21 settembre 2019
Aggiornato 06:30
Stati Uniti

Usa, primo viaggio ad alta tensione del vice di Trump in Medio Oriente

Il vicepresidente Usa Mike Pence inizia oggi il suo primo viaggio in Medio Oriente, con una visita al Cairo, in Egitto, per proseguire in Giordania e Israele

WASHINGTON - Il vicepresidente americano Mike Pence inizia oggi il suo primo viaggio in Medio Oriente, con una visita al Cairo, in Egitto, per proseguire in Giordania e Israele: un tour all'insegna della tensione dopo la controversa decisione del presidente Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele. Originariamente previsto a fine dicembre, il viaggio di Pence è stato rinviato a seguito della decisione unilaterale di Washington, che ha interrotto decenni di diplomazia degli Stati Uniti e spaccato l'unità della comunità internazionale. "Gli incontri del vicepresidente con i leader di Egitto, Giordania e Israele sono parte integrante della sicurezza nazionale americana", ha affermato il portavoce di Pence, accompagnato nel suo tour dalla moglie Karen. Pence incontrerà nel pomeriggio il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, poi partirà per la Giordania e domenica sera sarà in Israele, ultima tappa della sua visita.

La questione di Gerusalemme
Donald Trump ha anche annunciato l'intenzione di trasferire a Gerusalemme l'ambasciata degli Stati Uniti in Israele, oggi a Tel Aviv, come per tutte le missioni diplomatiche straniere. Lo status di Gerusalemme è una delle chiavi del processo di pace tra israeliani e palestinesi, congelato ormai dal 2014. I palestinesi vogliono che Gerusalemme Est, occupata e annessa da Israele, diventi la capitale dello stato cui aspirano. e relazioni tra Washington e i palestinesi si sono ulteriormente deteriorate dopo la decisione degli Stati Uniti di questa settimana di «congelare» più della metà dei finanziamenti previsti per l'agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi (UNRWA). Una scelta che avrà ricadute su oltre cinque milioni di palestinesi registrati come rifugiati nei Territori, in Giordania, in Libano o in Siria. I palestinesi hanno detto che avrebbero boicottato la visita di Mike Pence, che infatti non incontrerà il presidente Abu Mazem, incontro che invece era in programma a dicembre.

Manifestazioni
La decisione del presidente Trump su Gerusalemme ha scatenato manifestazioni in molti paesi arabi e musulmani, incluso l'Egitto, dove il grande imam di Al-Azhar ha annunciato a dicembre il suo rifiuto di accogliere Pence. «Al-Azhar non può stare con quelli che falsificano la storia e rubano i diritti della gente», ha detto. Anche il papa copto egiziano, Tawadros II, ha espresso il suo rifiuto di incontrare il vicepresidente degli Stati Uniti, sostenendo che Trump «ha ignorato i sentimenti di milioni di arabi».

Un quadro geopolitico complesso
Ma i regimi arabi alleati di Washington non possono andare troppo oltre le proteste formali e cercano di trovare la quadra tra l'ostilità della loro opinione pubblica e il potente partner americano: ciò è particolarmente vero per Egitto e Giordania, che hanno forti legami geopolitici e dipendenza finanziaria da Washington. Gli aiuti militari statunitensi, che raggiungono 1,3 miliardi di dollari l'anno, sono considerati cruciali dal regime di al Sisi, ciò che spiega la cauta reazione del Cairo all'annuncio di un futuro trasferimento dall'ambasciata Usa a Gerusalemme. L'Egitto si è limitato a commentare che questa scelta potrebbe «complicare" la situazione. Dopo Egitto e Giordania, Pence visiterà Israele il 22 e 23 gennaio per un cordiale colloquio con il primo ministro Benjamin Netanyahu e il presidente Reuven Rivlin. Oltre a un discorso in Parlamento, deve anche recarsi al Muro del Pianto nella Città Vecchia di Gerusalemme e al monumento all'Olocausto di Yad Vashem.

(con fonte afp)