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La Russia celebra l'orgoglio per la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale e sfila sulla Piazza Rossa

Gigantesca parata militare a Mosca. Settantatré anni fa l'Urss sconfiggeva le armate naziste: Putin sfila tra la folla in festa

Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (EPA/EKATERINA SHTUKINA / SPUTNIK / GOVERNMENT PRESS SERVICE)

MOSCA - Scorrono nell’immensa Piazza Rossa, di fronte al presidente Putin appena insediatosi per il suo quarto mandato, per celebrare il Giorno della Vittoria, la ricorrenza più importante dell’era post sovietica. Tutto è pronto: il marmoreo e cupo mausoleo di Lenin è stato coperto con giganteschi vessilli che riprendono lo stendardo russo, e gli opulenti magazzini Gum che stanno sull’altro lato della piazza hanno addobbato a festa la facciata neoclassica. In piazza sfilano i reduci, gli eroi, gli ufficiali e i soldati vittoriosi della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Unione Sovietica per fermare l’avanzata tedesca sacrificò oltre ventisette milioni di uomini mandati al fronte, o periti durante gli assedi di Stalingrado, Mosca e Leningrado. Resistenze che, di fatto, prima bloccarono e poi distrussero le armate tedesche che avanzarono sul suolo russo nell’estate del 1941. Stalin nel novembre dello stesso anno emise il famoso ordine 227 che obbligava tutti i russi a «non fare mai più un passo indietro» - quando le armate tedesche sembravano sul punto di sfondare sull’intero fronte e così far cadere l’intera Unione Sovietica: quattro anni dopo, l’8 maggio del 1945 faceva firmare la resa senza condizioni al feldmaresciallo tedesco Keitel, di fatto, senza l’immenso sacrificio dell’Armata Rossa – che da sola anninetò la metà della potenza bellica nazista - la Seconda Guerra Mondiale avrebbe avuto sorti decisamente più incerte. 

Una celebrazione dimenticata
Durante l'esistenza dell'Unione Sovietica, il Giorno della Vittoria era festeggiato in tutti i paesi del blocco orientale, diventando una festa ufficiale a partire dal 1965. Ma nell’era sovietica non ha mai avuto l’importanza odierna, dato che il festeggiamento principale era quello legato alla Rivoluzione d’Ottobre, sempre sulla Piazza Rossa, il 7 novembre. Il valore del 9 maggio cambia quando Vladimir Putin sale al potere. Ha iniziato a promuovere il prestigio storico e culturale della Russia, le feste e commemorazioni nazionali sono diventate una fonte di autostima per il popolo. Il festeggiamento del 60° anniversario del Giorno della Vittoria in Russia nel 2005 è diventata la più grande festa nazionale e popolare. Ma è nel 2015 che il 70º anniversario della vittoria sulla Germania nazista ha dimostrato una grande ondata di orgoglio nazionale di fronte alle inedite sfide geopolitiche ed economiche. Sedicimila soldati russi, 1.300 militari da 10 paesi, circa 200 mezzi corazzati, 150 aerei ed elicotteri da combattimento hanno sfilato a Mosca in quella che è stata la più imponente parata della Russia contemporanea. Nel 2017 l’ennesima, spettacolare, novità: sulla piazza rossa non sfilano solo i militari, i missili, i carri, mentre l’aviazione fa passare a volo radente i Sukhoi Su 35: sfilano anche i figli dei combattenti caduti, e ognuno di essi reca in mano una foto di colui che in quella sanguinosissima guerra perì. L’anno scorso, a sorpresa, il presidente Putin abbandonò il palco d’onore e si mise a camminare tra la folla in marcia sulla piazza Rossa, sventolando la foto del nonno. La cerimonia è un chiaro sincretismo: alcuni tratti sono copia fedele delle celebrazioni della Rivoluzione d'Ottore, altri ricorrono al cosiddetto neozarismo. Si pensi ad esempio al capo delle Forze Armate russe che, a bordo della berlina che apre la parata sotto stendardi rossi, si fa il segno della croce (ortodosso). 

Superare la vergogna
La festa che celebra il Giorno della Vittoria non vuole essere però solo una manifestazione di potenza militare al mondo, e men che meno il ricordo di un passato glorioso di cui si prova malinconia. Spento e oscurato il passato comunista, non a caso il mausoleo di Lenin viene sempre coperto, quando Putin riceve il potere dal popolo russo nel 1999 trova un paese moralmente e materialmente distrutto, depredato e devastato. Ma soprattutto un paese attraversato dalla vergogna per un passato ingombrante, sconfitto dalla storia. La grande paura che attraversa e scuote la Russia da quando è nata, che ha tolto il sonno a tutti gli zar per quattro secoli, come a tutti segretari del Soviet dal 1917 al 1991, è la disgregazione di un paese che si estende per ventitré milioni di chilometri quadrati su undici fusi orari. Un paese che è da solo un continente. Così, nel 1999, quando Putin arriva al potere trova la Russia sul punto di esplodere, per altro come abbondantemente desiderato dalle potenze occidentali che vorrebbero impossessarsi delle immense ricchezze naturali.

Unire la Russia
La Russia è attraversata da tensioni ideologiche, ed etniche, imponenti, che spalancano scenari jugoslavi, altro piccolo impero esploso dopo la caduta del comunismo titino. Putin capisce la Russia può salvarsi solo unendosi, solo portando una ventata di orgoglio per qualcosa che saldi le anime. E la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale unisce tutti, perché tutti im Russia hanno avuto un amico, un genitore, un nonno, un fratello, caduto in battaglia: una celebrazione dal valore simbolico potente. E' una delle poche carte che puà spendere in un paese senza soldi. Pensava il giovane, e al tempo sconosciuto, Vladimir Putin: "Celebriamo l'orgoglio di una guerra vinta per la libertà che, di fatto, ha salvato il mondo. La Russia nel 1941 era spacciata. Si riprese con coraggio e vinse. La stessa cosa - questo era il pensiero soggiacente al simbolismo putininano - potrà farlo oggi, in questo tragico tempo russo post comunista fatto di povertà e dileggio». Nel 2000 nasce e prende forma un momento simbolico potente e unico, un momento in grado di ridare speranza, fiducia, orgoglio. Nasce e prende forma la festa del 9 maggio, per come la conosciamo oggi.

Orgoglio per il passato, qualunque esso sia
Putin - che ha condensato la percezione dei russi sul loro passato comunista nella folgorante frase: «Chi non ha nostalgia dell’Urss è senza cuore, chi vuole rifare l’Urss è senza cervello» – impone una scenografia molto simile alle celebrazioni del 7 novembre 1917: ampio utilizzo di stendardi dell’Urss del 1945, soldati con l’uniforme dell’Armata Rossa, stelle e bandiere rosse, si mischiano con i nuovi simboli della potenza militare russa. Lo stesso inno, in più edizioni cantato a squarciagola dai soldati in parata, altro non è che la riproposizione di quello in uso dal 1921 al 1991 – prima ancora era l’inno del partito bolscevico – con nuove parole che cancellano ogni riferimento al passato comunista. Inno che, durante la festa del 9 maggio, suona cadenziato dai colpi di ventiquattro pezzi di artiglieria pesante azionati da oltre cinquanta artiglieri.

Russia, il "nemico"?
Al termine della parata il presidente russo si reca sul lato nord delle mura del Cremlino, dove pone un corona di fiori di fronte alla fiamma perenne che, protetta da un picchetto d’onore che monta la guardia sempre e in ogni condizione, ricorda il milite ignoto caduto durante la Seconda Guerra Mondiale. In tutte le piazze della Russia, in tutte le città, dalla lontana Siberia alla cosmopolita e mitteleuropea San Pietroburgo, i russi festeggiano uniti il loro passato. E’ la festa che unisce il paese, che lo fa sentire orgoglioso di qualcosa di importante che ha cambiato per sempre, e in meglio, le sorti dell’umanità. E lo fa nel momento in cui la Russia viene incredibilmente spacciata come un «pericolo», data la sua «aggressività». Sono le parole odierne di John Kerry, fanatico russo fobico, ex vicepresidente Usa dell’era Obama: «Non togliete la sanzioni alla Russia – ha tuonato – da Mosca insidie e attacchi». Ma la Russia va avanti, senza aver paura di paura di guardare indietro.