2 giugno 2020
Aggiornato 14:30
Si votava sulle quote di ripartizione dei migranti

Ungheria, niente quorum al referendum, ma i problemi dell'Ue rimangono

Il mancato quorum non 'salva' in alcun modo l'Ue. Perché Orbán non ha «perso», e perché quel voto incarna quel conglomerato di problemi che ha Bruxelles al momento. In primis di democrazia

BUDAPEST - Bruxelles tira un respiro di sollievo. Il referendum sulle quote di ripartizione dei migranti tra gli Stati Ue promulgato dall'Ungheria non ha raggiunto il quorum. Fin da quando è stato annunciata, la decisione del primo ministro di Budapest Viktor Orbán ha fatto molto discutere, e ha turbato i sonni dell'Ue. L'idea, in pratica, era quella di chiedere direttamente ai cittadini se intendevano accettare o meno la strategia delle «quote» per gestire il flusso migratorio introdotta dall'Ue a settembre 2015: quote che, formalmente, sono sempre state su base volontaria, ma in merito alle quali la Commissione ha senza troppo successo esercitato una certa pressione sugli Stati membri che non hanno voluto aderire, come la stessa Ungheria.

Niente quorum, ma Orban non ha perso
Ad ogni modo, il disastro annunciato per l'Ue è stato clamorosamente sventato all'ultimo minuto. Hanno votato circa il 40% degli aventi diritto e il «no» ha vinto con il 98%, ma affinché il risultato fosse politicamente vincolante per il Parlamento sarebbe stato necessario raggiungere il quorum del 50% dell’elettorato. Ferenc Gyurcsany, leader del principale partito di opposizione Coalizione Democratica, ha subito spiegato di considerare il fallimento del referendum una sconfitta per il Governo e le sue politiche ostili ai migranti. Sulla stessa linea molta stampa europea, che si è rallegrata per il non raggiungimento del 50%. Ma comunque la si pensi sulla questione migratoria, non si può certo dire che Orbán sia stato «sconfitto», né sostenere che questo referendum sia passato senza lasciare il segno.

Il 98% di chi ha votato si è opposto alle quote
Innanzitutto per i numeri: e i numeri dicono che sì, non abbastanza ungheresi sono andati a votare, ma anche che il 98% di chi ha votato si è espresso per il «no» alle quote. E' un dato difficile da equivocare: il fronte del «sì», in pratica, si è avvantaggiato dell'astensionismo, ma Orbán è riuscito a convincere la quasi totalità delle persone che si sono recate alle urne. Questo dato fotografa quindi una situazione tutt'altro che favorevole alla linea filoeuropea, nonostante i festeggiamenti degli anti-Orbán.

Orbán non è stato del tutto sconfitto
Peraltro, il fatto che il quorum non sia stato raggiunto non significa automaticamente la sconfitta della linea del premier. Non a caso, un portavoce del Governo ha spiegato che nulla è perduto e la palla, ora, passa al Parlamento: «Il 50 per cento avrebbe fatto la differenza perché il Parlamento non avrebbe dovuto prendere una decisione, ma il Parlamento è d’accordo con il governo su questa decisione e il referendum rafforza il mandato del governo»

La controrivoluzione non è fallita
Con il referendum, Orbán contava di ottenere abbastanza forza politica per i futuri negoziati sulle politiche migratorie, guadagnandosi il mandato popolare necessario per avviare la sua «controrivoluzione» all’interno dell’Ue. La speranza era, poi, che altri Paesi seguissero l'esempio ungherese. Volendo però guardare con obiettività, il mancato quorum non significa il totale fallimento della strategia. In un breve discorso, in effetti, il premier ha parzialmente riconosciuto la sconfitta dicendo che «un referendum valido è sempre meglio di un referendum non valido», ma ha aggiunto che l’alto numero di «no» tra i votanti gli dava un forte mandato per «assicurarsi che non saremo costretti ad accettare in Ungheria persone con cui non vogliamo vivere».

La questione della legislazione e della legalità dell'Ue
E poi c'è un altro punto, raramente discusso, ma che sarebbe un errore ignorare. La Commissione europea aveva già fatto sapere che un referendum non avrebbe potuto modificare la legislazione dell’Ue, e quindi nemmeno gli accordi sulle quote. Ma è proprio qui che ci si scontra con l'impasse: perché quel referendum, di fatto, pone un conglomerato di problemi. Non solo la questione dei migranti in sé, ma anche una «sfida» aperta ai meccanismi di funzionamento dell'Ue, e al suo progressivo allontanamento dalla base dell'opinione pubblica europea. Il referendum ungherese, in pratica, si scontra con l'idea di legislazione e di legalità dell'Ue, ponendo l'annosa questione del limite tra l'indipendenza decisionale dei singoli Governi e il potere di Bruxelles di proporre, o imporre, politiche comuni che forzino la mano dei singoli esecutivi e li costringano, talvolta, a tradire il mandato raccolto dai propri stessi elettori.

Precedenti
Si pensi, proprio su questo punto, al dibattito di qualche mese fa, in cui l’Europa si interrogava sull’opportunità di introdurre delle «penali» per quei Governi che non accettassero il sistema comune di accoglienza; si pensi alle recenti dichiarazioni del ministro degli Esteri del Lussemburgo, che proponeva di espellere l’Ungheria dall’Ue in caso di «no» al sistema delle quote; si pensi alla stessa crisi greca, con quel referendum in cui i cittadini votarono per rifiutare l’ennesima proposta basata su manovre economiche lacrime e sangue, e la successiva resa di Tsipras, che ha infine firmato un accordo non molto diverso da quello che i greci qualche settimana prima avevano rifiutato.

Democrazia
Il referendum ungherese potrà anche non aver raggiunto il quorum, ma non per questo le istanze di cui è portatore scompariranno magicamente. Oggi all'Ue si pone, in ultima analisi, un problema di democrazia che non può più permettersi di eludere. Perché altrimenti, se non sui migranti, si riproporrà in futuro sotto altra forma.

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