26 agosto 2019
Aggiornato 07:30
Dopo il vertice Ue-Africa

L'accordo con la Libia sui migranti è già destinato a fallire

Campi di accoglienza in Libia, sorveglianza della Guardia costiera libica, 10 nuove motovedette per contrastare i trafficanti. Peccato che i presupposti perché la strategia funzioni ancora non ci siano

Il premier libico Fayez al-Serraj, quello italiano Paolo Gentiloni e il prefetto Franco Gabrielli, all'uscita dal primo incontro del Gruppo di Contatto.
Il premier libico Fayez al-Serraj, quello italiano Paolo Gentiloni e il prefetto Franco Gabrielli, all'uscita dal primo incontro del Gruppo di Contatto. ANSA

ROMA - Un incontro «fruttuoso». Lo ha sottolineato il ministro Marco Minniti, che ha presieduto il vertice del Gruppo di contatto Ue-Africa sull'immigrazione tenutosi a Roma alla presenza dei ministri dei Paesi della rotta mediterranea e del premier libico Fayez al-Serraj. In effetti, a voler guardare sulla carta le conclusioni dell'incontro, l'impegno di tutte le parti in causa è siglato nero su bianco. Quello della Libia in particolare, dimostrato, si è detto, anche dalla partecipazione in extremis del Primo ministro al vertice. La situazione, però, è indiscutibilmente complessa. Tanto complessa che non si può sapere se le premesse «positive» potranno effettivamente risolversi nell'effetto sperato.

Cosa prevede l'intesa
L'intesa prevede, in particolare, campi di accoglienza per i migranti in Libia anziché in Italia, sorveglianza in mare da parte della Guardia costiera libica e rimpatrio dei non aventi diritto agli aiuti umanitari. Entro i primi giorni di maggio, le coste libiche cominceranno ad essere presidiate da 10 motovedette (fornite restaurate dall’Italia, che le aveva ritirate nel 2011), sulle quali lavoreranno 90 libici formati dalla nostra Guardia costiera. Quindi, si apriranno sul luogo dei «campi di intrattenimento», supervisionati dalle organizzazioni umanitarie e dall’Uhncr. Entro la prima settimana di giugno, poi, a Tunisi dovrebbe svolgersi un altro incontro del Gruppo di Contatto.

L'accidentata presenza di Serraj
Un calendario scandito, che dovrebbe rappresentare un primo step per far fronte alla crisi migratoria. Il problema, tuttavia, rimane a monte: capire, cioè, se esistono i presupposti perché la strategia funzioni. Le insidie, in realtà, non mancano. Lo dimostra, in fondo, la stessa accidentata presenza di Serraj, di per sé certamente rassicurante, prima annullata e poi riconfermata all'ultimo a causa di quella che il ministro Minniti ha eufemisticamente definito «una situazione impegnativa a Tripoli». Città che il premier libico è stato costretto a presidiare a causa dell'ennesimo scontro armato tra milizie contrapposte. Domenica, uomini armati hanno infatti dato l'assalto alla base navale di Abu Sitta, sede del Governo di Unità Nazionale di Serraj, nei pressi di Tripoli. Una situazione talmente tesa che il premier aveva inizialmente deciso di non intervenire al vertice di Roma.

Serraj naviga in cattive acque
L'ultima crisi fotografa impietosamente l'incapacità del governo di Serraj di trovare un accordo con le altre fazioni che si spartiscono il potere. Il premier dell'esecutivo riconosciuto dall'Onu, di fatto, non è neppure riuscito ad ottenere il controllo della capitale, rimanendo asserragliato nella base navale che nel fine settimana è stata attaccata. Il quadro si è ulteriormente aggravato quando, sempre nelle scorse ore, le milizie di Misurata hanno ritirato l'appoggio a Serraj, dopo che il suo governo non ha sanzionato le «violenze verbali» di cui i loro combattenti sarebbero stati oggetto durante una recente manifestazione. Il tutto, nel momento in cui il generale Khalifa Haftar, espressione militare del parlamento di Tobruk, ha preso il controllo dei terminal petroliferi di Es Sider e di Ras Lanuf, nonché dell'area di Bengasi.

Un governo fallito, un Paese allo sbando
Gli ultimi avvenimenti spingono a chiedersi se l'Occidente, continuando a puntare prevalentemente su un governo praticamente privo di poteri e di controllo territoriale per fermare il flusso migratorio, non si stia infilando in un vicolo cieco. Il rischio più immediato, in parole povere, è che l'esecutivo libico non riesca a garantire che le dieci motovedette e le 90 reclute non gli vengano «soffiate» dagli stessi trafficanti che, in teoria, dovrebbero arginare. Del resto, non mancano rapporti che dipingono alcuni elementi della Guardia costiera libica come i principali responsabili del traffico di migranti. Pertanto, anche ammettendo che le risorse stanziate in Libia dall'Ue in questo primo step siano sufficienti a dare seguito alla strategia, il problema fondamentale è che non esiste un attore riconosciuto che possa garantirne la messa in atto.

Contatti con Haftar
Un ostacolo di cui la diplomazia italiana è consapevole: non a caso il viceministro degli Esteri Mario Giro ha ribadito che «confrontarsi con Haftar è un modo per rafforzare il processo di ricostruzione dello Stato libico».  Secondo quanto riferiscono i media, la nostra ambasciata avrebbe già stabilito contatti con l'uomo forte della Cirenaica, mentre Minniti avrebbe incontrato i sindaci del Sud della Libia.

Il "modello Turchia" è applicabile in Libia?
E' dunque partendo da una situazione colma di ostacoli e di sfide che il premier italiano Paolo Gentiloni ha messo le mani avanti: il flusso migratorio, ha specificato, «non si esaurirà d’incanto dall’oggi al domani. Chi promette miracoli rischia di confondere la nostra opinione pubblica». Nessuna bacchetta magica, insomma, soprattutto vista la crisi politica che imperversa in Libia a partire dallo scellerato intervento occidentale del 2011, e che rende complicato applicare il (controverso) «modello Turchia» al Paese nordafricano. Il tutto, mentre gli arrivi di migranti hanno già subito un'impennata rispetto allo scorso anno: 20mila contro i 13mila del 2016.