7 dicembre 2019
Aggiornato 07:00

Libia, se i raid Usa sono un regalo di Obama a... Hillary Clinton

Mosca è stata l'unica a sollevare qualche dubbio sui raid decisi da Obama in Libia. Dietro ai quali, in effetti, potrebbe esserci altro rispetto alla sola intenzione di soccorrere Serraj contro l'Isis.

WASHINGTON - A cinque anni di distanza, Washington torna in Libia, sul luogo del misfatto. Un misfatto che pesa ancora tanto sulla presidenza di Barack Obama, quanto sulla candidatura della democratica Hillary Clinton, che ai tempi della burrascosa campagna contro Gheddafi era segretario di Stato. Certo: oggi, rispetto ad allora, i presupposti dell'intervento sono ben diversi. Non a caso ha voluto sottolinearlo lo stesso presidente Obama, il quale, poco dopo aver autorizzato i 30 giorni di bombardamenti contro lo Stato islamico nell'area di Sirte, ha nuovamente ammesso di non essere stato, nel 2011, sufficientemente attento e lungimirante sul vuoto di potere che la destabilizzante rimozione del rais avrebbe provocato. Un mea culpa dalla coincidenza temporale affatto peregrina. Obama deve infatti rassicurare l'opinione pubblica sulla natura di questo intervento, marcando vigorosamente le differenze con quello che gli ha irreparabilmente macchiato la carriera.

I dubbi della Russia
Ma a sollevare qualche dubbio sulle recenti bombe americane ci ha pensato Mosca, la solita «guastafeste». Secondo cui quei raid sono «illegali perché per compierli serve una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu». Washington ha subito ribattuto che i bombardamenti sono invece legali, perché avvengono nel quadro della risoluzione delle Nazioni Unite approvata lo scorso dicembre. Ma al di là dei cavilli - per così dire - normativi, dietro alla decisione del Presidente Usa di intervenire potrebbe esserci qualcosa di più della «semplice» intenzione di sconfiggere lo Stato islamico nella polveriera libica, un quid già subodorato da Mosca. Che, da parte sua, dietro ai rimbrotti agli Usa potrebbe celare una strategia precisa.

Il vero interesse di Obama
Partiamo da Washington. Perché Obama, ormai a pochi mesi dalla fine della sua presidenza, ha deciso di tornare a immergersi nel caos libico, scenario pressoché del tutto a-strategico per gli Stati Uniti? E perché lo ha fatto con una «guerra a scadenza» di 30 giorni? Basteranno 30 giorni per infliggere un duro colpo all'Isis in Libia, e impedirgli di aprire altri fronti? La manovra della Casa Bianca sembra esibire una logica più politica che militare. Perché le bombe che Washington sta sganciando su Sirte, più che una mossa bellica risolutiva, paiono una risposta alle accuse dirette da Donald Trump all'amministrazione Obama di non aver mai condotto una seria guerra contro lo Stato islamico. Una macchia imperdonabile sul curriculum del Presidente uscente, che invece vorrebbe poter esibire, prima di lasciare la Casa Bianca, i suoi successi in Iraq, in Siria e in Libia. Un trofeo che a Obama piacerebbe unire con la cattura e la morte di Bin Laden, giusto per passare alla storia come il Comandante in capo che ha sconfitto il terrorismo islamico, piuttosto che come colui che l'ha temerariamente fomentato.

Il regalino a Hillary
Ma Obama non sta guardando solo alla propria presidenza: il suo è un investimento sul futuro. Perché il «provvidenziale» intervento libico offre un assist importante alla vera responsabile del disastroso intervento americano in Libia del 2011: Hillary Clinton. La cui campagna elettorale potrebbe essere facilmente azzoppata da Trump se dalla polveriera nordafricana giungessero, proprio in questi mesi, ulteriori brutte notizie. Oltretutto, la stessa Clinton è stata accusata del tentativo di coprire lo scandalo dell’attacco all’ambasciata americana a Bengasi l’11 settembre 2012, dove morirono l’ambasciatore Christopher Stephens e altri tre diplomatici per l’imperizia e la cattiva gestione delle comunicazioni da parte del Dipartimento di Stato guidato dall'attuale candidata alla Casa Bianca. Arrivare alle elezioni di novembre con il «trofeo» libico da sventolare costituirebbe un efficace spot elettorale per i democratici, e in qualche modo laverebbe una macchia fin troppo evidente dal curriculum di segretario di Stato della Clinton.

I rimbrotti di Putin
E poi c’è Putin, il primo (e per ora l'unico) a criticare l’intervento americano in Libia. E a ricordare a Obama che, per una seria lotta allo Stato islamico, serve un coordinamento strategico tra tutte le forze impegnate contro il terrorismo su più fronti. Un rimbrotto che può legittimare un duplice livello di interpretazione. Da un lato, Putin è convinto che, per sconfiggere l’Isis, la rocambolesca tecnica americana di «interventi spot» che prescindano da una seria cooperazione tra le forze in campo è destinata a lasciare il tempo che trova. Dall’altro lato, quello di Mosca potrebbe essere un cortese ma fermo avvertimento a Washington: come a dire che la Russia non ha necessariamente intenzione di limitarsi al teatro siriano. Dopo essere clamorosamente tornata sulla scena globale nonostante le provocazioni della Nato e i tentativi (falliti) di isolamento da parte degli Usa, Mosca potrebbe cominciare a intravvedere nella Libia un nuovo terreno su cui sfidare la prepotente egemonia statunitense, ponendo definitivamente fine all’era in cui l’America era l’unica potenza mondiale in grado di decidere il destino del resto del mondo. C’è chi sostiene che i recenti avvistamenti in Russia del generale Haftar, acerrimo nemico dell’Isis ma anche rivale del governo di Serraj sostenuto dall’Onu, potrebbero spiegarsi in questo quadro. E se lo scenario venisse confermato, il duo Obama-Clinton avrebbe una nuova gatta da pelare...