19 agosto 2018
Aggiornato 11:30

Putin IV: nasce in Russia la nuova presidenza dell'uomo più potente del mondo

Senza rivali, amato in patria e detestato all'estero. Ecco quali sono i problemi che dovrà affrontare il presidente russo più amato e temuto di tutti tempi

MOSCA - Anticipato dalle proteste del blogger Aleksej Navalny, peraltro senza ripercussioni degne di nota, ha preso forma l’avvio del quarto mandato presidenziale di Vladimir Putin. Lo definisco zar, da caesar: Putin, 65 anni, tra l'incarico di premier e quello di presidente, è al potere dal 31 dicembre 1999. Putin ha annunciato il nome di colui che propone come capo del governo, Dmitri Medvedev, è però probabile che cambino alcuni ministri. Putin ha vinto le Presidenziali dello scorso marzo con oltre il 76% dei voti, una cifra da record, anche se si sono registrati dei brogli. Il nuovo mandato si concluderà nel 2024. Il giuramento si è svolto nella sala delle cerimonie del Cremlino alle ore dodici: il presidente russo, dopo aver percorso gli infiniti corridoi dell'immenso palazzo simbolo del potere russo in ogni epoca, a bordo di un'automobile russa ha raggiunto il lungo salone scortato da un pichhetto d'onore. Qui, tra due ali di folla, ha giurato per la quarta, e ultima, volta.  Ma quali sono i dossier più importanti che attendono Putin VI? I prossimi sei anni si prospettano come in più importanti dell'intero recente passato russo, perché Putin si è dato obbiettivi ambiziosi: pace, accordi internazionali, sviluppo economico ed eguaglianza. Ce la farà?

Occidente in guerra, per sopravvivere a se stesso
L’affannarsi dell’occidente in cerca di avversari ideologici che fungano da collante culturale per un mondo che giorno dopo giorno tende a sfaldarsi appare un inutile spreco di energie. Vladimir Putin gode di un sostegno reale nel paese, e l’enfasi con cui vengono raccontate le estemporanee proteste dei vari populisti russi – da Kasparov a Limonov, arrivando fino a Navalny – esaltano la mancanza di prospettiva che alberga nelle cancellerie occidentali. Il presidente russo entrato di nuovo in carica per la quarta volta, con una cerimonia molto più sobria rispetto le volte passate, dovrà affrontare problemi globali, e dalle sue scelte, dalla sua moderazione e dalla sua capacità di calcolo e persuasione dipende il destino dell’umanità. Potrà sembrare un’esagerazione, ma è bene sempre ricordare che la Russia è una potenza nucleare seconda solo agli Stati Uniti, un paese orgoglioso della sua storia tormentata, da secoli convinto – a ragione – di essere percepito in maniera distorta da chi non lo conosce. Un paese non disposto a essere vissuto come vassallo di alcuno, che si è ripreso con grande fatica dalla fine del socialismo reale e dai successivi tragici anni di anarco criminalità. Lo abbiamo raccontato con uno speciale proprio su questo giornale, dopo esserci andati di persona, a toccare con mano.

Il rapporto con la Nato
Putin dovrà portare avanti il suo tormentato rapporto con l’occidente. Lo farà in uno stato di assedio, con la Nato che pressa ai suoi confini, incurante del buon senso e di tutte le evidenze storiche che mettono in luce come, da sempre, l’allargamento verso ovest della Russia sia dovuto ad un movimento di reazione. Nei paesi baltici e in Polonia, paesi fanaticamente russofobici, sono dispiegati quattro battaglioni internazionali NATO comprendenti fino alle 5000 unità ciascuno. Anche in Polonia e Germania vengono dislocate brigate corazzate e brigate d'aviazione americane. Procede il dispiego di unità antimissile e antiaeree USA. La Georgia, nonostante la sciagurata avventura del suo presidente Saakashvili, ora in carcere, nel 2008, ambisce ancora ad essere un membro della Nato e ad ospitare basi militari. Il Ministro della difesa Sergey Shoygu ad una riunione con i colleghi del dipartimento ha recentemente dichiarato: "Incrementano le esercitazioni militari dei paesi NATO vicino i nostri confini. Solo negli ultimi tre mesi sul territorio dell'Europa orientale ci sono state più di 30 esercitazioni militari». Mosca ha diverse volte sottolineato che la Russia non ha nessuna intenzione di attaccare qualsiasi paese NATO. Putin, ovviamente, non può permettere che ai suoi confini si ammassino soldati e men che meno batterie missilistiche: fino ad ora ha risposto prettamente sul piano simbolico, passando alle vie di fatto esclusivamente nel Donbass dove la situazione stava sfuggendo di mano.

Crisi Ucraina
Il nazismo nel cuore dell’Europa non spaventa l’occidente. Che, anzi, vede di buon occhio la cosiddetta opposizione patriottica ucraina, il cui unico «merito», par di capire, è quello di rappresentare una minaccia militare alle porte della Russia di Vladimir Putin. Solo pochi giorni fa una libera manifestazione nazista ha attraversato le vie di Leopoli. Giovani, e meno giovani, in mimetica rasati a zero hanno marciato sfoderando saluti nazisti, heil Hitler, svastiche: non la solita manifestazione della destra ucraina, bensì la celebrazione del settancinquesimo anniversario delle SS Waffen «Galicina», una divisione ucraina incorporata all’interno dell’esercito nazista durante l’ultimo conflitto mondiale. Edizioni speciali sui media occidentali, impegnatissimi a denunciare le manifestazioni di Navalny, zero. Rispetto a tutto questo, che si materializza in minacce sempre più dure da parte del governo ucraino alla volta della Russia – governo che evidentemente cerca il casus belli per avere poi il sostegno NATO – Putin ha reagito con la guerra del Donbass, nonché con il referendum di Crimea. Rapporti e dichiarazioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America hanno accusato ripetutamente la Russia di aver orchestrato i disordini in aprile in tutta l'Ucraina orientale e meridionale. La Russia ha negato queste relazioni. Un numero significativo di cittadini russi e militari hanno combattuto nella guerra come "volontari». L’evidente presenza di cospicue forze paramilitari naziste e russofobiche, nel 2014, creava le perfette condizioni per pogrom anti russi, peraltro verificatisi. Nonché l’avanzare di una evidente volontà di pulizia etnica. Da ricordare che l’Ucraina ha recentemente varato la legge «sull’eroismo dell’Esercito nazionale ucraino» che ha trasformato i collaboratori dei nazisti in eroi e in reato penale la negazione di tale «eroismo». Questo è quanto si muove nel cuore dell’Europa, questo è quanto la NATO difende.

Medio Oriente
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu incontrerà mercoledì prossimo a Mosca il presidente russo Vladimir Putin «per discurere gli sviluppi regionali». La politica russa in Medio Oriente, fondata sulla leale alleanza con presidente Bashar al Assad, pare l’unico argine alla deflagrazione della guerra totale. Si tratta del primo incontro tra Netanyahu e Putin dopo che Mosca ha accusato Israele per l’attacco missilistico messo a segno all’inizio di aprile contro l’aeroporto militare T-4, nei pressi della città siriana di Homs; sarà invece l’ottavo faccia a faccia tra i due leader degli ultimi due anni. Stroncato il terrorismo dell’Isis, fiancheggiato dai paesi occidentali, nonché da Israele e dall’Arabia saudita, rimane aperto per Putin il nodo dell’asse Russia-Siria-Iran. Nodo non solo politico e militare, ma soprattutto economico, dato che sul piatto c’è la distribuzione del gas verso l’Europa attraverso controversi oleodotti che lederebbero gli interessi strategici russi.

L'obiettivo di Israele
La presentazione alla stampa mondiale, con stile hollywodiano, di un sedicente dossier sulle armi atomiche iraniane da parte del primo ministro israeliano Nethanyahu si è dissolto come una bolla di sapone. L’obbiettivo israeliano è evidentemente fa collassare i governi di Iran e Siria, ormai gli unici avversari presenti in Medio Oriente di un certo peso. Vladimir Putin fino ad ora ha giocato una vinecente partita a scacchi, che l’ha portato a ottenere l’appoggio di uno stato molto ambiguo, la Turchia, e a fermare in Siria i piani d’espansione del terrorismo islamico. Dando così vita a un equilibrio fondato sul bipolarismo. Ha di fatto fermato l'aggressività israeliana nei confronti dell'Iran, il cui potenziale bellico, nonché il fanatismo religioso, fa tremare il mondo. Oggi la partita si sposta sul piano negoziale tra Israele e Russia, un confronto ormai diretto. Gli Stati Uniti, che rifiutano di attaccare frontalmente la Russia, l’Iran e la Siria – i bombardamenti di poche settimane fa si sono rivelati prettamente teatrali – restano una mina vagante, dato che il presidente Trump non ha una linea chiara sulle sanzioni all’Iran. Potrebbe imporle, ma senza reale convizione, proprio su indicazione del presidente russo. Ma rimane sempre la spada di Damocle del prezzo del petrolio, perché un taglio della produzione iraniana potrebbe far schizzare i prezzi dell’oro nero, favorendo proprio la Russia di Vladimir Putin.

Economia interna
La Russia è sottoposta a un regime di sanzioni economiche sempre più duro. Paga la sua posizione in Ucraina e in Medio Oriente. Paga la sua indipendenza culturale, o la ferrea volontà di non essere uno stato oggetto, bensì uno stato soggetto creatore della storia. Può non piacere, ma così è. La "fine della storia" è una chimera e buona parte di questa condizione la si deve alle tre presidenze di Vladimir Putin. Il quale è riuscito a gettare le basi di un capitalismo di stato con caratteristiche cinesi: un’economia mista che ha come cardine il possesso delle principali industrie nazionali da parte dello Stato attraverso alcuni oligarchi. E’ il cuore della politica economica di Vladimir Putin che, quando giunse al potere nel 1999, trovò una Russia derubata dei suoi più preziosi gioielli industriali. Attraverso un politica non proprio da gentlemen, questa condizione si è trasformata, e agli oligarchi del tempo di Eltsin che spadroneggiavano il presidente russo ha offerto un’alternativa: il carcere, o peggio, oppure la ricchezza ma la perdita del controllo reale dei «loro» imperi, scippati al popolo russo dopo il crollo dell’Urss. Un sistema che sta, tra mille fatiche, tentando di sostituire l’anarco criminalità che divorò la Russia negli anni Novanta con un modello di mercato misto. Grande industria sotto controllo, indiretto, dello Stato: terra, commercio e finanza medio piccola sotto l'egida del mercato. 

Il nodo sanzioni
Ma in questo contesto le sanzioni occidentali sono evidentemente tese a minare lo sviluppo del paese: le ricchezze della Russia, che Putin ha strappato ai predoni di ogni nazionalità, restano un goloso boccone. Minare la base economica russa, attraverso il deprezzamento del greggio prima e con le sanzioni poi, significa indebolire la presidenza russa al fine di far collassare il potere eletto. Manovra non riuscita, che anzi, ha portato ad un rafforzamento della figura di Putin in Russia, come evidenziato dalle recenti elezioni. In campagna elettorale il presidente russo ha fatto però promesse importanti, tutte fondate su un nuovo ruolo strategico dello Stato in economia. Più servizi, più sanità pubblica, più trasporti, più civiltà. Senza aumento della tassazione. In questo senso potrebbe tornare utile l’aumento, recente, del prezzo del petrolio, anche se è bene sottolineare che la Russia odierna è sempre meno dipendente dalle esportazioni di materie prime. Cosa accadrà? Un alleggerimento delle sanzioni, o meglio, una totale cancellazione, avrebbe solo effetti positivi, in particolare per le esportazioni italiane. Ma la fobia anti russa continua a spingere in maniera violenta, cieca di fronte ai vantaggi economici globali, nonché al raffreddamento di tensioni geopolitiche globali.

Lo zar di un mondo nuovo
Questa è la quarta volta che Vladimir Putin riceve il mandato presienziale dal popolo russo. Un paese che tenta di tenere insieme il suo incredibile passato, senza vergognarsene e senza rinnegarlo. Un paese dove vivono ancora trenta milioni di comunisti, altrettanti zaristi, un’infinità di minoranze etnico linguistiche, ventitré milioni di chilometri quadrati su undici fusi orari. Un paese che da sempre traccia la storia dell’umanità.