29 novembre 2020
Aggiornato 17:30
Trump e la rivincita del protezionismo

Trump minaccia la Cina, ecco cosa (non) rischia l'economia Usa

Con Donald Trump sembra arrivato il momento della rivincita del protezionismo, ma secondo alcuni la strategia dei dazi monstre contro Pechino potrebbe rivelarsi un boomerang da 100 miliardi di dollari. E' davvero così?

ROMA – Con Trump sembra arrivato il momento della rivincita del protezionismo. The Donald ha minacciato la Cina di introdurre dazi fino al 45% sulle importazioni da Pechino per proteggere il made in Usa. Durante la sua campagna presidenziale ha più volte ripetuto rivolto ai suoi sostenitori che «non possiamo più permettere lo stupro del nostro paese». All'orizzonte si paventa dunque una guerra commerciale aperta con Xi Jinping. Ma è davvero così? E quali ripercussioni rischia l'America di Trump? (LEGGI ANCHE "Trump visto da Pechino: un'imprevista opportunità?")

La strategia dei dazi monstre di Trump contro Pechino
Conti alla mano, una guerra commerciale aperta con la Cina metterebbe a repentaglio oltre 100 miliardi di dollari di esportazioni degli Stati Uniti. La strategia di dazi monstre declamata dal neo presidente eletto Donald Trump nei confronti del gigante asiatico non è certo priva di rischi. In pratica l'export americano verso la Cina - 116 miliardi di dollari nel 2015 e 79 miliardi nei primi nove mesi del 2016 - vale oltre un decimo del piano di stimoli e tagli alle tasse (1.000 miliardi di dollari) annunciato dall'imminente nuovo inquilino della casa Bianca. E Pechino ha già fatto capire cosa si profila nel caso di uno scontro diretto.

Cosa rischia l'economia americana
Occhio per occhio, e dente per dente, è lo scenario minacciosamente ventilato dal quotidiano Global Times, testata controllata dal regime comunista cinese, guidato del presidente Xi Jinping con cui Trump ha avuto un primo scambio telefonico cui dovrà seguire un incontro «in una data vicina». In pratica, Washington rischia di perdere almeno un dente per ogni 4 che potrebbe far saltare a Pechino. E il termine «almeno» è d'obbligo perché questo calcolo riguarda unicamente i dati grezzi del commercio con l'estero. Più insidioso, e difficile da quantificare, sarebbe il danno indiretto che subirebbero diversi colossi industriali e tecnologici americani, da Apple, a Hp, a Dell, ma la lista lunghissima e include anche case di moda come Gap o Victoria's Secret.

Una guerra commerciale all'orizzonte?
Perché a quel punto i cinesi potrebbero vendicarsi, ovviamente autodanneggiandosi, sulla produzione sfornata per conto di queste società, direttamente tramite filiali locali o indirettamente tramite committenti, come il gigante Foxconn. La produzione delocalizzata in Cina dalle blue chip Usa è spesso cruciale per contenere i prezzi nella competizione globale e vendere in ogni mercato. Una guerra commerciale potrebbe diventare un boomerang che metterebbe a repentaglio la propria capacità di vendere in tutto il mondo. E questo sulla base dell'ipotesi, tutta da dimostrare, che poi si sarebbe in grado di riportare nei propri confini la produzione di beni che poi bisognerebbe vendere (senza sapere a che prezzi e dove).

La risposta di Pechino alle minacce di Trump
Magari potrebbe essere plausibile per alcuni beni ad elevato contenuto tecnologico, ma molto meno lo è su settori come il tessile. Ma siamo così sicuri che all'orizzonte ci sia una guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina? In realtà la risposta di Pechino all'elezione di The Donald – nonostante le numerose minacce ricevute durante la campagna elettorale del neo presidente – è stata piuttosto accondiscendente: «Ritengo di alto valore le relazioni fra Cina e Stati Uniti, e non vedo l’ora di lavorare insieme per estendere la cooperazione Cina-Usa in ogni campo, a livello bilaterale, regionale e globale, sulla base dei principi del non-conflitto, non-scontro, rispetto reciproco e collaborazione vantaggiosa per tutti», ha dichiarato il presidente cinese Xi Jinping per complimentarsi con Trump dopo l’elezione. Dare addosso alla Cina è stato un mantra comune in America negli ultimi 30 anni e non c'è da scandalizzarsi più di tanto. Inoltre, un po' di sano protezionismo contro il dumping cinese non potrebbe che fare bene all'economia globale (LEGGI ANCHE " Cosa rischiamo se l'UE concede alla Cina lo status di economia di mercato").