9 dicembre 2019
Aggiornato 00:00

I primi 100 giorni di Trump da neoliberista: taglia le tasse ma non esce dal Nafta

La grande riforma fiscale prende forma. Ma difficilmente porterà i posti di lavoro che la classe media ha perso negli ultimi trenta anni

WASHINGTON - Il taglio di tasse più massiccio della storia statunitense è in arrivo. E con lui la promessa rimangiata che gli Usa sarebbero usciti, a ogni costo, dall’odiato Nafta, il trattato di libero scambio che domina nel continente americano. Si delineano meglio, dopo questi due annunci, le linee reali della nuova presidenza di Donald Trump. Che potrebbero essere antesignane delle dirittura materiale dell’intero movimento populista globale.

Riduzioni senza apparente copertura
Si passa dalla madre di tutte le bombe sganciata sulle povere capre delle montagne afghane alla madre di tutte le rivoluzioni fiscali. Il piano è stato anticipato, a grandi linee, dal segretario al Tesoro Steven Mnuchin e da Gary Cohn, consigliere economico del presidente Trump. Sono previsti cospicui tagli della tassazione alle imprese e delle imposte sui redditi da investimenti, viene cancellata la tassa di successione, nonché quella inerente i grandi patrimoni. Una non meglio precisata manovra permetterà di recuperare capitali elusi dalla tassazione ed esportati nel paradisi fiscali. In particolare l’imposta sui profitti dovrebbe scendere al 15%, al fine di incentivare un ritorno in patria delle grandi multinazionali che hanno delocalizzato la produzione in paesi dove è possibile praticare il noto dumping fiscale.

Una strizzatina d'occhio alle multinazionali
Si tratta quindi di un programma tipicamente neoliberale, volto a recuperare la benevolenza delle multinazionali che dovrebbero essere invogliate ad investire negli Stati Uniti. Detto così potrebbe anche avere un senso, ma nel discorso presidenziale, poco più di un annuncio, manca la copertura per una riforma così estrema del sistema fiscale. In poche parole: o il presidente Donald Trump distruggerà quel poco stato sociale che ancora rimane negli Usa, oppure si vedrà costretto ad aumentare enormemente il debito pubblico degli Sati Uniti.

Tagliare lo stato sociale e aumentare il debito
E’ molto probabile che punterà su entrambi gli elementi. Il primo, per altro, è ormai ridotto al livello di un paese da terzo mondo: non è più comprimibile. Cosa si può tagliare in un paese dove di fatto lo Stato in quasi tutte le sue forme è privato? Per quanto riguarda l’aumento del debito pubblico statunitense molto dipenderà dai rapporti che il presidente Trump avrà con i partner commerciali globali. In questo senso è comprensibile, ma non condivisibile, la retromarcia inerente i Nafta. Dietrofront, è bene sottolinearlo, corroborato da una roboante, quanto vuota, sparata anti Nafta dallo stesso Trump. Durante la campagna elettorale, il candidato presidente aveva fatto incetta di voti tra la classe media devastata dalle delocalizzazioni economiche. Trump promise dazi per i prodotti in entrata e linea dura sui trattati di libero scambio, che di fatto permettono la fluttuazione senza controllo dei capitali da investimento. Ora, nel silenzio compiaciuto dei media, è arrivata la retromarcia, mascherata da richiesta di più tempo per essere ancora più duri.

Perché accade questo?
Il presidente sa che se vuole piazzare in suo debito pubblico, con cui vorrebbe finanziare il maxi piano di tagli fiscali, non può limitarsi a mandare in giro le portaerei nucleari nel mondo. Non può limitarsi a fare il cow boy al saloon che fa roteare le pistole, quindi. E’ necessario invece accontentare partner commerciali, che per di più sul piano militare non si fanno intimidire, che offrono i loro soldi per comprarsi i titoli del tesoro Usa, ma in cambio pretendono libero accesso al maxi mercato americano.

E la Cina?
Uno su tutti, ovviamente: la Cina. Che già oggi detiene una parte cospicua, probabilmente oltre il 50%, del debito pubblico statunitense, ma che verrebbe chiamata ad aprire ulteriormente la borsa. In questo senso si può tranquillamente presupporre che tutte le bellicose, e populiste, promesse inerenti il dumping economico cinese finiranno nel cassetto dei ricordi. Il lavoro, il valore con cui Donald Trump ha fatto incetta di voti nella classe media, o operaia, abbattuta dalla globalizzazione, non si potrà ricreare in virtù di prove di forza muscolari con la maggiore economia del pianeta.

Perché è molto difficile che funzioni questo modello economico
Funzionerà questo modello economico, sul piano della creazione di nuovi posti di lavoro? Seppur l’abbassamento delle aliquote per le imprese appaia sostanzioso, non potrà mai essere competitivo con i regimi fiscali dei paradisi fiscali che Trump vorrebbe insidiare. Da un punto di vista di costo del lavoro il ragionamento è uguale: un operaio asiatico sarà sempre meno caro di un operaio statunitense, e qualunque beneficio fiscale sarà sempre più caro rispetto la semischiavitù che domina l’organizzazione economica delle «tigri asiatiche». L’auspicio, evidentemente, è diverso e ricorda molto la teoria della percolazione: rendendo i ricchi sempre più ricchi si incentiva una percolazione della ricchezza verso i lavoratori, i cui consumi dovrebbero aumentare generando nuovi posti di lavoro. E’ un teoria che ha avuto ampio sviluppo pratico dopo il 1990 in Europa, qui conosciuta come «terza via». I risultati sono sotto gli occhi di tutti: una progressiva, e inesorabile, polarizzazione della ricchezza che ha portato all’ecatombe della classe media.

Trump il pragmatico
Cosa pensare delle scelte del presidente Trump? Come al solito la realtà presenta il conto anche a chi ha fatto le promesse più sperticate. L’inquilino della Casa Bianca sta cedendo: non a caso l’opposizione sui media si affievolisce giorno dopo giorno. Trump quindi rappresenta il prototipo del populista che si trova al potere privo di esperienza e soprattutto privo di un apparato. Costretto a cedere, passo dopo passo, al volere dei poteri forti: in nome dell’eterno pragmatismo.