Referendum turco

La Turchia al bivio: il regime presidenziale di Erdogan cambierà il suo destino

Domenica 16 aprile la Turchia voterà il referendum più importante della sua storia e l'esito della consultazione appare incerto dati i sondaggi.

ANKARA - Oggi la Turchia vota il più importante referendum della sua storia. In ballo c'è l'abolizione dell'attuale sistema parlamentare che ha accompagnato la tradizione politica - e democratica - del paese per 94 anni. Al suo posto verrebbe introdotto un controverso sistema presidenziale, definito «alla turca» perchè non simile a nessun altro modello al mondo e che secondo i critici della riforma segnerebbe l'inizio del governo di un solo uomo al potere.

La riforma di Erdogan
La riforma è stata perseguita già a partire dal 2007 dal presidente Recep Tayyip Erdogan. Ma i seggi parlamentari del partito della giustizia e dello sviluppo (akp, al governo) sono sempre rimasti insufficienti per raggiungere il numero minimo di 330 voti a favore per portare l'emendamento costituzionale a referendum. L'obiettivo è stato raggiunto solo lo scorso gennaio, dopo che il nazionalista mhp (quarto partito del parlamento) ha deciso di approvare la riforma.

L'Akp non ha mai perso un'elezione
Da quando è giunto al potere nel 2002, l'akp non ha mai perso una elezione - fatta eccezione per le sole consultazioni del giugno 2015 dove ha avuto il 40,8% dei voti - ed ha mantenuto sempre il 50% delle preferenze. Anche per questo referendum i sondaggi indicano un simile risultato, ma le possibilità di superare il 50% delle preferenze - quale condizione per l'adozione della riforma - non risulta ancora data per certa, visto che anche il fronte del "no" si mantiene sulla stessa percentuale.

Erdogan vuole prendere il posto di Ataturk
Membro della NATO dal 1952 e paese candidato per l'adesione all'UE dal 2005, la Turchia ha subito una profonda trasformazione negli ultimi 15 anni. Dopo un periodo riformista e improntato ad una maggiore democratizzazione del paese, il governo dell'AKP ha assunto un carattere sempre più nazional-islamista, andando ad escludere anche diversi «compagni di causa» - come sogliono autodefinirsi i membri dell'AKP - e facendo emergere sempre più la fiugra del presidente Erdogan come leader indiscusso della politica turca. Uno degli obiettivi del presidente Erdogan è infatti quello di arrivare al 2023, centenario della fondazione della Repubblica.

Il Direttorato e la crisi economica
Un traguardo che mira anche sostituire simbolicamente il fondatore della stessa repubblica, Mustafa Kemal Ataturk, con la propria figura. La modernizzazione delle infrastrutture del paese - le autostrade, i treni ad alta velocità, i ponti e i tunnel sotto il Bosforo - i "folli" progetti mastodontici sono stati accompagnati in questi anni dal sostegno ad cultura conservatrice legata ad una riscrittura della tradizione ottomana e attuata mediante il Direttorato per gli affari religiosi e numerose fondazioni pie, nonchè con la trasformazione del curriculum scolastico. Il tutto all'interno di un quadro economico sempre più incerto - dopo anni di crescita.

Il referendum è un voto plebiscitario
Pur ricoprendo un ruolo essenzialmente rappresentativo e imparziale - secondo l'attuale costituzione turca - il presidente della Republica ha condotto una strenua campagna referendaria e realizzando comizi ed inaugurazioni in 40 province e partecipando a numerosi programmi televisivi per promuovere la propria riforma. Per come è stata condotta la campagna del "sì", il referendum risulta però quasi trasformato in un voto plebiscitario per molti, dove l'elettore è chiamato a scegliere tra una «Turchia forte» e una Turchia in balia delle forze nemiche.

Le accuse di «terrorista» al fronte del no
All'occorrenza il fronte del «no» è stato definito «terrorista» e associato al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e al movimento di Fethullah Gulen (responsabile secondo Ankara del tentato golpe del luglio scorso). Anche la tensione con l'Unione europea e alcuni paesi membri come la Germania e l'Olanda sono stati utilizzati per alimentare questa retorica, a cui una gran parte di media locali pro-governativi hanno dato man forte, anche per attirare i voti dell'elettorato del MHP che secondo I sondaggi non risulta sostenere il sistema messo al voto.

Dopo il golpe centinaia di migliaia di arresti
La stessa ricerca di favori ha portato più recentemente Erdogan e il premier Yildirim a rivedere la retorica rivolta all'elettorato di origine curda, mentre i rappresentanti politici curdi - inclusi 11 deputati HDP - continuano a restare in carcere. Il Paese arriva al referendum dopo un tentato golpe - che ha portato alla morte di oltre 240 persone - e in stato di emergenza, prolungato per la seconda volta fino al prossimo 19 aprile. Gli ultimi mesi hanno finora portato all'arresto di 43mila persone, al licenziamento di oltre 136mila dipendenti pubbilci - tra magistrati, docenti delle scuole e universitari, poliziotti e militari - ad almeno 100mila indagati e alla chiusura di centinaia di media e associazioni. Seppure con un esito ancora incerto restano forti gli interrogativi sul futuro del paese, a presindere dal risultato finale.