20 agosto 2019
Aggiornato 03:00
Chi sarebbe il miglior Presidente?

The Donald vs. Hillary: visioni del mondo (e dell'America nel mondo) a confronto

Agli occhi del mondo, il presidente degli Stati Uniti è innanzitutto colui che può decidere le sorti di tutto il pianeta. E tra i due candidati, chi vi pare più calzante a ricoprire questo ruolo?

I volti dei candidati Hillary Clinton e Donald Trump stampati sulle copertine delle rispettive biografie.
I volti dei candidati Hillary Clinton e Donald Trump stampati sulle copertine delle rispettive biografie. Shutterstock

WASHINGTON - Ciò che per gli americani è innanzitutto il leader della propria nazione, per il resto del globo è l'uomo più potente del mondo, colui che, (verosimilmente) per almeno i successivi 4 anni, deciderà il destino dell'intero pianeta. E pazienza se ciò non sia del tutto vero (perché sono più che altro gli apparati che stanno dietro all'inquilino della Casa Bianca i veri ispiratori delle politiche americane in materia di affari esteri): quel che è certo è che tutto il mondo segue le elezioni americane con il fiato sospeso. Perché sente che la scelta compiuta dagli americani potrà influenzare in qualche modo il proprio futuro.

Il confronto sulla NBC
Così, mentre i cittadini a stelle e strisce si interessano più che altro di economia, welfare, sicurezza e questioni interne, il resto del pianeta aguzza le orecchie quando gli sfidanti parlano di politica estera. Chi - si chiede il mondo -, tra Hillary e Donald, sarà capace di garantire più pace e stabilità a vicini e lontani? L'ultimo confronto (realizzato ad interviste singole) trasmesso dalla rete NBC avrebbe dovuto rispondere a questa domanda. In realtà, come spesso avviene in questi casi, dell'«Hillary-» e «Donald-pensiero» sulle relazioni internazionali non si è capito un granché (sarà stata, come per il New York Times, responsabilità del giornalista, visibilmente poco preparato in materia, o del format, del poco tempo a disposizione per rispondere, o dei due candidati, chissà).

Cosa si è capito (poco)
Fatto sta che da quel salotto televisivo sono trapelate solo notizie confuse e sconnesse. Di Donald Trump si è capito che per lui Valdimir Putin è un leader molto più apprezzabile e apprezzato di Barack Obama, tanto più che il suo gradimento sta all’82%; che, per capire come combattere l’Isis, chiederebbe a 30 generali di inventarsi un piano in 30 giorni e lo attuerebbe; e che vorrebbe aumentare il budget militare. Di Hillary Clinton si è capito che, sulla vicenda e-mail, sta ancora cercando di difendersi come può, accampando scuse e giri di parole su quanto fossero esplicitamente «classificate» le comunicazioni passate per il suo server personale; che, contro l’Isis, autorizzerebbe attacchi aerei, di terra (ma non con soldati americani) e nel cyberspazio; e che, sul suo voto a favore della guerra in Iraq nel 2003, è fortemente pentita, ma nemmeno il suo rivale si era dimostrato in principio contrario. Se di tutto questo calderone non avete capito molto, vi veniamo in soccorso noi. Ecco come la pensano Hillary e The Donald sulle principali questioni del panorama geopolitico internazionale.

1) Russia
- Trump
Il 27 aprile scorso, Trump ha così riassunto la sua visione dei rapporti con Mosca: «Io credo che un allentamento delle tensioni, un miglioramento delle relazioni con la Russia – solo da una posizione di forza – sia assolutamente possibile. Qualcuno dice che la Russia non si dimostrerà ragionevole. Intendo scoprirlo». Una dichiarazione che si aggiunge ai reciproci complimenti che Trump e Putin si sono scambiati più di una volta, e alla vicinanza con Mosca del principale consigliere di The Donald in politica estera. Trump ha rigettato l’accusa lanciata alla Russia dai democratici in occasione dell’hackeraggio che ha svelato le macchinazioni del Comitato nazionale democratico per favorire la Clinton ai danni di Sanders, e ha successivamente e provocatoriamente invitato Mosca ad hackerare anche le e-mail della Clinton. Sulla Crimea, Trump si è detto disposto a riconoscere la sua appartenenza alla Russia per favorire un dialogo in chiave anti-Isis, e si è definito favorevole a interrompere le sanzioni contro Mosca.
- Clinton
L’ex segretario di Stato americano, lo scorso gennaio, ha dichiarato di avere un rapporto «interessante», di «rispetto», con il presidente Putin. Salvo poi aggiungere: «Abbiamo avuto dure interazioni. E so che con lui bisogna sempre tenere duro, perché – come molti bulli – è un tipo che si prenderà tutto quello che può a meno che tu non lo faccia per primo». Nessun attestato di stima, dunque, a maggior ragione tenendo conto di una sua affermazione del 2008: «Putin è stato un agente del KGB, quindi per definizione non ha un’anima». La risposta del capo del Cremlino non si è fatta attendere: «Penso che, perlomeno, sia importante per un leader avere il cervello». Tuttavia, nel 2009, la Clinton posò con Putin a favore dei fotografi, occasione additata come l’inizio di un «reset» tra le due potenze. Alla fine del suo mandato, un nuovo «shift»: scrisse infatti un memo privato a Obama in cui dichiarava che il reset era finito, e che le relazioni con Mosca avevano toccato il loro punto peggiore. Ultimamente, il suo partito ha accusato la Russia di hackeraggio e di voler influenzare le elezioni americane. La Clinton si è spesso mostrata propensa a mostrare un pugno più duro con la Russia di quanto non abbia fatto l'amministrazione attuale, specialmente in risposta alla crisi ucraina.

2) Cina
- Trump
Per Trump il più grande nemico di Washington non è Mosca: è Pechino. Il 28 giugno ha dichiarato che «l’entrata della Cina nella World Trade Organization ha causato il più grande furto di posti di lavoro nella storia». Per Trump, la Cina è un manipolatore di valuta, e il candidato vorrebbe inasprire in controlli su attività di hacking e minacciare il governo cinese con tariffe salate se non accetta di ridiscutere i trattati commerciali. In particolare, il miliardario si opporrebbe ai sussidi utilizzati da Pechino per sostenere l’export, cercando così di riequilibrare la bilancia commerciale. Trump vorrebbe inoltre mostrare il pugno duro sulla questione del Mar Cinese Meridionale incrementando la presenza militare americana nella regione.
- Clinton
L’atteggiamento della candidata democratica nei confronti della Cina è duplice. Da un lato la ritiene, insieme alla Russia, uno dei Paesi che più frequentemente remano contro gli Usa: per questo, ha dichiarato, le relazioni con Pechino sono tra le più difficili per Washington. L’ex segretario di Stato ha anche espresso preoccupazione per lo stato dei diritti umani in Cina, e nel 2010 ha criticato la stretta di Pechino sul web e sui social. Tuttavia, la Clinton ha definito le relazioni con la Cina, pur ammettendo la complessità della sfida, allo stesso tempo «positive, esaustive e improntate alla cooperazione», e nel 2009, insieme ad altri ufficiali americani, ha organizzato un meeting bilaterale su questioni economiche e strategiche.

3) Iraq
- Trump
Il miliardario newyorchese ha più volte condannato la guerra decisa da George W. Bush in Iraq, definendola un «enorme errore». Aggiungendo, per di più, che sarebbe stato meglio non aver mai messo piede nel Paese, perché l’intervento americano lo ha «destabilizzato». In verità, all’epoca, Trump si espresse a favore dell’intervento appena prima che fosse deliberato, ma dopo una sola settimana cambiò bandiera e cominciò a parlarne a sfavore. Oggi, nega di essere mai stato a favore dell'«invasione», sulla quale invece attacca di frequente la posizione manifestata nel 2002 dall'avversaria.
- Clinton
Hillary votò a favore dell’intervento iracheno, come senatrice dello Stato di New York. Attualmente, si definisce profondamente pentita per quella decisione. Ha criticato l’esercito iracheno per non aver fatto abbastanza contro lo Stato islamico. Per questo, è convinzione della Clinton che gli Stati Uniti debbano continuare a consigliare e ad addestrare le truppe locali, inasprendo anche gli attacchi aerei. La candidata democratica ha incoraggiato aspramente l’Iraq perché si impegni a riportare ordine politico nel Paese, e sostiene la necessità di creare una guardia nazionale.

4) Siria-Isis
- Trump
Per Trump, gli affiliati all’Isis sono dei «criminali», ma non è del tutto chiaro come il candidato repubblicano pensi di sconfiggerli. Il miliardario ha più volte fatto riferimento alla necessità di tagliare le fonti di finanziamento dell’organizzazione terroristica, in primis il petrolio, e ha anche affermato che ci potrebbe volere un esercito di 30.000 soldati Usa per abbattere i terroristi, senza però impegnarsi a dispiegarlo. Ha affermato la necessità di modificare le regole internazionali che vietano l’uso militare della tortura, che a suo avviso sarebbe utile per stanare i sospetti. Tra le sue tante uscite che hanno suscitato indignazione, la proposta di uccidere le famiglie dei terroristi come deterrente. Quanto a Assad, Trump lo ha pubblicamente biasimato, puntualizzando però che può essere utile nella lotta contro l’Isis e che gli Usa dovrebbero rinunciare alla pericolosa abitudine del «regime change» e del «nation-building». In generale, dunque, Trump concederebbe alla Russia campo libero per stabilizzare il Paese.
- Clinton
Hillary non ha mai fatto mistero della sua intenzione non tanto di «contenere» l’Isis, quanto di «distruggerlo», attraverso un’allenza con i ribelli sauditi e i curdi. A suo avviso, a questo scopo gli Usa dovrebbero intensificare i propri bombardamenti in Siria e in Iraq, ma anche impegnarsi a colpire l’organizzazione nel cyberspazio, inibendo la sua capacità di reclutamento sul web. Sulla Siria, la Clinton si è sempre dimostrata interventista, spingendo per la creazione di una no-fly zone sul Paese per colpire Bashar al Assad e aiutare i ribelli cosiddetti «moderati» che lo combattono. Una mossa che probabilmente porterebbe gli Stati Uniti a scontrarsi direttamente con Mosca.

5) Israele-Palestina
- Trump
Il miliardario repubblicano ha dichiarato di voler rimanere neutrale in qualsiasi negoziazione tra i due Stati, suscitando nervosismo da parte di Tel Aviv. In seguito, ha «aggiustato» il tiro, aggiungendo che sarebbe comunque difficile rimanere neutrali, e, a marzo, ha pubblicamente riconosciuto a Israele il suo ruolo di grande alleato di Washington nella regione. Ha quindi affermato che, sotto la sua presidenza, rafforzerebbe le relazioni con Israele, difendendolo dalla minaccia rappresentata dall’Iran e dall’accordo sul programma nucleare concertato sotto questa amministrazione.
- Clinton
La candidata democratica ha dichiarato al mondo la sua assoluta fedeltà all’alleato mediorientale, pur ammettendo di non essere stata sempre d’accordo su «alcuni dettagli». Ha sempre cercato di presentarsi come l’unica candidata capace di difendere la sicurezza di Tel Aviv, frequentemente accusando il rivale di essere troppo poco devoto alla causa. Proprio in queste ore, intervistata dalla tv israeliana, l’ha così attaccato: «La sua comprensione dei pericoli della regione è fonte di allarme: proporre di usare il nucleare contro l'Isis, non sapere le differenze tra Hamas ed Hezbollah, tutto questo non aiuterebbe in alcun modo Israele». Clinton in passato ha anche difeso le controverse iniziative del Paese per «proteggersi dal terrorismo», e vorrebbe rafforzare il supporto americano per i sistemi di difesa missilistica israeliani.

6) Iran
- Trump
Per l’aspirante presidente repubblicano, Teheran è una grande minaccia nella regione mediorientale e dunque l’accordo sul nucleare andrebbe annullato e rinegoziato. A suo avviso, il patto con l'Iran gli ha infatti dato accesso a 150 miliardi di dollari precedentemente congelati, in cambio di timide concessioni a favore della parte americana. Sarebbe favorevole a raddoppiare o triplicare le sanzioni a Teheran, per cercare di ottenere più vantaggi nell’accordo.
- Clinton
Il pugno di Hillary verso l’Iran sarebbe molto più duro di quello di Obama. La candidata sostiene l’accordo sul nucleare, ma ha anche più volte criticato la violazione da parte irachena di molte risoluzioni Onu, ad esempio nel testare missili balistici. Per questo, sarebbe favorevole a imporre nuove sanzioni al Paese, sanzioni che del resto, in qualità di segretario di Stato, ha provveduto ad aumentare per forzare la mano a Teheran nei negoziati sul nucleare.

7) Corea del Nord
- Trump
The Donald, come sempre senza peli sulla lingua, ha definito il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un un «maniaco», e ha duramente criticato l'attuale amministrazione Obama per la sua incapacità di dare una risposta netta alla minaccia di Pyongyang. Da Presidente, cercherebbe di convincere la Cina a impegnarsi per impedire l'escalation militare e nucleare della sua vicina. Tuttavia, ha anche affermato che tenterebbe di trattare personalmente con Kim: cosa che il regime ha tutto sommato apprezzato, al punto che ha definito Trump un «politico saggio».
- Clinton
Da segretario di Stato, Hillary ha cercato di cementificare le relazioni con la Corea del Sud e il Giappone, con l'obiettivo di mettere in piedi uno scudo anti-missilistico contro la Corea del Nord. Ha anche proposto di imporre pesanti sanzioni contro Pyongyang, su modello dell'Iran. La Clinton, nel 2009, dopo un test missilistico compiuto dalla Corea del Nord a marzo, tentò di strapparle un accordo che consentiva agli Usa di fornire aiuti in cibo al Paese,in cambio di un suo passo indietro in tema nucleare. L'accordo ebbe vita molto breve. Nel 2013, poco dopo la fine del mandato di Hillary, la Corea compì un altro test missilistico.

8) Visione generale
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’approccio di Donald Trump alla politica estera americana sarebbe meno interventista e più isolazionista di quello della Clinton. Il focus del candidato repubblicano è infatti quello di rendere l’America «ancora grande», e uno dei suoi motti è «America first», cioè «l’America prima di tutto». Trump, al contrario della Clinton, respinge qualsiasi forma di «interventismo umanitario» (per così dire) in contesti che non siano fortemente strategici e attinenti ai diretti interessi di Washington. Nessun «globalismo», dunque, ma una strenua difesa degli interessi americani, dello «stato-nazione», e un disinteresse per tutto ciò che non lo riguardi da vicino. Inoltre, si è spesso dimostrato critico nei confronti dell’interventismo americano diretto alla destabilizzazione di regimi scomodi. In accordo con questa linea, le critiche dirette alla Nato, organismo ormai vetusto, troppo dispendioso per gli Stati Uniti e troppo poco per i loro alleati. Per la Clinton, invece, l’America deve ardire a conservare e potenziare il proprio ruolo di superpotenza mondiale e di «poliziotto del mondo». Chi, per voi, sarebbe il miglior Presidente?