fornitori interni. Solo pochi anni fa il presidente di Fca Sergio Marchionne fu accusato di aver delocalizzato in Polonia la costruzione della Fiat 500. Marchionne rispose che il 90% dei pezzi di cui è composta la 500 è fabbricato in Italia e in Polonia viene fatto solo l’assemblaggio finale. Risulta chiaro quindi come il sistema creato sia, apparentemente, perfetto.