Il peso degli indecisi sulle elezioni

Iran verso le presidenziali, Rohani in bilico

Tra una settimana, il 19 maggio, gli iraniani vanno alle urne per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica. Se il presidente in carica Hassan Rohani è il favorito, la sua vittoria è tutt'altro che scontata.

Iran, il 19 maggio 55 milioni alle urne per le presidenziali
Iran, il 19 maggio 55 milioni alle urne per le presidenziali (ANSA)

TEHERAN - Mentre l'Europa è presa nel suo fitto ciclo elettorale, tra Francia, Gran Bretagna e Germania, a brevissimo c'è un altro voto che può influire negli equilibri del mondo: tra una settimana, il 19 maggio, gli iraniani vanno alle urne per eleggere il prossimo presidente della Repubblica islamica. Se il presidente in carica Hassan Rohani è il favorito, la sua vittoria è tutt'altro che scontata.
Nella realtà nella teocrazia iraniana il presidente è solo uno dei pilastri del potere esecutivo e i sei candidati sono stati ammessi sono dopo lo scrutinio del Consiglio dei Guardiani, un potente organismo composto da teologi e giuristi. E l'ultima parola spetta, come sempre, al leader supremo, l'ayatollah Ali Khamenei.
Tuttavia la campagna elettorale ha messo in luce strane divisioni. Nei dibattiti televisivi Rohani si è battuto coni suoi opponenti più intransigenti chiamandoli «estremisti». Ha accusato l'influente corpo della Guardie della rivoluzione di aver tentato di sabotare l'intesa del 2015 sul nucleare, firmata con le potenze mondiali. E ai suoi comizi i sostenitori di Rohani hanno chiesto la liberazione di due leader riformisti che sono ai domiciliari.

Rohani, ex religioso tutt'altro che riformista, è salito al potere nel 2013 con il sostegno degli elettori pronti a scegliere un leader moderato che segnalasse una rottura con la linea dura del suo predecessore, il falco Mahmoud Ahmadinejad. Rohani ha cercato di portare il suo Paese fuori dal profondo isolamento a cui l'avevano confinato le sanzioni internazionali, stringendo un accordo che pone forti limiti al programma nucleare di Teheran in cambio di un allentamento delle sanzioni. Ma la crescita economica stentata ha raffreddato gli entusiasmi per il governo.

«C'è una buona chance che Rohani non sia rieletto, perchè molti non sentono la necessità di andare a votare» ha detto al Washington Post l'analista Alireza Nader. «Per l'iraniano medio l'accordo sul nucleare è stato una grande delusione. In termini di benefici economica la persona media non ha visto molto. La produzione di petrolio è tornata ai livelli pre-sanzioni, ma non ha portato nuovi posti di lavoro».

Il principale sfidante di Rohani, Ebrahim Raisi, religioso conservatore che presiede uno dei santuari più importanti del Paese, cavalca la frustrazione popolare per un'economia ancora in recessione. Come Ahmadinejad in un'era precedente, Raisi ha fatto una campagna elettorale improntata al nazionalismo populista, promettendo di triplicare i sussidi alla povertà, di creare 1,5 milioni di posti di lavoro e di avere un atteggiamento più duro nei confronti dell'Occidente. Un altro candidato intransigente, il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Qalibaf, ha promesso cinque milioni di posti di lavoro.

I sostenitori di Rohani stigmatizzano le false promesse dei due candidati, ma il presidente ha un chiaro problema di immagine. «Si è messo nell'angolo da solo, nella parte del 'mullah elitista' che compra aerei da Airbus e Boeing, ma non dà sussidi ai poveri» ha detto Alex Vatanka, senior fellow del Middle East Institute di Washington. «Rohani deve giocare la partita populista. Per convincere la gente a votare, non può parlare solo di politica estera, distensione con gli Usa, riesame della nostra posizione su Israele. Va benissimo perla gente di città, ma in campagna vogliono sapere 'cosa dò da mangiare alla mia famiglia oggi?'».

Per Khamenei, il 78enne leader supremo, da tempo malato, il voto ha conseguenze sui piani per la sua successione. Con la sua morte, il presidente entrerà in un consiglio a tre che agirà in sua vece in attesa della nomina di un nuovo leader. Raisi avrebbe il sostegno sia di Khamenei sia della Guardie della rivoluzione, un'organizzazione che ha forti interessi economici nel Paese e che è coinvolta anche nella guerre regionali, come in Siria. Raisi potrebbe inoltre usare la campagna presidenziale come trampolino di lancio per la futura successione a Khamenei. Rohani ha criticato pubblicamente Raisi per il suo coinvolgimento, da procuratore di Teheran, nelle esecuzioni di migliaia di prigionieri politici nel 1988.

Ma è difficile esagerare il ruolo della Guardie della rivoluzione nella politica iraniana. "Le Guardie non sono mai state tanto potenti nella storia della repubblica islamica" ha detto Nazila Fathi, ex corrispondente da Teheran del New York. "Oltre ad ambizioni economiche hanno ambizioni regionali. Sono le Guardie che intervengono in altre aree del Medio Oriente".